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La nostra società
Alessandro Ghebreigziabiher
Se cè qualcuno da cui un adulto consapevole, nel
pieno del suo ruolo di insegnante, intriso di responsabilità,
deve attendersi qualunque cosa, è un undicenne. Il professor
Sabatini non costituiva di certo un ragguardevole esempio di centrata
professione, di pura soddisfazione nel raggiungere ogni mattina
la propria aula, di innegabile serenità negli occhi rispondendo
allabituale domanda «che lavoro fai?» ma, del
resto, chi può dire di corrispondere a tale descrizione?
Quella mattina era giunto in classe con unamara consistenza
nello stomaco, mantenendo un sapore acre nella bocca, dimostratosi
indistruttibile di fronte a chili di dentifricio e quintali di mentine.
Nulla da fare. Era come se quel gusto fosse nella testa piuttosto
che sulla lingua. Fu così che si sedette meccanicamente di
fronte alla cattedra, nascondendo le gambe al di sotto di essa,
evitando di salutare i ragazzi presenti e tantomeno di rispondere
al loro buongiorno.
I minuti in cui il resto della classe raggiunse il proprio posto
gli permisero di abbandonarsi sconfitto allaspra presenza
che aveva invaso il suo corpo, probabilmente, la notte scorsa. Eh,
sì, poiché la sera ed il giorno precedenti erano scivolati
via indenni, secondo la loro abituale sequenza, appoggiati sui soliti
punti fermi: la tv, immancabile, i goal del campionato, i commenti
su quelli effettivi e le infinite schiere di parole su quelli mancati,
fino alla consueta fiction a chiudere il conto, come un robusto
tappo per la propria pancia bucata e non pensarci più. Una
domenica come tante, fu indubbio. Eppure qualcosa era passato, un
che di malato aveva oltrepassato i controlli, irriso gli antivirus.
Ed il professor Sabatini, dando un metaforico calcio al proprio
registro, dimenticandosi di verificare i presenti, ed appioppando
un ulteriore simbolica pedata al consueto programma, neanche un
minuto dopo le otto e trenta di quel lunedì si alzò
e dichiarò linizio di un inaspettato compito in classe.
Tema: descrivete con unimmagine cosa vuol dire seguire il
cammino della nostra società. La sera stessa, sdraiato sul
divano del suo piccolo appartamento, quando si decise a valutare
le parole dei suoi alunni, man mano che leggeva, vide il suo confuso
bilocale seminterrato riempirsi di una lucidità da far spavento.
Lucidità di pensiero e danimo che forse mai dovrebbe
essere così nitida in un adolescente.
Fu un crescendo di stupore e preoccupazione, fino allultimo
tema, quello di Paola, la svogliata e disadattata ragazzina con
i capelli corti: «Seguire la nostra società è
come salire su un tram, trovare un posto e sedersi comodi, chiaramente
dopo aver obliterato il biglietto. Lunica cosa è che
il tram, una volta pieno, non si ferma più. E se qualcuno
tenta di salire il conducente lo investe e non si ferma, non si
ferma e tira dritto
». Sabatini posò il foglio
per terra, terrorizzato. Poi, secondo una pratica ormai consueta,
si guardò intorno, prese il telecomando ed accese il televisore.
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