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| [16.08.2006] |
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Pacifismo e democrazia
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Carlo Schenone
L'analisi sull'efficacia del pacifismo penso debba intrecciarsi
con quella sulla progressiva inefficacia della democrazia, a cui,
con gli anni, il pacifismo si è sempre più avvicinato
nelle modalità d'azione.
Se per molti anni le istanze legate al tema della pace sono state
portate avanti con modalità autonome di disobbedienza civile
ed azione diretta (si pensi agli scioperi generali durante il fascismo
per porre fine alla guerra, alla scelta di accettare la prigione
per vedere riconosciuta l'obiezione di coscienza engli anni 60,
ai blocchi degli accessi della base per missili nucleari di Comiso
o della Mostra Navale Bellica di Genova negli anni 80), col passare
del tempo si è sempre più limitati a presentare richieste
alle forze politiche, sperando che qualcuna se ne prendesse carico,
adeguandosi alle dinamiche della democrazia rappresentativa, per
esempio scegliendo di supportare le proprie richieste con cortei
e iniziative analoghe.
Ma la crisi delle dinamiche democratiche, con sistemi elettorali
che impediscono agli elettori di farsi effettivamente rappresentare
e la manipolazione del consenso tramite il controllo dei mezzi di
comunicazione che fanno sì che i governi possano ignorare
se non perfino deridere manifestazioni di milioni di persone, ha
ugualmente reso impotente chi su tali dinamiche intende basare la
propria azione.
Penso quindi che ci possano essere due strade diverse e complementari
per uscire da questa impotenza.
La prima, più diretta e a prima vista più semplice,
che preveda di riprendere nelle proprie mani l'azione, non delegando
più la rappresentanza delle proprie istanze. Ma ciò
richiederebbe un livello di partecipazione e coinvolgimento, una
disponibilità a rischiare, che non è più molto
presente nella nostra società. Sarà l'unica possibilità
praticata se la degenerazione democratica diffonderà il disagio
e la disperazione tra ampi strati della società ma in tal
caso né sarà legata solo ai temi del pacifismo né,
sicuramente, assumerà le sue modalità.
La seconda strada, che non esclude la prima ed è a prima
vista più complessa, affronta ad un livello più basso
i meccanismi decisionali. Dai tempi della rivoluzione francese,
che ha enunciato (ma ha anche in parte ottenuto) che ogni cittadino
ha il diritto/dovere di partecipare alle decisioni che lo riguardano,
imponendo un modello rappresentativo parlamentare, i modelli decisionali
si sono modificati molto poco, nonostante sempre di più siano
evidenti le debolezze che l'usura di tale modello ha fatto emergere.
Sono anche stati tentati altri modelli, che sono degenerati ancora
più velocemente, in cui cambiava il gruppo sociale predominante,
ma alla fine il modello rappresentativo parlamentare viene dato
da tutti come inesorabilmente il meno peggio.
In effetti, quando una prima fase dell'esperienza democratica
finì con il periodo delle dittature europee e le guerre mondiali,
si cercò di rivederla e migliorarla, per esempio con il suffragio
universale, ma col tempo i sistemi sociali tendono a corrompersi
perché gli aggressori diventano sempre più competenti
e le difese tendono a indebolirsi. E così nuovamente ci troviamo
con dei sistemi parlamentari in cui sempre meno cittadini si sentono
rappresentati e sentono di influire sulle decisioni che li riguardano.
Penso sia necessario che, soprattutto noi europei che abbiamo
esportato questo modello in tutto il mondo, perfino in contesti
sociali in cui ha creato più danni che benefici, e che ci
ergiamo a paladini di questo modello verso tutto il mondo pretendendo
che tutti gli altri vi si uniformino, cominciamo a riflettere, senza
preconcetti, sul suo superamento o almeno il suo restauro, non solo
in linea teorica ma anche pensando a come realizzare tale miglioramento.
Questo significa cominciare a sperimentare nuovi modelli decisionali,
prima di tutto all'interno di chi li propone, e poi pensare dei
percorsi che permettano con gli anni di farli diventare patrimonio
comune. E sarebbe auspicabile riuscire a fare ciò senza dover
aspettare che la caduta di efficacia delle dinamiche democratiche
porti alla catastrofe umana e sociale e ecologica del mondo.
Penso che sia necessario perché non solo le istanze pacifiste
ma anche tutti gli altri temi non rimangano semplici proposte teoriche
che nessun sistema decisionale arriverà a attuare. Da questo
punto di vista dall'ambito pacifista potrebbero venire un notevole
contributo non solo di idee ma anche di esperienze, facendo in modo,
per esempio, che il 61% degli italiani che non vogliono la presenza
di soldati italiani negli scenari di guerra vedano realizzate le
loro aspettative.
Si tratterebbe di ripensare ai meccanismi della rappresentanza
e della partecipazione, tenendo conto della sempre più ridotta
disponibilità delle persone a rimetterci del proprio per
il bene comune ma allo stesso tempo di un recupero culturale della
nozione di bene comune.
Probabilmente sarebbe utile seguire entrambe le strade perché
limitarsi a riflettere sulla revisione dei meccanismi consensuali
senza impegnarsi a recuperare almeno un livello di partecipazione
e coinvolgimento sarebbe probabilmente solo un esercizio accademico.
D'altra parte limitarsi ad affidarsi all'azione diretta, a parte
i problemi di coinvolgimento, costringerebbe ad un tale impegno
di energie e di tempo che permetterebbe di affrontare solo un numero
molto ristretto di argomenti, abbandonando inefficacemente gli altri
ai meccanismi democratici attuali.
Carlo Schenone
ex incaricato nazionale del settore Pace, Nonviolenza e Solidarietà
degli scout dell'AGESCI, ex capogruppo di "Democrazia e Partecipazione"
nel Consiglio Comunale di Genova, ex segretario nazionale delle
Forze Nonviolente di Pace, docente al Master "Gestione dei
conflitti interculturali ed interreligiosi" dell'Università
di Pisa, docente al corso di Laurea Specialistica in Scienze della
Pace dell'Università di Pisa, membro del gruppo stampa del
Genoa Social Forum durante il G8 di Genova, trainer.
vico del fieno 5/7
16123 Genova
tel. 0102476295
cel. 3472294722
schenone@email.it
www.schenone.net
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