In questo numero:
1 - Il piacere, la sofferenza e l'economista
Da Jean Marie Harribey
La poverta' aumenta malgrado la crescente ricchezza. Le inugualgianze si
accrescono malgrado l'educazione e la sanita' quasi gratuita. Il legame
sociale si sfalda tanto piu' quanto la comunicazione trionfa. E il degrado
dell'ambiente si accumula nonostante la tecnologia passi di exploit in
exploit. C'e' di che meravigliare il cittadino, al quale non si e' smesso
di ripetere che, con il miracolo del mercato, il capitalismo e' stato
portatore di benessere per l'umanita'.
L'economista standard, lui, non e' sorpreso da questi paradossi.
D'altraparte, ai suoi occhi, questi non sono oparadossi. La disoccupazione
durevole riduce alla marginalita' coloro che vi piombano? E'perche' i
disoccupati sono consenzienti. Con quale ragionamento l'economista standard
arriva a queste conclusioni? Sulla piazza (del mercato) una folla numerosa,
variegata, in scarpe da ginnastica o a piedi nudi, si presenta davanti ad
alcuni personaggi, d'identita' incerta, piuttosto multinazionali, ma tutti
vestiti in tre pezzi e un telefonino incollato all'orecchio. Ciascuno di
loro fa venire davanti a se un solo "va-a-piedi-nudi" per volta, gli
domanda di posare la sua borsa da diplomato sulla bilancia, e,
invariabilmente gli propone un impiego a tariffa appena sotto il minimo
legale. Il "povero" esita e gia' il signor multinazionale gli ha mostrato
con un dito indifferente il resto della folla, misera, che gronda
impazienza, facendo segno al prossimo di avvicinarsi.
L'economista standard, che ha osservato la scena, spiega. Due individui
sono faccia a faccia e dunque e' uguaglianza. L'uno offre la sua capacita'
di lavoro, l'altro la domanda. Colui che ha immediatamente giudicato
l'importanza della folla, ha proposto una tariffa di ingaggio molto bassa.
Colui che creca lavoro (il va-a-piedi-nudi) ha elaborato nella sua testa un
calcolo razionale, continua l'economista standard: se lavoro, mi
stanchero', questo mi portera' un dispiacere (un'inutilita', dice
l'economista standard); come controparte percepiro' una somma con cui
comprarmi lo stesso telefonino che non smette di suonare davanti a me e il
mio piacere aumentera'. Il dispiacere supplementare e' superiore o
inferiore al piacere supplementare? Se e' superiore io resto disoccupato;
se e' inferiore accetto il lavoro. L'economista standard conclude: il
disoccupato ha scelto la situazione piu' favorevole per lui. E aggiunge: i
dipendenti di Marks & Spencer avrebbero dovuto accorgersi in tempo che i
loro salari stravaganti non permettevano di versare due miliardi di
sterline agli azionisti da qui al marzo 2002 e un "premio di produzione"
di
un milioine di euro al P.D.G. con 15 milioni di euro in opzioni-stocks.
Quanto ai salariati di Danone, quale miopia! Non vedono che 4,7 miliardi di
franchi di profitto nel 2000 non sono ancora sufficienti. 4000
licenziamenti da una parte e 1700 dall'altra sono la sentenza resa dal
mercato mondiale.
L'inquinamento sommerge le nostre coste, infesta le nostre campagne e
soffoca le nostre citta'? L'economista standard ha una risposta.
L'inquinamento, dice, e' simile alla disoccupazione, che d'altra parte e'
una sorte di inquinamento sociale. Se gli inquinatori inquinano senza
ritegno, essi causano una tale sofferenza agli inquinati che questi hanno
interesse a riacquistargli i diritti di inquinare fin quando la sofferenza
supplementare che riescono a far diminuire, e' uguale al profitto
supplementare, che si sa a qual punto faccia gioire il proprietario del
capitale, il quale lo ottiene producendo salatamente. A questo punto
inquinatori e inquinati sono felici dato che ne' l'uno ne' l'altro potra'
conoscere una situazione migliore di questa, avendo scambiato liberamente,
in parti uguali, il diritto di inquinare.
L'economista standard, imperturbabile, prosegue. I diritti di inquinare
sono dei buoni di piacere per l'inquinatore e dei buoni di tortura per gli
inquinati quando questi non li posseggono. Bisogna che piaceri e sofferenze
si riequilibrino: il prezzo che il mercato fissera' per questi diritti
all'inquinamento sara' tale che il piacere supplementare degli uni sia
esattamente compensato dalla minima sofferenza degli altri. Ai curiosi che
domandano come si comprino i piaceri, lo scienziato, irritato, risponde che
la variazione relativa dei prezzi che gli uni e gli altri accettano di
pagare ne da' la misura, dopo aver affermato al contrario che la variazione
relativa delle soddisfazioni deve determinare i prezzi;
Non meno soddisfatto di se, l'economista standard e' riuscito a dissertare
sulla razionalita' economica. Ha costruito un mondo immaginario dove tutti
gli individui negoziano liberamente sulla base dell'ugauglianza: padroni
delle grandi imprese e salariati, baroni e disoccupati, inquinatori e
inquinati, boia e vittime. Non esiste alcun rapporto di forza, tutti stanno
in un universo organizzato attorno ad un contratto di mercato che regola
tutte le relazioni umane. Concepire un individuo separato da tutte le
radici collettive e' indispensabile per attribuire al mercato la sua
funzione regolatrice a tutta potenza. O meglio, la collettivita' non
esiste: non ci sono che dei Robinsons isolati e contrapposti. L'economista
standard insiste perche' lo Stato sia ridotto al minimo e non possa turbare
questo insieme cosi' naturale, non venga a perturbare questo edificio
ottenuto da una volonta' tanto divina quanto provvidenziale.
"Naturale"! La grande parola dell'economista standard. Il sesamo del
suo
paradiso intellettuale; il suo feticcio. La mormora, la invoca, la
proclama, la bisbiglia. L'estasi dell'economista standard: tutto naturale
in economia. Il diritto di proprieta' per primo. La proprieta' dei beni e
soprattutto del capitale. Come si e' concentrato il capitale? Naturalmente,
perche' certi uomini sono formiche e altri cicale. Perche' il capitale
cerca di impossessarsi di cio' che non appartiene a nessuno ed e' stato
quindi finora il bene comune dell'umanita': l'acqua, il genoma, il sapere?
Perche' la natura non puo' essere scambiata, non puo' avere un prezzo se
non ci se ne appropria; e, come merce di scambio e' naturale e su essa si
fonda la societa', quindi tutto deve essere commercializzato, anche la
natura, alla quale verra' cosi' conferito uno status veramente naturale.
La natura non conosce che una regola, professa l'economista standard: il
forte mangia il debole. La concorrenza economica e' cosi' naturale come la
competizione tra specie per la sopravvivenza. Nessun bisogno di regole
sociali che impediscono l'eugenetica e la selezione naturale. Nessun
bisogno di diritto del lavoro perche' e' sufficiente il contratto
individuale. Nessun bisogno di sicurezza sociale perche' le assicurazioni
assicurano quelli che la selezione naturale ha autorizzato a vivere. Nessun
bisogno di pensioni perche' le assicurazioni assicurano quelli che hanno i
mezzi per assicurarsi, cioe' quelli che la selezione naturale ecc. ecc.
Le soluzioni che hanno prevalso in occidente da piu' di due secoli ne sono
la prova. Conviene dunque estenderle a tutti i popoli della terra. Se le
tradizioni di questi frenano l'applicazione dei legami naturali e
universali,, qualche piano di aggiustamento strutturale mettera' quel
popolo in ginocchio, cesseranno tutte le resistenze e comprenderanno infine
che resistenza fa rima con sofferenza e desiderio di consumo con piacere. I
proprietari fondiari che amministrano la terra la amministrano in virtu' di
un diritto naturale. I Senza -Terra lo sono naturalmente e se lottano, un
proiettile provvidenziale li portera' alla loro condizione naturale di
mortali. Se si riprendono, potranno vendere sul mercato mondiale il loro
sacco di riso o farina allo stesso prezzo di quelli dei cerealicoli
americani o europei, prodotto intensivamente e aiutato da sovvenzioni
naturali come le catastrofi.
L'economista standard ha anche concepito un discorso sull'economia che fa
di questa un'entita' separata dal reale. Dal reale fatto di relazioni
sociali, di rapporti sociali, da conflitti, da interessi contradditori, da
passioni irragionevoli, da ricerche disinteressate, da calcoli sordidi e
anche da atti gratuiti, non resta che un calcolo di ottimizzazione. Non
solo l'economista standard pensa l'economia come distaccata dal reale, ma
impone un'immagine del reale semplicemente decalcata dalla sua economia
immaginaria perfettamente razionale. Meno la societa' - insieme di
istituzioni, di regolamentazioni, di luoghi di socializzazione, di segni di
identificazione - esiste, piu' l'individuo e' atomizzato e sottomesso alla
legge, ben inteso naturale, del mercato, che una volta creata si sgancia
dalla sua matrice, la societa', subordinando tutto alla razionalita' della
redditivita'.
A causa della violenza del suo rifiuto della realta', l'elucubrazione
dell'economista standard ha una portanta ideologica enorme. In effetti, se
l'economia funziona secondo leggi naturali, tutte le azioni politiche per
orientare l'evoluzione della societa' sono inutili. In piu' esse non
potranno che creare sofferenze che il mercato ci evita spontaneamente.
L'economista standard ha cosi' rispettato il quaderno delle cariche imposte
dal suo comandatario, il capitale, che aveva passato comando di una visione
liberale della societa'.
L'economista standard e'stato determinato e nuota nella fortuna: e'
ricompensato da qualche gratificazione simbolica, da lusinghe mediatiche,
da una promozione in libreria, da una nomina a qualche caricha o presidenza
di ufficio congiunturale, o da qualche oscar ( la nomina non e' che un
primo grado) riservato ai piu' servili.
Cosa puo' fare l'economista a piedi nudi di fronte al grado zero del
pensiero dell'economista standard, di fronte alla sua filosofia di una
disciplina che non ha piu' niente dell'economia politica e che non e' che
la codificazione degli interessi dei possidenti? Parafrasando una frase di
Marx, diciamo che gli economisti standard non fanno che falsificare il
mondo. Si tratta ora di fargli vedere, adottando il punto di vista dei
dannati della terra, di quelli che soffrono, di quelli che subiscono
l'indifferenza sociale, che avranno allora qualche chance di trasformarlo.
Jean Marie Harribey
2 - Istituzioni finanziari internazionali
Da Agir IciPer ottenere
le riduzione del debito come per accedere ai nuovi
finanziamenti, i paesi del sud sono dipendenti sull'apprezzamento portato
dagli IFI sui loro politici. E' questo verdetto che determina l'
atteggiamento dell'insieme dei finanziatori, bilaterali come multilaterali.
Si capisce da questo lo straordinario potere di pressione di cui gli IFI
dispongono. Loro impostano quindi una panoplia di misure cosi dette di
adattamento strutturale: gravi tagli nelle spese pubbliche, la
privatizzazione sistematica delle imprese controllate dallo Stato, l'
instaurazione della politica di recupero dei costi, fine delle sovvenzioni
dei prodotti di base, eccetera.I servizi di base; la salute, l'educazione, l'acqua
potabile e la
depurazione, oppure l'energia domestica, si trovano così rapidamente
fuori
dalla portata delle popolazioni più povere. Orbene, l'uguaglianza d'accesso
a questi servizi costituisce un elemento indispensabile dello sviluppo
durevole e fa parte integrale dei diritti fondamentali.E' per tutto questo che
Agir ici, l'AITEC e il CRID, con il sostegno d'una
trentina d'associazioni, lanciano una campagna diretta verso la Francia in
quanto azionista principale degli Istituzioni Finanziari Internazionali. I
cittadini sono invitati a interpellare il Primo Ministro, il Ministro dell'
Economia e delle Finanze, e il Ministro delegato alla Cooperazione e alla
Francofonia, per chiedergli:-di rifiutare l'imposizione degli IFI alle privitazione
e a tutte le altre
misure che limitano l'accesso ai servizi del base;
-d'esigere un bilancio indipendente dell'impatto di queste misure sull'
uguaglianza d'accesso ai servizi del base;
-di proporre, per la Conferenza internazionale sul finanziamento dello
sviluppo in marzo 2002, che per lo meno 30% dei finanziamenti multilaterali
siano consacrati ai servizi del base;-di rendere conto al Parlamento e alla
società civile delle proposte difese.Questa campagna, lanciata in maggio
in occasione della Terza Conferenza
delle Nazioni Unite sui paesi meno avanzati, finirà prima delle Assemblee
annuali del FMI e della Banca Mondiale, nel settembre prossimo, con all'
orizzonte la Conferenza Internazionale sul finanziamento dello sviluppo del
marzo 2002.
Per ulteriori informazioni contattare Agir ici : agirici@globenet.org
Agir ici per un mondo di solidarietà- 104, rue Oberkampf - F- 75011
Paris - Tel: 33-1-56 98 24 40 -- Fax: 33-1-56 98 24 09
www.globenet.org/agirici
3 - Cinque punti
essenziali sulle multinazionali
di George Menahem
Lo sconvolgimento delle multinazionali
Che cos'è una multinazionale? Come l'indica il suo nome è un'impresa
i cui luoghi di intervento si trovano in più paesi alla volta. Ma esistono
varie specie di multinazionali. Può trattarsi di esportazione di prodotti
tramite l'intermediazione di una filiale. O della produzione oltre frontiera
tramite filiali provenienti da investimenti diretti all'estero - IDE, o riscatto
di ditte locali). Per esempio, Le Monde Diplomatique, è una multinazionale
che ha delle filiali all'estero, che editano dei giornali e delle edizioni estere.
Perché una ditta sia una multinazionale, non è dunque necessario
che sia quotata in borsa o che abbia raggiunto un importo minimo di vendite
o di esportazioni. Se ci basiamo sulla definizione molto generale dell'ONU,
il solo controllo di almeno una filiale estera che rappresenti almeno il 10%
del suo capitale, basta a definire il carattere multinazionale di una ditta.
La CNUCED, una delle "filiali" dell'ONU, contabilizzava così,
all'inizio del 2000, ben 63.000 ditte multinazionali che controllavano 690.000
filiali nel mondo. E' dieci volte di più che alla fine degli anni sessanta,
quando c' erano solo 7000 ditte multinazionali nel mondo. Ed è ancora
molto di più che nel 1995, anno in cui erano state recensite 44.500 ditte
multinalzionali con 277.000 filiali ( ciò che corrisponde ad una crescita
del 7% all'anno, e del 20% all'anno per il numero di filiali - moltiplicato
per 2,5 in 5 anni per l 'accelerazione delle fusioni e delle acquisizioni).
A questo ritmo, il mondo delle imprese sarà presto composto solo da filiali
controllate da un numero più ristretto di gruppi multinazionali.
La logica del capitale finanziario governa il loro funzionamento.
Un tale movimento sembra irresistibile. Dimostra, non solo qual è la
potenza dell'onda che internazionalizza l'economia, ma anche e soprattutto come
questa mondializzazione è essa stessa trascinata in avanti dallo sconvolgimento
della concentrazione delle imprese in gruppi transnazionali. Un'impresa diventa
e resta una multinazionale perché fa più profitti che rimanendo
nazionale. Perché può scegliere su scala mondiale e secondo i
suoi interessi la localizzazione dei suoi stabilimenti e luoghi di produzione,
ma anche dei suoi rifornimenti, finanziamenti, circuiti di commercializzazione,
di reclutamento, di mercato. Prende classicamente le sue decisioni comparando
i costi ed i vantaggi che gli procura ogni soluzione nazionale presa in considerazione.
L'esperienza corrispondente delle operazioni internazionali gli porta una superiorità
decisiva sulle altre imprese che dividono lo spazio nazionale.
E' qui che interviene la predominanza del capitale finanziario. Poiché
è lui che dirige le attività delle multinazionali. Prima tramite
il ruolo di barometro che svolgono le evoluzioni delle quotazioni in borsa del
valore dell'impresa sulle principali piazze finanziarie. Quando il livello del
valore della borsa sale, tutto va bene. Quando stagna, i dirigenti si preoccupano.
Quando il livello scende, la sua caduta trascina in basso il livello del morale
del gruppo dirigente. La nave entra allora in una zona tempestosa dove può
succedere di tutto, un'OPA detta "amichevole" (offerta pubblica di
acquisto realizzata in concertazione con la direzione) o altrimenti detta "ostile",
o ancora un'OPE (offerta pubblica di scambio di azioni contro azioni dell'eventuale
compratore). Questi ultimi mezzi di acquisire il controllo di un'impresa hanno
il vantaggio di non costare cari all'aquirente, ciò che ha permesso alla
"piccola" AOL di prendere il controllo della "grande" Time
Warner.
Il secondo ruolo del capitale finanziario viene dall'imperativo del suo rendimento:
svolge il ruolo di una bussola che deve fissare gli orientamenti strategici
della ditta. Se un negozio parigino di Marks & Spencer ha delle troppo deboli
prospettive di profitto, la direzione lo chiude, quali che siano i servizi che
può rendere alla popolazione locale e quale che sia l' integrazione del
suo personale al luogo. Allo stesso modo, gli stabilimenti di produzione dei
biscotti LU avevano delle prospettive di rendimento più deboli di altri.
La direzione del gruppo multinazionale Danone è fondata su un calcolo
freddamente economico (come Renault a Vilvorde) e ha dunque deciso di chiuderli,
senza prendere in considerazione né il suo successo passato né
gli sforzi della squadra di produzione.
In questo caso, la bussola del rendimento del capitale finanziario ha determinato
quali territori e quali città bisogna sviluppare e quali sono quelli
che hanno diritto solo alla carità pubblica. Ma ha ancora più
capacità: permette anche di sapere quali sono le malattie che meritano
di essere curate e quali sono, invece, quelle per le quali l'industria farmaceutica
non ha interesse. Così, su 1.223 molecole messe sul mercato tra il 1975
e il 1997, solo 13 sono specifiche per le malattie tropicali, e su queste, cinque
sono prodotti della ricerca veterinaria. Non è, in effetti, "redditizio"
consacrare dei fondi per sviluppare delle ricerche su malattie, certo molto
diffuse, ma che riguardano popolazioni senza notevole potere di acquisto.
4-Multinazionale e liberismmo, stessa battaglia
Per le multinazionali, la
globalizzazione è molto semplice! Per esempio, Percy Barnevik, l'ex presidente
svedese di ABB, una multinazionale di impianti elettrici dislocata in Svizzera,
ne dava nel 1995, una eccellente definizione: "definirei la globalizzazione
come la libertà per il mio gruppo di investire dove vuole, quando vuole,
per produrre quello che vuole, rifornendosi e vendendo dove vuole, e dovendo
sopportare meno impedimenti possibili in materia di diritti del lavoro e di
convenzioni sociali". E questa filosofia sembra essergli riuscita poiché,
secondo una classifica delle ditte transnazionali pubblicata nel 2001 da una
delle organizzazioni specializzate dell'ONU, adesso ABB è la quindicesima
nella classifica mondiale, la sesta in quella europea e la seconda in quella
svizzera ( per l 'ammontare del patrimonio estero da lei posseduto).
Una tale dichiarazione ben riassume il messaggio fondamentale del liberismo:
tutta la libertà per le imprese e tutti gli oneri allo Stato al quale
fanno la gentilezza di permettergli di accoglierle, ma esigendo di limitare
al massimo le tasse e le normative, perché altrimenti vanno da un'altra
parte. Sono numerose le imprese che aderiscono a questa concezione e che non
ammettono altra legge che la difesa del loro "valore di azionariato",
cioè la stima da parte dei mercati borsistici del valore del loro gruppo.
E numerosi sono i dirigenti politici, come Richard Nixon, Ronald Reagan o Margareth
Thatcher che hanno creduto nella fecondità di questa dottrina e che,
"per il bene dell'umanità" hanno rimpiazzato molte delle leggi
e delle norme che inquadravano l'economia con delle anonime norme di mercato.
Queste trasformazioni iniziate negli anni 70' hanno dato un vigoroso impulso
allo sviluppo delle multinazionali, ciò che fa sì che, dopo la
fine degli anni 60 ', se ne siano create 56.000, dieci volte di più che
nei cinque o sei secoli precedenti.
Dietro la diversità delle multinazionali uno stesso principio fondamentale:
l'organizzazione dello sfruttamento del lavoro e delle rendite di posizione.
Una multinazionale esiste a partire da una coppia fondamentale: un prodotto
o servizio, che fonda la sua identità, e una capitale finanziario, che
si tratta di valorizzare, realizzando e vendendo quel prodotto o servizio. Co-esistono
molteplici soluzioni nel mondo che permettono di associare questi due termini,
nei quali si tratta sempre di organizzare al meglio lo sfruttamento della forza
lavoro e delle rendite di posizione che l'impresa possiede in un paese o in
un mercato. Cinque esempi permettono di illustrarlo.
Primo esempio, TotalFinaElf è un'impresa caratteristica, malgrado il
suo forte potenziale di ricerca, delle vecchie multinazionali, imperniate in
primo luogo, sulla riscossione di una rendita alle spalle dei paesi del sud.
Si è così costituita un insieme di rendite con il petrolio comperato
a basso prezzo dalle ex colonie africane (Gabon, Tchad, ecc.) od ancora sfruttando
la situazione di paesi come la Birmania, dove una dittatura ha permesso il lavoro
forzato di migliaia di giovani per installare una gigantesca pipe line.
Due altri gruppi transnazionali studiati, mettono in rilievo il carattere di
quelle multinazionali che vogliono cavalcare per il proprio profitto le tendenze
più recenti dello sviluppo scientifico e tecnico appropriandosi di alcune
delle loro ricadute. Aventis mira ad impadronirsi delle filiere biologiche di
produzione di nuovi medicinali e di organismi geneticamente modificati grazie
a delle ricerche scientifiche e tecniche riguardanti la manipolazione dei genomi.
Ma per fare questo, non si fa imbarazzare da scrupoli etici che riguardano le
conseguenze dei suoi esperimenti né dalla preoccupazione delle implicazioni
sociali degli spostamenti della forza lavoro scientifica tra la Francia, gli
Stati Uniti e la Germania. Allo stesso modo, in un altro campo, Vivendi Universal
moltiplica i dispositivi destinati a creare dei bisogni di immagine, di viaggi,
di comunicazione o di spettacolo dei quali assicura la distribuzione. Per questa
compagnia più specializzata nella tariffazione che nella distribuzione,
si tratta prima di tutto di installare dei contatori di tariffazione sulla gigantesca
rete elettronica di distribuzione di divertimenti che mira ad estendere sul
mondo intero, allo stesso modo che la CGE, e poi Vivendi-eau, hanno fatto una
fortuna considerevole prelevando la loro decima sulla circolazione dell' acqua
in Francia e in una cinquantina di paesi nel mondo. Da parte sua, Danone dà
l'esempio di una strategia "senza invenzioni" fondata sulla creazione
di un marchio unicamente a partire da cessioni e acquisizioni di attività
presso imprese concorrenti o vicine. Questa impresa trasformò l'attività
di produzione di contenitori in vetro della BSN in attività agro-alimentari,
lasciando i contenenti per i contenuti, vendendo certe filiali, comprandone
altre, riorganizzando e consolidando il tutto fino a costituire la Danone. Questa
nuova impresa, nella rete di produzione, ugualmente multinazionale, prolunga
la vecchia. Ma, questa volta, ha per immagine "la salute" e vende
solo prodotti freschi, acque minerali, alimenti per neonati, per una cifra di
affari di 100 miliardi di franchi, ossia 100 volte di più che all'inizio.
All'origine questo riassetto delle attività teneva in considerazione
i salariati degli stabilimenti. Ma oggi sono prevalenti gli interessi immediati
degli azionisti e Danone preferisce abbandonare la sua immagine di marchio sociale
giudicata "troppo costosa". Inizio del 2001, per aumentare le speranze
di profitti e dunque la valorizzazione in borsa del suo capitale, Danone ha
così annunciato la chiusura di alcuni biscottifici e il licenziamento
di 3000 persone in Europa, di cui 1700 in Francia, questo malgrado i profitti
record di queste imprese (4,7 miliardi di franchi di risultato netto, di cui
900 milioni di utili per LU Francia).
Ultimo esempio, Nike è una ditta transnazionale che ha la particolarità
di appaltare tutte le sue operazioni di produzione. I suoi dirigenti giustificano
questa strategia dicendo che:
" Siamo dei commercianti e degli stilisti. In funzione del costo della
mano d'opera, aiutiamo i nostri parteners ad adattarsi nel paese più
interessante. Ma i rischi di produzione sono a carico degli appaltatori".
Realizzando il 99% della sua produzione in Asia, Nike ha sviluppato tutta "un'arte
dell'appalto" che consiste a sorvegliare che questi fornitori siano sempre
sul filo del rasoio: l'impresa americana rilascia delle licenze Nike solo a
quelli che hanno una buona produttività, che rispettano la qualità
richiesta e che non si mettono in sciopero. Questa licenza è riveduta
tutti i mesi, non c'è diritto all'errore. Ciò che spiega la debole
parte della mano d'opera nei costi di fabbricazione (meno dell'1% del prezzo
di vendita delle scarpe nel 1998) e, nello stesso tempo, la situazione dei lavoratori
indonesiani o cinesi che le fabbricano: neppure un salario supera i 300 franchi
mensili per 12 ore di lavoro al giorno.
Ma il capitale finanziario è anche al centro della debolezza delle multinazionali.
Quando l'importanza dei capitali finanziari che una ditta può raccogliere
dipende dal livello delle sue quotazioni in borsa, e dunque della sua immagine
mondiale, allora questa multinazionale diventa vulnerabile. Poiché la
sua "legittimità" non è il risultato dei suoi titoli
di proprietà ma della fiducia che gli è accordata dagli investitori
del mondo intero, che sono molto sensibili alla sua immagine.
Lo testimoniamo diversi esempi di globalizzazione delle campagne di denuncia
e l'influenza dei media.
La concentrazione della cifra di affari della Shell su un solo marchio ha procurato
un bersaglio relativamente facile a Greenpeace nel 1995. Dopo il suo progetto
di affondamento di una piattaforma petrolifera nel mare del Nord, la multinazionale
è stata tanto più colpita dal movimento di boicottaggio europeo
in quanto il suo solo marchio era molto noto e facilmente identificabile. Dopo
la caduta del 20% delle vendite in Germania nello spazio di qualche settimana,
la direzione ha dovuto capitolare. Lo stesso per TotalFinaElf: di fronte al
movimento di opinione seguito all' inquinamento dovuto al naufragio dell'Erika,
il suo PDG ha dovuto riconoscere la sua "responsabilità morale"
nel naufragio e mobilitare la sua grande generosità per consacrare un
bilancio di 50 milioni di franchi in 5 anni ad una Fondazione il cui scopo è
di "ristabilire l'equilibrio ecologico dopo la pilizia delle spiagge del
litorale".
E' la stessa esperienza che hanno fatto ditte come la Nike o la Reebok, la Gap
o Levi's o Disney, accusate, non senza ragione, di sfruttare la mano d' opera
del terzo mondo attraverso la loro rete di appaltatori. Essendo state oggetto
di campagne di sensibilizzaizone dell'opinione pubblica particolarmente da parte
del collettivo "Dell'etica sull'etichetta", che riunisce 47 organizzazioni),
la loro immagine e il totale delle loro vendite ne hanno sofferto. Da qui un
ribasso delle loro azioni. E' la denuncia dei rapporti quasi schiavistici di
sfruttamento o piuttosto la sua traduzione finanziaria a Wall Street, che ha
avuto il carattere più persuasivo? Certamente alcuni dei più abili
utilizzatori delle delocalizzazioni delle unità produttive hanno capito
che dovevano modificare, in un senso più sociale, le consegne date ai
loro appaltatori.
Nell'autunno 1996 la prima pianta transgenica americana è arrivata sul
mercato europeo: una soia fabbricata da Monsanto e resistente ad un erbicida.
Su questa scia è apparso il mais Bt della società svizzera Novartis,
resistente ad un insetto predatore, la piralide, e ad un erbicida. La rivolta
di una parte dell'opinione pubblica, su iniziativa delle associazioni ecologiste,
è stata tale che alcuni paesi europei hanno proibito dal gennaio 1997
l'utilizzo e la vendita di queste nuove varietà. Risultato: le azioni
di queste società sono scese. Hanno dovuto modificare le loro strategie.
Da un'altra parte, numerose ONG o organizzazioni contadine si sono impegnate,
con l'appoggio di certi governi del Nord e del Sud, nella lotta contro i tentativi
di appropriazione della biodiversità da parte di Novartis o Aventis.
Nel 1993, a Bangalore, 300.000 contadini indiani hanno manifestato contro gli
accordi dell'Uruguay Round sui diritti di proprietà intellettuale, che
potevano sfociare nella perdita del controllo sulle loro sementi. Una rete internazionale
come Via Campesina, che riunisce 65 organizzazioni contadine, tra cui la Confederation
Paysanne, in una quarantina di paesi, ha condotto una serie di azioni concertate
per impedire l'estensione dei diritti di proprietà intellettuale e dei
brevetti sul vivente. Tali esempi hanno delle ricadute considerevoli: non solo
sulle imprese coinvolte, ma anche indirettamente sulle strategie delle imprese
multinazionali che prospettano degli analoghi settori di attività. Il
presidente di Aventis Agro ha recentenmente dichiarato voler " stoppare
per il momento gli investimenti sulle biotecnologie vegetali", questo "
da un punto di vista strategico" ha precisato nel suo linguaggio di investitore
finanziario, segnalando così il timore di iniziative intempestive per
i suoi affari. Ma il passo indietro "strategico" di Monsanto, Aventis
e altri non annunicia evidentemente la fine delle lotte.
Per saperne di più
Al di là del piccolo libro di Attac "Enquete au cour des multinationales"
edizioni Mille et nuits N° 31 - sono disponibili un gran numero di
informazioni su:
http://www.transnationale.org
un sito eccellente di raccolta di dati critici
sulla globalizzazione in francese.
http://www.corpwatch.org
altro eccellente sito ma in inglese che dà accesso
a degli articoli e ad altri siti.
http://www.fortune.com/fortune/global500
il sito della rivista americana
Fortune.
http://www.ft.com/ft500
il sito inglese del Financial Times dà una
classifica delle prime 500 multinazionali secondo la capitalizzazione in
borsa e altre informazioni strategiche.
Discussione
1- Sono stata anche io sorpresa dalla presa di posizione di Susan George ma
la mia vita è molto difficile (ed è difficile intervenire ad Attac
quando si
ha una vita difficile, il che non è un punto a favore per una associazione
che denuncia il fossato tra i privilegiati e gli esclusi) e vedo che
parecchia gente, Christophe Aguiton e Cyril C. in testa sono sulle mie
posizioni, o quasi. Aggiungerò tuttavia qualche piccola cosa.
a) Benchè io non sia mai stata una devastatrice, neanche nella mia
gioventù
sessantottarda, mi ricordo della differenza che facevamo tra la 'violenza
primaria' e la 'violenza secondaria'. I giovani devastatori non hanno forse
la sensazione di essere imbavagliati, il che una delle peggiori forme di
violenza? E' in ogni caso questo ciò che certi sembrano dire. Tanto che,
come sottolineano certi, la vita e anche la semplice integrità fisica
di un
essere umano non possono essere messe sullo stesso piano dei beni materiali,
per quanto preziosi essi siano.
b) Queste persone che discutono della vita degli altri e che alcuni
manifestanti hanno creduto (a torto sicuramente) di contrastare infrangendo
vetrine non avevano niente di più da rimproverarsi che la rottura di
alcuni
vetri? Ma questi capi di stato che hanno sostenuto, che hanno chiuso gli
occhi di sicuro, che hanno favorito violenze senza confronto con quelle
commesse a Goteborg... E infine il Kosovo, il Ruanda, la Cecenia (che ci
supplica in ginocchio di fare qualcosa) non vi dicono niente?
Ho parlato oggi al telefono con un mio ex collega, lettore di Le Monde
Diplomatique. Si rammaricava come già io faccio da qualche tempo: Attac
non
sta diventando forse troppo politically -e sindacalmente- correct? Ci sono
un sacco di cose che non bisogna dire o fare; in un senso (Goteborg) come in
altri (tutti mi ritengono una vecchia rimbecillita fascista quando provo a
dire che la difesa del servizio pubblico - per la quale sono a favore -
passa anche attraverso la riappropriazione del senso del servizio pubblico
da parte dei funzionari). Ho lasciato la Pubblica Istruzione con la certezza
che avevo passato la mia vita al servizio dello stato, dunque dei miei
concittadini, il che non presuppone che io mi metta completamente in fase
con ciò che reclamano i miei colleghi.
Tutta la mia amicizia e il mio grazie a tutti quelli che mi mostrano che fra
i giovani certi credono ancora all'utopia, a più democrazia e giustizia,
anche, spero, se essi devono per questo rinunciare questa società super
consumista di cui Umberto Eco scriveva che gli ricorda la storia del signore
che domanda una giovane: 'Lei cosa fa dopo l'orgia?'
Mic M.
2- Il granello 247 riporta
dei punti di vista piuttosto differenti circa la
violenza e Attac. Mi accodo a questa discussione: è intelligente e
produttiva. Mi permettete di aggiungere la mia voce?
Approvo completamente la reazione di Susan George. Ecco un'altra ragione,
se
servisse...
Ciò che mi stupisce nella posizione di coloro che spronano, o che tollerano,
la violenza per fare avanzare idee giuste, è che essi sottovalutano ciò
che
è primario nell'uomo, il suo spirito (e la sua intelligenza). Diffondere
i
bollettini di Attac, trovare nuovi aderenti, informarsi, parlarne intorno a
sè, fare luce lì dove si prendono nell'ombra decisioni illegittime,
tutto
ciò può sembrare ridicolmente 'inefficace' (i detentori della
mondializzazione globale non ne sembrano in effetti molto toccati, per ora),
ma è tuttavia l'unico mezzo per toccare lo spirito dei nostri contemporanei,
di farli riflettere e di preparare così per il futuro battaglioni
infinitamente più numerosi e più motivati dei pochi primati devastatori
di
una manifestazione senza futuro. Come possiamo sperare di guadagnare persone
alla nostra causa se si dà loro uno spettacolo di violenza? La violenza
è
sempre una regressione: non sarò buonista, anche se è a volte
inevitabile,
ma la violenza è nella sua stessa natura malvagia e controproducente,
poichè
essa nega lo spirito. Parecchi agricoltori francesi, per esempio, ci
riflettono, di più in più...
Quante vetrine Amnesty ha infranto o picchiato degli sbirri? Si può
dire a
ragione che la sua azione è inefficace? Cosa resterebbe dello spirito
di
Porto Alegre, se questo movimento avesse sottoscritto la filosofia delle
manifestazioni insanguinate? Sarebbe utile, in questi momenti di
discussione, di rileggere qualche pagina di Martin Luther King, specie
quella riflessione su 'i fini e i mezzi' in 'Per una lotta non violenta'.
Non si tratta di imitare, bensì di ispirarsi per costruire la propria
strada, evitando le chimere e gli stalli.
Forse Attac non può evitare di tirarsi dietro dei devastatori nelle
(necessarie) manifestazioni che organizza, ma che tutti sappiano che essi
non sono i benvenuti, e che la loro azione solleva la riprovazione, compresa
quella di Attac stessa.
Dominique D. aderente della Maine-et-Loire
3- Nella discussione sugli
avvenimenti di Goteborg mi sembra che un elemento
di riflessione sia assente nei diversi contributi pubblicati da una
settimana, e che non mi sembra superfluo. E' quello dello spazio che
lasciamo, o non lasciamo, alle azioni che non rientrano totalmente nel
quadro della legalità dei nostri stati nazionali.
Credo di aver capito, dal discorso tenuto da Bernard Cassen a una riunione
dello scorso marzo, e da conversazioni private con membri di Attac France
che avevano partecipato a riunioni con nostri amici di Attac Svezia, che
questi non apprezzavano molto le azioni del tipo di quelle condotte per
iniziativa della Confederation Paysanne (devastazione McDonalds,
devastazione dei campi OGM...), questo in nome del necessario e intangibile
rispetto della legalità.
Il dibattito porta dunque con sè i concetti della legalità e della
legittimità. Quando 100.000 persone vengono a Millau nel giorno del processo
ai 'devastatori di McDonalds' esse li legittimano attraverso questa azione
tuttavia assolutamente legale! Si potrebbero anche citare altri esempi nella
storia, recente e non. Ma non sembra che questa legittimità sia sufficiente
nelle società scandinave (qui compresa Attac Svezia) per fare accettare
il
superamente della linea bianca della legge.
Da questa posizione (che è la scelta di Attac lì, che è
legittima, ma sulla
quale possiamo discutere con loro), i nostri amici svedesi non rischiano di
cedere uno spazio troppo importante alle forze che hanno un altro approccio
alla questione delle forme di azione? A cominciare da quelle che si
troverebbero per prime d'accordo con la nostra visione delle cose?
Queste forze, minoritarie, male organizzate, e che non sono in grado di
controllare l'intero svolgimento delle loro dimostrazioni, coinvolgono
centinaia di persone, essenzialmente giovani, in confronti sterili,
pericolosi e controproducenti.
Al contrario, l'occupazione di questo spazio da parte di forze come Attac e
il movimento sindacale offre un quadro più sicuro per gente che aspira
a una
denuncia radicale della mondializzazione radicale del dominio delle
multinazionali.
L'organizzazione della giornata dell'8 dicembre scorso a Nizza, anche se con
le sue lacune, mi sembra ben rispondere a questa preoccupazione. Ciascuno ha
potuto scegliere il suo livello di contestazione, e le poche violenze,
generalmente provocate da provocazioni della polizia, non sono riuscite a
occultare il messaggio che volevamo diffondere.
Allora conviene forse rivedere gli avvenimenti di Goteborg in funzione del
contesto politico locale, e non tirare conclusioni affrettate che ci
condurrebbero a cambiare atteggiamento per l'avvenire, a cominciare da
Genova. Da questo punto di vista la Dichiarazione di Attac France uscita in
questi giorni è del tutto pertinente, ivi compreso il quadro del dibattito
fraterno con Attac Svezia.
Jean Paul G.
4-Ho appena letto l'ultimo
'Granello' (2- Dopo gli incidenti di Goteborg).
In questo articolo si dice che l'utilizzo delle armi da fuoco reali da parte
della polizia in una operazione di mantenimento dell'ordine è un fatto
senza
precedenti da decenni in un paese democratico. Ci tengo allora a comunicarvi
che questa sta diventando un'abitudine nei paesi cosiddetti democratici.
Domenica 18 giugno 2001 due persone sono state uccise in Argentina dalla
Gendarmeria (una specie di carabinieri) mentre occupavano una strada
statale. Erano Carlos Santillan (27 anni) e Oscar Barrios (16 anni)
Attac Argentina, ovviamente, condanna l'uso della violenza legale per
imporre leggi di mercato.
Vi saluto cordialmente.
Rodrigo Lema, Attac Mendoza
5- In seguito all'appello del collettivo giovanile VAMOS, al quale partecipa Attac Studenti, raduno davanti l'ambasciata svedese giovedì 28 giugno, per protestare contro gli spari sui manifestanti di Goteborg. Una delegazione dovrebbe venire ricevuta. Appuntamento alle 17.30.