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Alcuni effetti collaterali dell'industria.
La chimica, la diga, il nucleare
Aprile 1959: il presidente del consiglio, Antonio Segni,
posa la prima pietra del Petrolchimico di Brindisi. Il ciclo della
produzione del Pvc viene avviato a Brindisi nel 1962 e ben presto
si espande grazie al basso costo della manodopera.Nel 1990, l'area
viene dichiarata ad elevato rischio di crisi ambientale: sono circa
70 le industrie insalubri di prima classe e 7 ad alto rischio di
incidente. In uno studio del 1995, l'Oms evidenzia che la mortalità
per tumore nell'area è del 48 per cento superiore alla media
regionale, mentre a Brindisi è addirittura superiore del
55 per cento.
9 ottobre 1963: sono le 22,39 quando la diga del Vajont
cede. 150 milioni di metri cubi d'acqua per una diga alta 261,6
metri, in una valle stretta e non molto alta sul livello del mare,
per far fluire l'acqua "usata" dalle centrali più
in alto e rifornire di elettricità il polo industriale di
Marghera. I lavori della diga [Sade] iniziano nel 1956. Ai montanari
locali viene tolta la casa, i terreni, [senza rimborsi], e non viene
costruita nemmeno una passerella pedonale. Nel 1960 vengono fatti
i primi invasi ed ecco i primi segnali d'allarme. Intanto la Sade
diventava Enel, quindi pubblica. La sera del 9 ottobre 1963 la diga
cede, e il mattino dopo, verso Conegliano, nel Piave venivano ripescati
i corpi senza vita di duemila abitanti di San Martino e Longarone.
10 luglio 1976: sono le 12,40 quando a Seveso, dalla azienda
chimica Icmesa [proprietà della ditta Givaudan], anzi più
esattamente dal reattore B di un impiantoper la produzione di esaclorofene,
fuoriesce una nube tossica che presto copre il territorio circostante,
densamente abitato. Poco dopo inizia la moria di animali, mentre
si segnalano o primi casi di intossicazione. Si tratta di tetraclorodibenzo-p-diossina,
una sostanza chimica altamente tossica e cancerogena. Solo il 24
luglio si decide di evacuare un'area di quindici ettari, che viene
cinta con reticolati, militarizzata e suddivisa in tre zone a seconda
del grado di tossicità . L'Icmesa verrà poi demolita,
insieme alle abitazioni della zona più contaminata.
23 luglio 1988: dall'Acna di Cengio in Val Bormida [Savona]
al confine tra Piemonte e Liguria, un'industria chimica di proprietà
dell'Enichem, si sprigiona una nube di anidride solforosa. Il ministro
dell'ambiente decreta la chiusura temporanea dell'impianto. Oggi
l'Acna continua a funzionare nonostante fin dal 1882 abbia scaricato
nel fiume Bormida i suoi liquami gialli, acidi e maleodoranti concorrendo
all'avvelenamento delle acque e delle campagne.
18 luglio 1988: alle 6,15, nell'industria chimica Farmoplant,
della Montedison, a Massa Carrara, scoppia una cisterna di 40 metri
cubi contenente Rogor [un pesticida] e cicloesanone [un solvente].
Entrambi altamente tossici. Si sviluppa un incendio, spento dopo
alcune ore, e una gigantesca nube nera si alza in cielo. Circa cinquantamila
persone scappano terrorizzate. Per trenta ore non viene dato un
allarme ufficiale e la popolazione non viene informata della gravità
dell'incidente, ma sono150 gli intossicati, solo il primo giorno.
Un odore acre, nauseabondo, causato dal pesticida bruciato, si diffonde
ovunque. Nel torrente Lavello i pesci muoiono, e le Usl proclamano
il divieto di balneazione; raccomandano inoltre di non cibarsi di
frutta e verdura locale e di lavarsi in modo molto accurato. La
Farmoplant era una ditta già da tempo contestata. Il 25 ottobre
1987, un referendum tra gli abitanti di Massa era riuscito ad ottenerne
la chiusura, ma il Tar ne aveva consentito la riapertura, poiché,
grazie ad alcune modifiche, l'azienda si poteva considerare affidabile
e sicura.
Tutti i petrolchimici d'Italia
Il pretrolchimico di Porto Marghera è uno dei più
vecchi siti industriali d'Europa. Da nord a sud, ecco l'itinerario
dei 19 maggiori insediamenti petrolchimici dell'Enichem: Pieve Vergonte,
Mantova, Ferrara, Porto Marghera, Ravenna, Terni, Scarlino, Manfredonia,
Brindisi, Pisticci, Lamezia, Crotone, Ragusa, Augusta, Porto Torres,
Priolo, Gela, Ottana, Sarroch, Assemini.
Fuori dall'Italia, le cose non sono andate meglio. Il secolo appena
chiuso ha registrato almeno tre "peggiori disastri della storia".
Bhopal
Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 dalla fabbrica della Union
carbide, multinazionale chimica statunitense, uscì un alone
di morte che avvolse e uccise almeno sedicimila persone e ne lasciò
mezzo milione con danni permanenti alla salute. All'inizio della
fuga di gas tossici [in tutto 40 tonnellate] non venne dato alcun
allarme. Risultò dalle indagini che i tecnici della Union
sapevano perfettamente che i sistemi di sicurezza erano inadeguati
per un impianto di quelle dimensioni. I signori del Connecticut
lasciarono a Bhopal, alcune migliaia di tonnellate di rifiuti tossici.
In alcune zone nel perimetro dell'impianto il livello di mercurio
è sei milioni di volte oltre la soglia di tolleranza.
Il territorio attorno a Bhopal è tutt'ora contaminato,
ma la Union carbide se n'è lavata le mani con un risarcimento
miserabile. Vennero pagati 470 milioni di dollari, 43 centesimi
di dollaro per ogni azione della Union. Meno di mille dollari a
testa. Neanche un centesimo fu invece sborsato per i danni ambientali
successivi alla catastrofe di 17 anni fa. L'accordo tra gli avvocati
della Union [parcella 50 milioni di dollari] e il governo indiano
proibì, inoltre, future azioni legali. Il giorno dell'accordo
le azioni Union salirono di due dollari. Le spese erano state coperte
e superate.
La Union carbide [nel frattempo assorbita dalla Dow Chemicals,
colosso interessato all'acquisto del petrolchimico di Marghera]
nega ancor oggi l'accesso ai suoi documenti riguardo a Bhopal, dove,
in assenza di operazioni di decontaminazione, la gente continua
a morire di tumori e altre malattie tre volte più che nel
resto dell'India. Il 18 aprile del 2000 l'Epa, l'agenzia di protezione
ambientale del governo Usa, ha concesso alla Union il certificato
di qualità ambientale.
Chernobyl
Il disastro di Chernobyl [1986] è stato descritto come "la
peggiore catastrofe tecnologica della storia umana". Solo nel
1993, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica [Aiea], riconobbe
i difetti progettuali del reattore tipo Rbmk, e le carenze nella
sua gestione, cancellando l'ipotesi dell'"errore umano"
come causa dell'incendio.
È stato stimato che il rilascio di radioattività
dal reattore n.4 di Chernobyl sia stato circa 200 volte superiore
alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki messe insieme. In tutto,
sono state seriamente contaminate aree in cui vivono 9 milioni di
persone tra Russia, Ucraina e Bielorussia, dove il 30 per cento
del territorio è contaminato dal cesio-137. Nei tre paesi
circa 400 mila persone sono state evacuate, mentre altre 270 mila
vivono in aree in cui vigono restrizioni all'uso del cibo prodotto
localmente.
Il governo della Bielorussia valuta che i costi economici che
dovrà sopportare fino al 2015 ammontano a 370 mila miliardi,
21 volte l'intero Pil del 1991. Secondo l'analisi più dettagliata,
condotta dal professor Yuri Koryakin, a suo tempo direttore dell'Istituto
di ricerca e sviluppo di ingegneria energetica dell'Urss, tra il
1986 e il 2000 i costi totali sarebbero stati di 170-215 miliardi
di rubli dell'epoca. Venti volte più di quanto viene normalmente
stimato.
L'impianto di Chernobyl è stato spento, dopo altri incidenti
minori, alle 12 e 17, del 15 dicembre 2000.
Exxon Valdez
Il 24 marzo 1989, la petroliera Exxon Valdez si incagliò
sulla costa dell'Alaska, provocando la più grande fuoriuscita
di greggio nella storia statunitense. Dallo scafo uscirono almeno
30mila tonnellate di greggio. Ma c'è chi sostiene che furono
in realtà molte di più e che non sia stato fatto ancora
abbastanza per prevenire analoghi disastri. Dopo l'incidente, la
Exxon aveva investito nel risanamento dell'area due miliardi di
dollari, stanziando altri 300 milioni per risarcire i danni. Ma
lo scorso anno il gruppo ambientalista Oilwatch Alaska, denunciava
i ritardi nell'adeguamento delle petroliere ai nuovi standard di
sicurezza.
Il capitano della nave, Joseph Hazelwood, è stato condannato
a cinque anni di lavori sociali ad Anchorage, capitale dell'Alaska.
La Exxon-Mobil sostiene che la situazione ambientale sia tornata
ad essere quella prima del disastro.
Le colonie di molluschi, invece, presentano ancora tracce di petrolio
e, secondo una delle ultime ricerche, il recupero delle colonie
di uccelli marini, decimate dal greggio, non è ancora completo.
La Exxon Valdez, è stata rimessa in mare con il nome di SeaRiver
Mediterranean.
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