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di Pierluigi Sullo, il manifesto 2 agosto 2007
Il manifesto ci ha fatto una prima pagina: scelta molto azzeccata.
L'impugnazione da parte del governo della cosiddetta "tassa
sul lusso" della Sardegna è un riassunto dell'atteggiamento
del centrosinistra - la parte "coraggiosa" - sui temi
del cosiddetto sviluppo. In altre parole, è la conferma di
quanto il precipitare della crisi ambientale, lo stato di degrado
in cui è il nostro assetto idro-geologico, il disastro della
cementificazione e privatizzazione delle coste (che è all'origine
dell'"emergenza incendi"), lo spettro della crisi idrica
che sta ammazzando il Po, tutto questo sia ignorato dall'attuale
governo. Anzi, ogni provvedimento (o non provvedimento) concorre
a aggravare la situazione.
La legge sarda non si propone solo di far pagare un'imposta ai
ricchi, quelli che hanno grandi barche o aerei privati, ma soprattutto
di chiudere un cerchio che si è aperto con l'approvazione
del piano paesistico regionale che proibisce nuove costruzioni a
meno di tre chilometri dalle coste. Quel divieto salva il salvabile,
dopo l'allegro saccheggio iniziato dall'Aga Khan in Costa Smeralda
decenni fa, e permette all'isola di continuare a vendere la sua
"merce" turistica, che altrimenti semplicemente si esaurirebbe.
Ma in compenso, dice il presidente Soru, noi chiediamo ai non residenti,
a coloro che posseggono una seconda casa e la usano uno o due mesi
l'anno, di contribuire al salvataggio delle coste. Anche a loro
vantaggio, perché non costruire più nulla darà
ovviamente maggior valore a quel che c'è già.
Ora, che il governo si opponga in nome dell'esclusivo potere dello
stato di imporre tasse (dopo tante fesserie sul federalismo) e dell'"eguaglianza
dei cittadini" (quando è noto che la tassazione progressiva,
e quella sarda lo è, è una delle basi dello stato
moderno) è più che grottesco: è pericoloso.
Perché suona inequivocabilmente come un incitamento ai trafficanti
di cemento, tant'è vero che la destra sarda sta esultando,
oltre a invitare a non pagare la famosa tassa (quasi il 50 per cento
di chi dovrebbe, per altro, ha già pagato, perché
evidentemente i cittadini sono più intelligenti dei loro
ministri).
Ma appunto questa storia della Sardegna è l'ennesima spia
rossa accesa sul cruscotto dell'automobile modello Italia. Lasciamo
stare per una volta la Tav, che è troppo facile. Che dire
di una Regione, come l'Umbria, che allo stesso tempo proclama lo
stato di calamità a causa della scarsità d'acqua,
e poi autorizza Rocchetta a utilizzare un pozzo che ammazzerebbe
definitivamente un fiume, il Rio Fergia, così che tocca ai
cittadini locali accorrere al suono delle campane per fermare le
ruspe? E che dire di un parco nazionale, come quello del Gargano,
dove le fiamme hanno divorato boschi e ucciso persone, che si oppone
all'abbattimento di centinaia di case abusive e non fa una piega
quando si vuole costruire un mega-hotel e centro commerciale in
zone protette?
O di un'altra regione, il Lazio, dove lobby multiformi si agitano
per ottenere il maggior numero possibile di inceneritori, solo perché
sono resi assai convenienti dagli scandalosi Cip6 (la quota che
tutti noi paghiamo nella bolletta per fonti rinnovabili fasulle
e velenose come gli scarti del petrolio o i rifiuti, appunto), mentre
il comune di Roma ha una ridicola quota di raccolta differenziata,
il 20 per cento, e viene perciò premiato da Legambiente?
A Vicenza aspettano a pié fermo le ruspe che dovrebbero
costruire la nuova base militare.
Se ci sono drammi sulle pensioni, la precarietà e il welfare
(e ci sono), suggerisco alla sinistra di prendere nota di questi
altri drammi. Il malessere sociale ha molte facce.
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