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[Paolo Cacciari]
Se è vero che la nostra società è drogata
dallo "sviluppiamo", dalla dipendenza dal possesso di
merci, le uscite possono essere solo due: rimanerci secchi intossicati;
oppure salvarsi affrontando le inevitabili crisi di astinenza. Nel
secondo caso i metodi sono un paio: alla Muccioli, cioè affidandoci
ad autorità esterne "forti" che ci imporranno costrizioni
e violenze "per il nostro bene", oppure trovando in noi
stessi la forza di scegliere di rimotivare la nostra vita, modificando
stili e comportamenti.
Maurizio Pallante ci regala uno supporto audio [un dc con testo
a fronte], "Discorso sulla decrescita. Manifesto per una felice
sobrietà " [Luca Sossella editore], per rinsaldare la
nostra volontà di fuoriuscita dalla giostra dell'intossicazione
produttivistica e consumistica. Un discorso di mezzora tutto-d'un-fiato,
lucido, pacato, stringente, ragionante
Una forma di divulgazione
dei concetti già descritti ne "La decrescita felice"
[Editori Riuniti, 2005]; tracce delle conferenze che l'autore è
chiamato a svolgere sempre più spesso in giro per l'Italia
nelle scuole, nelle feste ambientaliste, tra i gruppi ecologisti
e del consumo critico.
L'approccio di Maurizio alla decrescita è rigoroso, viene
da lontano, affonda nei suoi studi umanistici e mette radici solide
nella critica all'uso irrazionale delle risorse energetiche. Accanto
a Bebbe Grillo e ai conduttori di Caterpillar [la fortunata trasmissione
del secondo canale radiofonico] si scopre efficace divulgatore scientifico.
In questa "lezione" Maurizio ci richiama l'attenzione
sulla differenza che esiste tra merci e beni. Ricchezza, benessere,
felicità dipendono dalla possibilità che ciascuno
di noi ha nel soddisfare bisogni e desideri. Ma non è detto
che li si trovino sempre sugli scaffali del supermercato. Così
come non è possibile realizzaci come persone in occupazioni
alienanti, in sforzi inutili o persino negativi per l'ambiente.
Per Pallante il primo passo nella via per liberarci dal paradigma
incrementale della crescita è l'autoproduzione, sono le forme
economiche della sussistenza, i rapporti interpersonali fondati
sulla reciprocità del dono, i legami sociali comunitari.
"La decrescita indotta dall'autoproduzione dei beni [e dei
servizi alle persone] è fattore di felicità".
Pallante non ci propone una vita ascetica. La sua idea è
che ci possa essere una società con un'economia articolata
in "tre cerchi concentrici. Il cerchio interno contiene l'area
dell'autoproduzione di beni e servizi. La prima corona circolare
l'area degli scambi fondati sul dono e la reciprocità. La
corona circolare esterna l'area degli scambi mercantili. In essa
le filiere più corte sono più interne". Quindi
sarebbe possibile anche "uno sviluppo tecnologico diversamente
orientato", attraverso una "riunificazione del sapere
come si fanno le cose [cultura scientifica] con la ricerca di senso
per cui si fanno [cultura umanistica]".
Maurizio non risparmia critiche alla sinistra per essere prigioniera
del paradigma culturale della crescita. Mentre invece una "cultura
autenticamente progressista" non può che opporsi alla
"onnimercificazione". Pensa che "i cittadini consapevoli"
possano impegnarsi politicamente soprattutto a livello locale per
imporre scelte politiche mirare alla sostenibilità: "non
c'è progresso senza conservazione", non solo della natura,
ma anche dei saperi e della tradizione. Affermazioni che mi fanno
venire in mente un'altra stimolante recente lettura di Bruno Arpaia,
"Per una sinistra reazionaria", [edizioni Le fenici rosse,
2007] e che rimandano alle conclusioni del nuovo lavoro di Serge
Latouche ["La scommessa della decrescita", Feltrinelli,
2007]. Ma sulle strategie politiche della decrescita invito alla
lettura dell'inserto di Aprile del mese di giugno "Decolonizzaimo
l'immaginario", curato dalla Associazione per la Decrescita.
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