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[16.07.2007]
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Dopo quella sullacqua, una narrazione per lenergia
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di Mario Agostinelli [da Carta etc n.4/2007]
DOVREMMO INTERROGARCI SULLE RAGIONI per cui lattuale fase
storica, contrariamente a quella che si sta chiudendo forse definitivamente
con la fine del Novecento, comincia ad anteporre le questioni della
vita a quelle delleconomia. Non ancora a livello delle scelte
politiche, almeno della parte ricca e privilegiata del mondo, intenta
a procrastinare quanto più possibile una improbabile dimensione
della crescita, quanto nella coscienza diffusa dei movimenti e nella
percezione ancora incerta ma allarmata delle popolazioni, alle prese
con un mutamento imprevedibile e ostile del comportamento della
natura. Un mutamento rilevabile, per la prima volta nella storia
della civiltà, nello spazio e nel tempo della propria vita
individuale.
Forse la messa in secondo piano dell«homo economicus»
proviene dalla constatazione che la questione della sopravvivenza
e del futuro non sembrano più dipendere esclusivamente dai
rapporti tra umani o dai conflitti redistributivi tra i soggetti
e le classi sociali, quanto piuttosto dalla relazione tra lintera
umanità e lambiente naturale. Una sfida molto impegnativa
per la nostra epoca, che ancora una volta sembra essere anticipata
da eventi di massa grazie a cui la discontinuità e il cambiamento
appaiono come autentiche urgenze, mentre la politica continua ad
aggrapparsi irrealisticamente ad una continuità impossibile
e irresponsabile. È come se, anche in sistemi democratici
collaudati e di fronte ad unattenzione intensa dellopinione
pubblica, la dimensione problematica del futuro fosse presente tra
gli elettori e sfuggisse invece agli eletti, che trasgrediscono
così, quasi senza rendersene conto, il loro mandato.
Eppure, i momenti di rottura di questi ultimi dieci anni sono
stati scanditi da manifestazioni di massa, del resto sempre criticate
o addirittura criminalizzate dal potere, anche quando nella formazione
della coscienza politica delle nuove generazioni hanno rappresentato
esperienze discriminanti, di non ritorno. Momenti in cui il «contro»
si è trasformato in «per». A livello internazionale
Seattle, Porto Alegre, Belem, Mumbai, Bamako o Nairobi. Nel nostro
paese Genova, come svolta contro la violenza autoritaria e per la
generalizzazione della democrazia invece delloligarchia economica;
Firenze, contro la guerra preventiva e per unEuropa di pace;
la Val di Susa, contro la cancellazione del territorio e per la
riscoperta di identità comunitarie solidali; Vicenza, contro
lesportazione della «civiltà» con le armi
e per la messa a valore di una operosità pacifica, oltre
che per lindispensabilità, ai fini di una vita desiderabile,
delle culture locali, della scoperta del paesaggio urbano e di una
socialità, soprattutto nel nord ricco, piegata in tutti i
suoi aspetti alla dimensione privatistica del mercato.
Stare in relazione con la cultura dei movimenti sembra una necessità
di chiunque voglia innovare la politica senza perdere il contatto
con la società: perciò una battaglia culturale e con
implicazioni di lungo periodo deve riversarsi negli spazi istituzionali
e della politica senza precipitare nelle angustie e nelle alchimie
delle coalizioni. E ancor più è necessaria la creatività
per imporre trasformazioni e rifuggire da un passivo adattamento,
per liberarsi dalle limitazioni contingenti dettate da una governabilità
prescritta in 12 punti.
Per queste ragioni mi sembra di straordinaria importanza, anche
per lo scenario politico- sociale italiano, la crescita di un movimento
globale sui temi dellenergia, in collegamento con la battaglia
sul cambiamento del clima e con la lotta alla povertà. Un
movimento che, dopo i primi passi a Porto Alegre nel 2005 e poi
a Caracas e Bamako nel 2006, ha raggiunto una sua maturità
a Nairobi, nel gennaio 2007, ed è ormai una realtà
in radicamento nelle sue dimensioni territoriali anche nel nostro
paese.
Qui di seguito voglio illustrare alcune straordinarie novità
di approccio e riflettere sulla nuova capacità di «narrazione»
raggiunta dai movimenti anche sul tema complesso dellenergia.
Con nuove prospettive, come è avvenuto per il tema dellacqua-bene
comune, per un cambio di paradigma sostenuto da un alto livello
di partecipazione e di autoeducazione e alimentato sia da un apprendimento
interdisciplinare innovativo che da un approfondimento conoscitivo
scientificamente rigoroso.
Dalla rivoluzione industriale in poi, un modo di produzione in
continua crescita, che privilegia il valore di scambio sul valore
duso, ha messo ai margini del proprio orizzonte la relazione
con la natura. Anche lanalisi marxiana, nonostante le premesse
rigorose per cui vede nel lavoro e nella natura lorigine della
ricchezza economica, finisce col concentrarsi esclusivamente sulle
relazioni tra gli esseri umani, interpretando il rapporto con la
natura soprattutto come una opportunità per «ordinarla»
e disporre efficacemente delle risorse attraverso il progresso scientifico.
Il modo capitalistico di produzione non nutre preoccupazione alcuna
sul fatto che lattività artificiale delluomo,
che costruisce attorno a sé una grande quantità di
«protesi » del proprio corpo - prodotti che consuma
per essere più veloce, più potente, per estendere
sul globo i propri sensi o per rendere più confortevole lesistenza
[macchine, automobili, televisori, abbigliamento] - degrada irrimediabilmente
lambiente naturale. Anzi, perfino nella vulgata delle organizzazioni
politiche e sociali del movimento operaio, della natura e della
sua irriducibilità ci saremmo dovuti liberare con la scienza
e la tecnologia, il cui fine sarebbe stato quello di spremerne al
massimo le potenzialità.
Così, anche a sinistra i conflitti sono stati indirizzati
esclusivamente sulla proprietà e il possesso delle risorse
naturali e sugli aspetti redistributivi connessi al loro impiego
e resi possibili dal loro consumo. Crescita e benessere non avrebbero
mai visto divaricazioni. Senza prendere in considerazione la possibilità
che il sole dellavvenire avrebbe potuto mettere in discussione
un giorno lavvenire del sole.
Col tempo, e sotto la pressione di un capitalismo vittorioso e
globalizzato, perfino il lavoro ha finito col perdere la sua centralità
rispetto al consumo, presentato come mutevole, illimitato, «di
diritto», e a spese della natura. Così si è
saldato un circuito perverso che prescindeva dalla relazione con
la natura.
Ma su quali risorse naturali si è fondato quel tipo di
sviluppo? Con una certa sommarietà si tende a trascurare
che levoluzione accelerata dei consumi è stata possibile
solo con il ricorso allenergia proveniente dalle fonti fossili:
carbone, petrolio e gas, serbatoi vastissimi ma ormai finiti, accumulati
dal sole in milioni di anni nelle viscere della terra e consumati
dagli attuali abitanti del pianeta in tempi brevissimi attraverso
le combustioni, con emissioni catastrofiche per il medio-lungo periodo.
Levoluzione della specie umana così come la intendiamo
- il vivente con le sue innumerevoli protesi artificiali
è stata resa possibile dal sistema energetico basato sulle
fonti non rinnovabili, che ormai si stanno esaurendo e che, soprattutto,
per i suoi effetti sul clima, sullacqua e sulla salubrità
dellaria, minano direttamente lesistenza di ciò
che sta al centro del sistema artificiale e gli fornisce un senso,
con una inedita contrapposizione tra crescita e sopravvivenza, tra
economia e vita.
Il sole dellavvenire potrebbe mettere in discussione il
sole
Dopo almeno tre secoli di credito indiscusso e di continuo successo,
due segnali di crisi, legati ai nomi di personalità eminenti
del potere economico-industriale, appannano la proiezione nel futuro
del sistema delle fonti fossili: il picco di Hubbert e il rapporto
Stern. Vengono poste due questioni dirimenti: da una parte, il prezzo
del petrolio aumenterà irreversibilmente come quello di qualsiasi
risorsa scarsa e, dallaltra, i benefici dellattività
economica, a meno di radicali cambiamenti che provino ad evitare
la catastrofe ambientale, saranno annullati, se non addiruttura
surclassati, dai costi necessari per riparare il danno dei loro
effetti sullalimentazione, sulla salute, sul livello dei mari,
sulla vita e sulla società complessivamente.
Due colpi durissimi, interni al modo di pensare prevalente e alla
logica economica dello sviluppo di questi decenni, che spingeranno
risorse intellettuali, energie sociali e visioni politiche responsabili
a individuare rimedi o addirittura a cambiare rotta. Cambierà
limmaginario, molto più rapidamente di quanto si pensi,
e il capovolgimento del tempo, la sua marcia a ritroso, favorirà
labbandono di un ottimismo legato indissolubilmente allidea
occidentale di progresso. Non più un tempo lineare accompagnato
da segni solo positivi, ma anche una percezione del suo passare
come consumo e degrado irrimediabile della natura. Viene così
alla ribalta il concetto di specie, che comincia a prevalere su
quello di individuo, e si afferma una responsabilità unitaria
e globale, che assume rilievo politico di massa, anche se i governanti
continuano a procedere lungo le strade del passato. Ci si comincia
a chiedere quanti anni mancano alla fine o quanti se ne possono
recuperare cambiando, per trasferire anche alle prossime generazioni
le conquiste di civiltà in cui ci si riconosce
Finalmente cominceremo a chiederci cosa cè dietro
la presa di corrente a muro che alimenta i nostri elettrodomestici.
Se avessimo uno spioncino virtuale da cui guardare, vedremmo scavare
miniere, viaggiare navi petroliere e metaniere negli oceani, pompare
gas per migliaia di chilometri nelle condotte, bruciare combustibile
in enormi centrali allacciate con elettrodotti alle città
lontane, disperdere Co2 in atmosfera, solo per alimentare un sistema
che attraversa e ferisce i territori. Eppure la fonte di energia
del nostro pianeta il sole brilla sopra le teste di
tutti, senza trasmissioni complicate e proprietarie, intrecciandosi
con la biomassa, il vento e lacqua, e senza correlazione alcuna
con le mappe del consumo di energia che sono state disegnate dai
ricchi della terra appropriandosi delle riserve fossili anche con
la guerra. Per capire meglio, dovremmo fornirci di un bagaglio culturale
che ci manca e che la visione del mondo in continua crescita con
risorse naturali infinite ci ha proibito di considerare.
In fondo, è l'interpretazione scientifica newtoniana del
mondo da imbrigliare nelle sue dimensioni quantitative e l'immagine
di una natura non degradabile e insensibile allo scorrere del tempo.
Ed è stata la rivoluzione industriale, con lenergia
ricavata dalle fonti fossili, con il suo sedimento tecnologico e
scientifico, con la successiva globalizzazione dei sistemi manifatturieri
e l'interconnessione delle reti dei trasporti e delle rotte commerciali,
che ci ha indissolubilmente legati ad un bisogno abnorme di energia
ed al consumo accelerato della sua quota non rinnovabile. Leconomia
ufficiale è rimasta ferma a questa rappresentazione del mondo
e non si è minimamente curata se la fisica dalla fine dellOttocento
ha dovuto fare i conti con la legge dellentropia che
prevede aumento di disordine e degrado termico conseguenti agli
scambi energetici; con le spiegazioni della meccanica quantistica,
che ci permettono di catturare la radiazione solare e di liberarci
dalla combustione; con la teoria del big bang, che illustra come
siano occorsi ben 13 miliardi di anni per creare le condizioni della
vita sulla terra e come la finestra energetica entro cui una civiltà
può sopravvivere sia molto stretta e legata a un equilibrio
complesso e precario, facile da distruggere e impossibile da ricostruire;
con i modelli biologici, che sostituiscono quelli costruiti in analogia
alle macchine e rimpiazzano i metodi analitici e meccanici nella
comprensione della biosfera.
Lenergia è vita o morte, innanzitutto, non solo potenza,
velocità, trasformazione di materia. È relazione,
pensiero, affetti, respiro, mobilità muscolare: oggetto squisitamente
sociale, non solo merce e prezzo economico. Collegare stabilmente
lenergia e il diritto ad essa alle basi della vita [e della
morte] è insieme una intuizione scientifica modernissima
e una urgenza politico-sociale attuale, che comporta uno spostamento
simbolico che sta alla base di una narrazione potente. La parola
chiave «energia-vita» è lo strumento di una riunificazione
nel campo della biosfera di temi nuovi [linquinamento, il
cambiamento climatico, la rinnovabilità, la lotta alla povertà,
la sobrietà degli stili di vita, la nonviolenza], che rimarrebbero
altrimenti dispersi e nascosti in comparti separati finora attribuiti
alla geopolitica [le guerre, i mercati mondiali, il debito, la ricchezza
delle nazioni, la competizione globale]. Si tratta davvero di un
cambio di linguaggio e di un approccio all'energia molto più
vicino a quello così fruttuoso adottato per lacqua,
e non più applicato esclusivamente alle macchine e alla trasformazione
di quantità esponenziali di sostanza inerte, ma vissuto nell'esperienza
di donne e uomini come corrispondente ai propri ritmi e tempi biologici,
del tutto indipendenti e incomprimibili per vie artificiali.
Il passaggio dalla geopolitica alla biosfera ha anche unaltra
implicazione: lunicità del nostro pianeta e il destino
comune di chi vi abita, che non dipende dalla potenza e dal possesso,
ma dai comportamenti e dalla relazione dei viventi con la natura.
Basta richiamare una delle icone più nota e impressionante
degli ultimi anni, la fotografia della Terra dallo Shuttle, per
vederne la fragilità, linterconnessione, la labilità
di confini per porre rimedio ai suoi mali. La pretesa di mantenere
livelli di vita incompatibili contraddice concetti indifferibili
nella loro applicazione come quello dellimpronta ecologica,
mentre la guerra preventiva risulta palesemente criminale e insensata.
Nel senso comune comincia a penetrare la convinzione di una funzione
della politica sottratta agli interessi nazionali e rivolta a quella
dimensione locale-globale innovativa che sta a cuore ai movimenti.
Ma, al riguardo, si è resa così distante la sensibilità
popolare da quella dei governanti, purtroppo anche di opposte collocazioni,
che si può ben dire che il conflitto sul futuro dellumanità
si disloca più nella direzione alto-basso che destra-sinistra.
Troppo spesso infatti le intuizioni di interi territori e di esperienze
di lotta, nel caso dellacqua e dellenergia, assumono
un carattere di una trasversalità che spinge al cambiamento
e che incontra sullaltro versante una trasversalità
conservatrice e continuista delle istituzioni, talvolta anche collocate
«a sinistra», ma incapaci di slegarsi dalla loro adesione
al paradigma centralista, consumista e in ultima analisi improntato
alla guerra per lenergia fossile in via di esaurimento. È
quanto è avvenuto, se si guarda nel profondo, per la Val
di Susa o per la base di Vicenza.
Dire energia oggi corrisponde ancora a richiamare concetti come
centralizzazione, militarizzazione, autoritarismo, consumo e spreco,
attraversamento distruttivo dei territori, interferenze con i processi
vitali. La narrazione di cui abbiamo bisogno e che comincia a prendere
forma, allopposto, parla di decentramento, pace e riconciliazione,
democrazia e partecipazione, integrazione territoriale e reti corte,
sopravvivenza conviviale della specie e della civiltà. Scenari
contrastanti e allorigine di un grande conflitto, che segnerà
comunque labbandono dei fossili e la presa in carico dei vincoli
dellinevitabile cambiamento climatico: la scelta dellatomo
per perpetrare e addirittura irrigidire il sistema attuale o quella
del sole per aprire una prospettiva di giustizia sociale e di democratizzazione.
Fonti rinnovabili, territorio, cicli naturali e interculturalità
Una critica che si potrebbe condurre allatteggiamento miracolistico
con cui talvolta ci si affida come a una panacea alle fonti rinnovabili,
sta nelleccesso di fiducia nelle soluzioni tecnologiche, secondo
un determinismo imposto dallevoluzione della scienza e della
tecnica, quasi a prescindere dai rapporti di produzione e dallappartenenza
ad una società capitalista. Una obiezione che tuttavia va
messa alla prova indagando davvero come faremo nel prossimo
paragrafo alcune caratteristiche che aprono la strada a soluzioni
energetiche non fossili e che non stanno più dentro il quadro
di continuità o di ulteriore sviluppo degli attuali modi
di produzione e di consumo, responsabili della più profonda
ingiustizia sociale. Basterebbe pensare alle ragioni per cui le
energie rinnovabili non hanno trovato sostegno e sviluppo in un
mondo che è sì ipertecnologico ma soprattutto liberista,
oppure ai mutamenti sociali, politici e di potere che sarebbero
necessari per un passaggio sostitutivo alle fonti solari.
Per abbandonare e sostituire un sistema energetico con le caratteristiche
di quello odierno, occorrerebbe infatti individuare contemporaneamente
una alternativa al modello di produzione e di consumo e di controllo
autoritario delle società moderne, conseguibile solo come
risultato di imponenti lotte, estese e sostenute da grande convinzione.
Di fatto, un passaggio concreto verso una democrazia partecipativa
e un nuovo socialismo, che non sembrano alle viste, almeno nellEuropa
di Maastricht e della Bolkestein e tantomeno nel campo di forze
che nei paesi avanzati detiene saldo il primato e lorientamento
delle scienze e della conoscenza.
Anche se si volesse prescindere dalla tecnologia, non cè
soluzione reale al problema energetico odierno e futuro che non
passi dalla «nuova narrazione» cui accennavo sopra,
nei termini di priorità alla vita umana, giustizia sociale,
nuova relazione con la natura, valorizzazione dellinterculturalità
e della creatività, generalizzazione della democrazia. Tutto
ciò è compatibile solo con labbandono di carbone
gas petrolio e nucleare, una straordinaria enfasi su risparmio ed
efficienza e un ricorso avanzato alle fonti rinnovabili. Le sole
che possono essere scelte e governate democraticamente nel loro
mix più efficace, nella loro destinazione e nella loro integrazione
col territorio e con la comunità locale, senza produrre sprechi
e senza lasciare scorie ineliminabili, e solo in base ai bisogni
di alimentazione, cultura, mobilità, relazione, produzione,
lavoro, reddito, tutela dei beni comuni e sicurezza sociale che
stanno a fondamento di un patto sociale condiviso. Con il ricorso
a fonti distribuite e ripristinate in tempi biologici dai cicli
naturali, la politica energetica verrebbe ricondotta a quel complesso
di sistemi di autogoverno e di auto-organizzazione del territorio
che sta alla base della crescita delle esperienze partecipative
e di uno sviluppo locale con una impronta ecologica verificabile
nella sua compatibilità.
Le reti che sono sostenute dalle rinnovabili sono per definizione
policentriche, corte e diffuse. I cicli naturali vengono chiusi
localmente. I collegamenti tra i nodi richiedono compensazioni e
interattività e una forte compenetrazione tra produzione
e consumo, tra domanda e offerta, rompendo la dipendenza del consumo
da un mercato spinto dalle ragioni di profitto nel determinare quantità
e qualità dei prodotti individuali da allocare e nel mettere
in vendita il patrimonio dei beni comuni. Sul territorio il bilancio
energetico e il suo impatto ambientale acquistano trasparenza e
il conseguente governo pubblico per il mantenimento di un bene comune
come lenergia, da trasferire alle future generazioni, diventa
fonte di partecipazione, occasione di studio e ricerca, garanzia
di promozione di lavoro stabile e qualificato.
Una svolta delle proporzioni che stiamo illustrando ridefinisce
leconomia e quella territoriale in particolare
come la base della vita fisica e spirituale de gli esseri umani:
in essa si dovrebbe inscrivere anche la politica energetica dopo
lera dei fossili. Ho parlato di «narrazione» e
nuovo immaginario per accennare alla profondità dei cambiamenti
da costruire: una impresa che richiede il coinvolgimento, come è
il caso dellacqua, di tutte le culture laiche e religiose
in un contesto di interscambio garantito dalla laicità delle
istituzioni che regolano e favoriscono la partecipazione democratica.
Le ragioni della pace, della tutela dellambiente, del dialogo
multiculturale e della cooperazione tra i popoli, nonché
della lotta alla povertà richiedono quindi quel che si dice
un mutamento di paradigma. Non si tratterà di un passaggio
indolore, dato che occorrerà collegare il necessario cambiamento
dei propri stili di vita con lindispensabile intervento della
politica per riconvertire leconomia. In sintesi, potremmo
dire che, affinché tutti gli esseri umani vedano riconosciuto
il loro diritto allenergia, e perché al tempo stesso
siano salvaguardati gli equilibri ambientali e climatici, occorre
innanzitutto ridurre drasticamente i consumi energetici nel nord
del mondo, portare verso la convergenza lo sviluppo dei paesi poveri
e promuovere la diffusione di tecnologie per energie rinnovabili
e sostenibili in tutto il pianeta, rinunciando allopzione
nucleare.
Decrescita, convergenza, rinnovabilità e democrazia. Il
ciclo che si instaurerebbe, tenderebbe così per scelta e
non per imposizione verso lautosufficienza e la riduzione
dei consumi non necessari. Ciò contribuirebbe al rallentamento
dellincremento del Pil globale, a cui però corrisponderebbe
un migliore impiego delle risorse personali e naturali diffuse,
inserendo un forte elemento di discontinuità con la società
dello spreco e della distruzione della natura.
La «peculiarità» delle fonti rinnovabili
Per comprendere meglio la produttività di una «nuova
narrazione», bisogna approfondire qualche valutazione sulle
speciali caratteristiche termodinamiche e chimico- fisiche delle
fonti rinnovabili e sulla loro differenza strutturale rispetto alle
fonti energetiche tradizionali.
In una centrale elettrica tradizionale o in un motore a scoppio
si usa materia [fossile per lo più] per produrre energia:
questa energia viene impiegata per usi appropriati e non viene perduta,
ma diventa inaccessibile e ritorna allambiente sotto forma
di calore e di scoria [Co2, inquinanti, materiale radiattivo etc.].
Inoltre, le tecnologie più diffuse producono energia «pregiata»
[elettrica o meccanica] tramite la combustione e la produzione di
vapore, disperdendo nellambiente grandi dosi di calore e consumando
acqua in grandi quantità. In tutti questi sistemi, per un
uso finale appropriato, si impiegano le fonti non rinnovabili con
rendimenti molto bassi e con scorie, inquinamento e aumenti locali
di temperatura consistenti. In genere, a meno di recuperi parziali
per usi termici, almeno il 70 per cento del contenuto energetico
viene disperso. Ancora, la concentrazione dei fossili e delluranio
in giacimenti localizzati richiede un enorme sistema di trasporti
e movimentazione, lo sviluppo di grandi impianti di raffinazione
e di conversione, reti di distribuzione dei prodotti energetici
che ricoprono lintero pianeta. Anche queste fasi richiedono
energia di sostentamento e, quindi, spreco e perdita uleriore di
rendimento delle fonti primarie. Per il possesso di queste fonti
ormai scarse si combattono guerre ormai permanenti, i cui costi
e il cui consumo di energia si vanno a sommare a quello disperso
in un sistema largamente insostenibile.
Dove sta allora la convenienza? Sta nel fatto che per estrarre
i combustibili fossili, la quantità di materia necessaria
è relativamente piccola e ancora minore è quella necessaria
per trasformarli in energia termica industriale [non così
per il nucleare, che ha infatti convenienze minori e può
essere sostenuto dal punto di vista economico solo dallesternalizzazione
dei suoi ingenti costi]. Così come il fuoco, le tecnologie
fondate sulla macchina a vapore o il motore a scoppio sono effettivamente
in grado di autosostenersi: lenergia da essi sviluppata nel
loro ciclo di vita è più che sufficiente per riprodurle,
mentre il consumo di materia è relativamente contenibile.
Si parla, nel loro caso, di «tecnologia vitale», di
qualcosa cioè simile ad una specie in grado di sopravvivere:
una volta nata da una tecnologia precedente, deve solo mantenersi.
Naturalmente, il fuoco e la macchina a vapore sono innovazioni autosostenibili
fino a quando è disponibile il combustibile che li alimenta
e fino a che i costi ambientali non mettono a rischio la sopravvivenza:
oggi invece siamo alla crisi definitiva della loro autosostenibilità.
Riguardo a questa crisi, cè una evidente disinformazione
sulle presunte potenzialità offerte dal nucleare. Si tratta
di una soluzione non praticabile, al di là delle insormontabili
controindicazioni ambientali, perché, per sostituire petrolio
gas e carbone, si dovrebbe costruire una centrale nucleare quasi
ogni giorno per sette anni: dato che ci vogliono dodici anni per
mettere in funzione una nuova centrale nucleare, e nove anni per
recuperare il suo contenuto energetico, arriveremmo al fatidico
2030 con benefici nulli per i cambiamenti climatici e con lesaurimento
delluranio disponibile sul pianeta. Laltra via duscita
indicata anche dal rapporto Stern e dalla Ue riguarda il sequestro
della Co2. Senza contare che è difficile e pericoloso «sparare»
tutto questo gas dal punto di produzione nelle rocce o nei mari,
si tratterebbe di un processo molto costoso, al punto da abbassare
lefficienza delle centrali e da rendere già ora più
competitiva lenergia da eolico, e tra una decina di anni,
quando presumibilmente potrebbero entrare in funzione gli impianti
di sequestro, più vantaggiosa lenergia da fotovoltaico.
Partendo da queste considerazioni, possiamo chiederci: il ricorso
alle fonti rinnovabili manterrebbe il quadro di crisi energetica,
ambientale, democratica e sociale a cui ci hanno condotto le fonti
tradizionali o ci fornirebbe una occasione di cambio autentico di
paradigma, non per via tecnica ma per via politica? La risposta
è sì, come risultato di un processo conflittuale e
di presa di coscienza orientato alla giustizia sociale ed a superare
le distorsioni dellattuale modello di produzione e di consumo.
Prima di elencare alcune peculiarità intrinsecamente positive
del ricorso al flusso di energia di provenienza solare, vanno espresse
ancora alcune valutazioni che ne mostrano problematicità
non del tutto risolte.
Per lutilizzazione diretta dellenergia solare cè
un elevata richiesta di materia, e questo aspetto va considerato
con grande attenzione. Attualmente si è giunti finalmente
alla possibilità di produrre pale eoliche, pannelli termici
e collettori solari grazie alla sola energia accumulata da essi
e, quindi, lapplicazione dei metodi esistenti basata su queste
tecnologie non è più parassitaria della tecnologia
corrente. Sono diventate anchesse «tecnologie vitali».
Dato che nessuna tecnologia può comunque creare il proprio
combustibile e il difetto principale dellenergia solare è
la bassa intensità con cui raggiunge la terra, e la difficoltà
di qualsiasi possibilità di autoconservazione, con le energie
rinnovabili non saremmo in grado di mantenere la corrispondente
struttura materiale e, necessariamente, la specie umana, se non
alla condizione di una grande riduzione dei consumi. Ma non basta:
mentre luomo, nel caso di carbone e petrolio, possedeva il
controllo degli stock fossili, non è invece in grado di determinare
quello dei flussi solari e non può disporre che del flusso
presente. Quindi deve riorganizzare i propri tempi ed i propri spazi
sulla base del suo rapporto con la biosfera, riportando leconomia
da una scala globale che ha ridotto per via capitalistica,
ma anche grazie alla disponibilità dei fossili, le persone
a quantità e i lavoratori a merci a una scala inferiore,
ponendo prima di tutto attenzione alla valorizzazione della dimensione
locale con il suo portato di risorse naturali, specificità
territoriali, conoscenze e capacità di creare valore sociale
allinterno dello stesso gioco economico. Preservando, mantenendo
e sottraendo dal mercato i beni comuni e in particolare proprio
lacqua e lenergia.
Proviamo ora a esplicitare più in dettaglio le caratteristiche
intrinsecamente rilevanti delle fonti solari [comprendendo in esse
quelle idriche, quelle eoliche e le biomasse]:
1] La possibilità di trasformare in corrente elettrica
la fonte naturale passando per ununica fase di conversione
rappresenta la più grande rivoluzione di efficienza pensabile.
Se poi si considera che lo stoccaggio di energia è per le
rinnovabili abbastanza problematico e avviene dopo la trasformazione
e non prima, risulta del tutto nuova lopportunità di
basarsi sulla domanda effettiva e non sullofferta in base
ai prezzi. Più agevole quindi pensare al valore duso
che a quello di scambio e più facile pianificare la disponibilità
energetica per il consumo locale e per un eventuale «stoccaggio
» in alimenti provenienti dallagricoltura o in acqua
portata in superficie. Èdi conseguenza decisiva la massima
vicinanza tra la raccolta tecnica delle energie rinnovabili e il
loro utilizzo, vale a dire sia lorientamento sul potenziale
naturale più disponibile sul territorio che la loro massima
diffusione decentrata.
2] Stiamo passando a energie naturali dellambiente, che
possono essere ricavate ovunque con lausilio della ricerca
e della tecnica e limpiego di lavoro qualificato e con la
riduzione di infrastrutture di approvvigionamento e distribuzione.
Proprio perché naturali, e quindi legate allequilibrio
dinamico della biosfera, tutte le tipologie solari danno luogo ad
una risultante compensativa, quasi sempre costante: in generale,
nei luoghi dove cè meno sole, cè più
vento o biomassa; dove cè più potenziale idrico,
cè meno impatto solare; dove cè forte
irradiazione solare cè carenza idrica e poca biomassa.
Questo comporta che non esiste una ricetta predefinita, ma un mix
di fonti da ottimizzare per adattarsi alle caratteristiche di ogni
territorio.
3] Le filiere delle rinnovabili sono molto più brevi [corte]
poiché viene meno il problema di predisporre lenergia
primaria e di distribuirla per lapprovvigionamento. Il potenziale
di energie rinnovabili disponibile autonomamente può essere
attivato senza accordi con i fornitori di energia primaria. Bastano
strategie comunali e regionali, dato che il mercato delle rinnovabili
è orientato dalla domanda con tutte le caratteristiche di
un mercato interno. Questo è un vantaggio enorme, ad esempio,
per il sud del mondo e per le zone rurali dove vivono due miliardi
di persone senza collegamento alla rete elettrica e, quindi, senza
ancora dipendenze obbligate dalle multinazionali dellenergia.
4] La nuova energia si può pianificare diffusamente nellambito
dellautogoverno comunale e con la partecipazione della popolazione
locale. La concessione dei siti deve essere affidata alla responsabilità
democratica a livello locale invece di attribuirla a istanze burocratiche
che non vivono il paesaggio e che lo scindono dalla vita sociale.
Leconomia energetica regionale e comunale, scegliendo il suo
mix di fonti più adatto al territorio, può riprendere
nelle sue mani la produzione elettrica, come partner dellagricoltura
e fornitore dei servizi alla produzione territoriale. I costi energetici
conseguentemente pagati dalla comunità rimarrebbero nel ciclo
economico regionale e comunale. I Piani regolatori e i tracciati
urbanistici andrebbero anchessi ridisegnati sulla base delle
esigenze energetiche codecise nel territorio: era già così
al tempo delle grandi città darte, tutte ce
lo dimentichiamo talvolta costruite e alimentate da fonti
solari.
5] Non esiste alcun monopolio dazione e di investimento
per le energie rinnovabili decentrate e non cè più
bisogno di grandi impianti, a meno di consumo abnorme di territorio
e di stoccaggi non più convenienti e, quindi, disincentivati.
La rete policentrica diventa anche per lenergia il modello
confacente alla trasformazione democratico- relazionale in corso.
6] I biocarburanti possono costituire una chance e potrebbero
sostituire i carburanti fossili solo se prodotti per uso locale
e non in concorrenza con la produzione agroalimentare. Destinati
in particolare per i mezzi agricoli e, in alternativa, per la mobilità
territoriale in abbinamento con la progettazione di motori adatti
a diversi carburanti e a trazioni ibride. Oppure per un uso flessibile
di miscele di carburanti, compreso lidrogeno prodotto da fonti
rinnovabili, utilizzato magari in celle a combustibile per la parte
elettrica, purché si vada per questa via a un superamento
dellauto di proprietà individuale, fonte di uno dei
consumi più alti di materia. È da combattere comunque
lindustrializzazione della biomassa, un nuovo tipo di colonialismo
per recuperare materia prima per i carburanti dal Brasile e dallIndonesia,
con le conseguenze ormai note per le foreste tropicali e con le
ricadute negative sulla situazione dei lavoratori agricoli.
La «narrazione» di cui trattiamo ha un riferimento
già in corso nellAfrica di oggi. Tutte le volte che
sono state alle prese con una crisi, le civiltà sono riandate
al loro passato, cercando ispirazione per il loro futuro. Anche
per la crisi energetica in corso è utile riandare alle radici
e lAfrica ci riporta indietro, non solo come luogo delle origini,
ma come inizio di una società in cui emerge la complessità
e come organizzazione comunitaria in cui il linguaggio e la cultura
fanno la loro indelebile apparizione. Un luogo da cui ripartire
conservando la memoria, dove risorse naturali, sopravvivenza, rispetto
dellaltro, spazi di comunità e conquiste sociali sono
alla pari e senza alcuna soggezione di fronte alle meraviglie o
alla ferocia della modernità.
Ho avuto la fortuna per alcune settimane in due inverni consecutivi
[2006 e 2007] di soggiornare in villaggi e in città per tessere
la rete del «Contratto mondiale per lenergia e il clima»
tra i movimenti subsahariani. Ho imparato, ad esempio, che il diritto
allenergia è molto meno immediato, e sentito a livello
popolare, del diritto allacqua. Che la percezione dei cambiamenti
climatici corrisponde al vedere avanzare il deserto o abbattersi
piogge torrenziali senza aver consumato negli stessi luoghi quantità
rilevanti di energia e, quindi, a sentire la terra un tuttuno,
ma la proprietà delle risorse una spaventosa divisione. Ho
appreso che luso di energia ha effetti decisivi non, come
ci verrebbe da pensare, per maggiori consumi, ma innanzitutto per
ligiene e per la salute, e che lacqua ne è il
vettore naturale. Ho capito che lenergia è associata
alla vita in quanto cibo, conservazione, trasmissione di cultura
in continuo deperimento, mobilità muscolare e collettiva
ancor prima che meccanica. Che leccesso di radiazione solare
è stato controllato nelle abitazioni, negli indumenti, nelle
cadenze degli orari e nelle forme di relazioni adottate, ma non
ha traduzione alcuna in dispositivi in grado di sfruttarne la diffusione
e limplacabile continuità per combattere la povertà.
Che un conflitto tra uso dellacqua dei fiumi a fini energetici
e a fini agricoli è la riproposizione attuale dei rapporti
coloniali appena superati. Che le organizzazioni locali dei sindacati
sono purtroppo le sostenitrici più accanite della conservazione
di un modello di grandi centrali ad olio, che lAfrica non
ha mai desiderato se non su richiesta dei suoi dominatori, e che
il futuro dei grandi «slums» di Nairobi o di Dakar rischia
di essere la discarica di parchi auto ed elettrodomestici della
classe media che si arricchisce. Ho constatato che sul Delta del
Niger le grandi compagnie petrolifere [e tra esse lEni] per
estrarre più velocemente petrolio bruciano in loco il gas
associato ai pozzi e che lanidride carbonica immessa in tal
modo in atmosfera è quasi due volte quella che emette per
le sue attività la popolazione di tutta lAfrica subsahariana.
Oltre a tutto ciò ho però sentito già la
potenza di una nuova narrazione. Nel convegno di Dakar del 2006
sulla saggezza, Boris Diop, un intellettuale prestigioso e una icona
locale dei movimenti, ripeteva che la fonte energetica rinnovabile
più preziosa sta nella lungimiranza e nella memoria degli
anziani dei villaggi, che conoscono le soluzioni più adatte
allintegrazione tra vita, territorio, risorse e risparmio.
Ho constatato che le compagnie cinesi che firmano contratti per
prelevare il petrolio africano, scambiano tecnologie solari ed eoliche,
oltre che manutenzione e formazione per il loro mantenimento, su
pressione delle associazioni non governative e su richiesta dei
governi locali democratici, che temono un boom energetico senza
ricadute durature sulla loro popolazione. Ho avuto la sensazione
che la stessa opzione già operante con il salto dalle linee
telefoniche tradizionali ai cellulari satellitari sia in atto per
lenergia rinnovabile diffusa da piccoli impianti, e che le
nuove potenze come Sudafrica e Nigeria vogliano investire in questa
direzione in tutto il continente, contando anche sulle rimesse degli
emigranti che costituiscono già oggi la metà degli
investimenti esteri.
In effetti, tutta la cultura tradizionale e la contiguità
col mondo naturale, interpretata come un valore necessario alla
sopravvivenza, rendono qui auspicabile il cambiamento, non tanto
tecnologico, quanto politico, sociale e organizzativo del modello
di produzione e consumo dei paesi ricchi. Così, sembra formarsi
con originalità la via africana alle energie rinnovabili,
per un benessere sobrio, che valorizzi i modi di vivere delle comunità,
capace di integrare le loro attività con le risorse del territorio
e di chiudere su di esso i cicli energetici altrimenti aperti. Comunità
disposte a diventare nomadi per seguire nella sua evoluzione ciclica
la natura, piuttosto che costringerla ad adeguarsi ad una civiltà
artificialmente disarmonica. La fonte solare, vista come grande
possibilità di approvvigionamento energetico decentrato e
democratico [svincolato anche dagli intermediari ex colonizzatori
come le grandi multinazionali], perfettamente integrabile nel territorio
e controllabile dalla comunità, è la chiave di una
svolta a cui si è cominciata a dedicare la rete africana
del «Contratto per lenergia e il clima», rete
in crescita nei territori, nelle università, nelle adesioni
dei movimenti. Differentemente dal nord ricco, dove prevale una
visione catastrofica del cambiamento climatico e la preoccupazione
della sopravvivenza, lAfrica concentra già ora il suo
sforzo attorno al cambiamento energetico e alle nuove potenzialità
di vita che si possono offrire in simbiosi con la natura.
Prime conclusioni
Si sta verificando una possibilità inedita di interpretare
anche sotto la categoria dellenergia e della politica energetica
molti aspetti della lotta dei movimenti per un nuovo mondo possibile.
Una categoria molto potente per produrre sintesi e per creaare una
narrazione che, come nel caso dellacqua, sposti verso la vita,
luniversalità dellaccesso e il mantenimento dei
beni comuni lobiettivo principale delleconomia, oltre
che il compito riconosciuto della politica. Occorre, per dar vita
a un immaginario fecondo e alternativo a quello fino ad oggi prevalente
almeno nei paesi ricchi, convincersi che non ci sono più
piani diversi per la lotta per lambiente e per quella per
la giustizia sociale. È indispensabile cominciare ad avere
una visione planetaria dei problemi e unattenzione lungimirante
al futuro, con un mutamento del contesto spaziale e temporale in
cui si è valutata la crescita nellera dei fossili,
scegliendo la biosfera anziché la geopolitica come terreno
di analisi e come spazio reale entro cui contenere e ridurre consumi
e produzioni materiali.
È aperto un conflitto molto profondo, che riguarda gli
spazi di democrazia, le prospettive di pace, le relazioni con la
natura e la scelta della multiculturalità come metodo di
approccio alla ricerca delle soluzioni. Immanuel Wallerstein ha
indicato tre ostacoli potenti al cambiamento auspicato: gli enormi
interessi delle multinazionali, in particolare dellenergia,
che si opporranno a internalizzare i costi effettivi delle fonti
inquinanti da loro immesse in concorrenza sul mercato e che lotteranno
per ulteriori liberalizzazioni e deregolamentazioni; la difficoltà
dei paesi poveri a ristrutturare le proprie produzioni in assenza
di cooperazione internazionale; il consumismo dei paesi e delle
classi sociali ricche che, per essere ridotto, richiede si cambi
significativamente il proprio stile di vita, maturando allinterno
del proprio sistema di valori una concezione della vita più
paritaria e aspirando a una socialità e a una convivialità
sostitutive dello spreco individuale. Questi ostacoli sono già,
nelle analisi e nelle soluzioni, il nucleo di un programma politico
a cui offre un sostegno formidabile il cambio di paradigma qui in
alcuni aspetti analizzato dai fossili al solare.
Per rendere più concreto e gradevole fissare gli obiettivi,
abbiamo pensato alla «bellezza dei numeri», intesi come
traguardi per la salute della specie e della Terra. 1 Tep [Tonnellate
equivalenti di petrolio] pro capite di consumo di energia entro
il 2050; 1,5 Ton/anno pro capite di emissioni di Co2 entro il 2050;
inversione dell«overshoot day» al 31 dicembre
nel 2030; impronta ecologica a 1,8 ettari/pro capite al 2030; 100
grammi di Co2 per chilometro massimi come emissioni da veicoli al
2010.
Abbiamo detto fin dallinizio che esiste un formidabile riferimento
per la nuova narrazione: lesperienza maturata in tutto il
mondo e anche nel nostro paese sulla riconsegna dellacqua
al diritto alla vita, alla proprietà e al governo pubblici
e alla partecipazione democratica. La questione dellenergia,
nel momento in cui la si associa al mutamento climatico, cammina
sulle medesime gambe: infatti quando cambia il clima, cambia la
natura; quando cambia la natura, cambia la disponibilità
dellacqua, la fertilità del suolo, la forza dei venti,
la consistenza della vegetazione, la ricchezza della fauna e della
pesca. Ma tutto questo colpirà in particolare i paesi del
sud e, ancor più, le economie più fragili. Stiamo
per commettere una violazione dei diritti umani minando la base
della sussistenza di tanta gente, che potrebbe perire o dover diventare
rifugiato ambientale. È così che la questione energetica
sta diventando sempre più comprensibilmente la questione
dei diritti umani, iscrivendo il suo ruolo nel contesto delle lotte
universali per lemancipazione.
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