IL GRANELLO DI SABBIA N° 248

In questo numero:

  1. Il piacere, la sofferenza e l'economista
  2. Istituzioni finanziarie internazionali
  3. Cinque punti essenziali riguardo alle multinazionali
  4. Genova: Due anni dopo il G7 di Colonia: il debito tenace dei paesipoveri
  5. Le violenze di Goteborg

 

1 - Il piacere, la sofferenza e l'economista

Da Jean Marie Harribey
La poverta' aumenta malgrado la crescente ricchezza. Le inugualgianze si accrescono malgrado l'educazione e la sanita' quasi gratuita. Il legame sociale si sfalda tanto piu' quanto la comunicazione trionfa. E il degrado dell'ambiente si accumula nonostante la tecnologia passi di exploit in exploit. C'e' di che meravigliare il cittadino, al quale non si e' smesso di ripetere che, con il miracolo del mercato, il capitalismo e' stato portatore di benessere per l'umanita'.
L'economista standard, lui, non e' sorpreso da questi paradossi. D'altraparte, ai suoi occhi, questi non sono oparadossi. La disoccupazione durevole riduce alla marginalita' coloro che vi piombano? E'perche' i disoccupati sono consenzienti. Con quale ragionamento l'economista standard arriva a queste conclusioni? Sulla piazza (del mercato) una folla numerosa, variegata, in scarpe da ginnastica o a piedi nudi, si presenta davanti ad alcuni personaggi, d'identita' incerta, piuttosto multinazionali, ma tutti vestiti in tre pezzi e un telefonino incollato all'orecchio. Ciascuno di loro fa venire davanti a se un solo "va-a-piedi-nudi" per volta, gli domanda di posare la sua borsa da diplomato sulla bilancia, e, invariabilmente gli propone un impiego a tariffa appena sotto il minimo legale. Il "povero" esita e gia' il signor multinazionale gli ha mostrato con un dito indifferente il resto della folla, misera, che gronda impazienza, facendo segno al prossimo di avvicinarsi.
L'economista standard, che ha osservato la scena, spiega. Due individui sono faccia a faccia e dunque e' uguaglianza. L'uno offre la sua capacita' di lavoro, l'altro la domanda. Colui che ha immediatamente giudicato l'importanza della folla, ha proposto una tariffa di ingaggio molto bassa. Colui che creca lavoro (il va-a-piedi-nudi) ha elaborato nella sua testa un calcolo razionale, continua l'economista standard: se lavoro, mi stanchero', questo mi portera' un dispiacere (un'inutilita', dice l'economista standard); come controparte percepiro' una somma con cui comprarmi lo stesso telefonino che non smette di suonare davanti a me e il mio piacere aumentera'. Il dispiacere supplementare e' superiore o inferiore al piacere supplementare? Se e' superiore io resto disoccupato; se e' inferiore accetto il lavoro. L'economista standard conclude: il disoccupato ha scelto la situazione piu' favorevole per lui. E aggiunge: i dipendenti di Marks & Spencer avrebbero dovuto accorgersi in tempo che i loro salari stravaganti non permettevano di versare due miliardi di sterline agli azionisti da qui al marzo 2002 e un "premio di produzione" di un milioine di euro al P.D.G. con 15 milioni di euro in opzioni-stocks. Quanto ai salariati di Danone, quale miopia! Non vedono che 4,7 miliardi di franchi di profitto nel 2000 non sono ancora sufficienti. 4000 licenziamenti da una parte e 1700 dall'altra sono la sentenza resa dal mercato mondiale.
L'inquinamento sommerge le nostre coste, infesta le nostre campagne e soffoca le nostre citta'? L'economista standard ha una risposta. L'inquinamento, dice, e' simile alla disoccupazione, che d'altra parte e' una sorte di inquinamento sociale. Se gli inquinatori inquinano senza ritegno, essi causano una tale sofferenza agli inquinati che questi hanno interesse a riacquistargli i diritti di inquinare fin quando la sofferenza supplementare che riescono a far diminuire, e' uguale al profitto supplementare, che si sa a qual punto faccia gioire il proprietario del capitale, il quale lo ottiene producendo salatamente. A questo punto inquinatori e inquinati sono felici dato che ne' l'uno ne' l'altro potra' conoscere una situazione migliore di questa, avendo scambiato liberamente, in parti uguali, il diritto di inquinare.
L'economista standard, imperturbabile, prosegue. I diritti di inquinare sono dei buoni di piacere per l'inquinatore e dei buoni di tortura per gli inquinati quando questi non li posseggono. Bisogna che piaceri e sofferenze si riequilibrino: il prezzo che il mercato fissera' per questi diritti all'inquinamento sara' tale che il piacere supplementare degli uni sia esattamente compensato dalla minima sofferenza degli altri. Ai curiosi che domandano come si comprino i piaceri, lo scienziato, irritato, risponde che la variazione relativa dei prezzi che gli uni e gli altri accettano di pagare ne da' la misura, dopo aver affermato al contrario che la variazione relativa delle soddisfazioni deve determinare i prezzi;
Non meno soddisfatto di se, l'economista standard e' riuscito a dissertare sulla razionalita' economica. Ha costruito un mondo immaginario dove tutti gli individui negoziano liberamente sulla base dell'ugauglianza: padroni delle grandi imprese e salariati, baroni e disoccupati, inquinatori e inquinati, boia e vittime. Non esiste alcun rapporto di forza, tutti stanno in un universo organizzato attorno ad un contratto di mercato che regola tutte le relazioni umane. Concepire un individuo separato da tutte le radici collettive e' indispensabile per attribuire al mercato la sua funzione regolatrice a tutta potenza. O meglio, la collettivita' non esiste: non ci sono che dei Robinsons isolati e contrapposti. L'economista standard insiste perche' lo Stato sia ridotto al minimo e non possa turbare questo insieme cosi' naturale, non venga a perturbare questo edificio ottenuto da una volonta' tanto divina quanto provvidenziale. "Naturale"! La grande parola dell'economista standard. Il sesamo del suo paradiso intellettuale; il suo feticcio. La mormora, la invoca, la proclama, la bisbiglia. L'estasi dell'economista standard: tutto naturale in economia. Il diritto di proprieta' per primo. La proprieta' dei beni e soprattutto del capitale. Come si e' concentrato il capitale? Naturalmente, perche' certi uomini sono formiche e altri cicale. Perche' il capitale cerca di impossessarsi di cio' che non appartiene a nessuno ed e' stato quindi finora il bene comune dell'umanita': l'acqua, il genoma, il sapere? Perche' la natura non puo' essere scambiata, non puo' avere un prezzo se non ci se ne appropria; e, come merce di scambio e' naturale e su essa si fonda la societa', quindi tutto deve essere commercializzato, anche la natura, alla quale verra' cosi' conferito uno status veramente naturale. La natura non conosce che una regola, professa l'economista standard: il forte mangia il debole. La concorrenza economica e' cosi' naturale come la competizione tra specie per la sopravvivenza. Nessun bisogno di regole sociali che impediscono l'eugenetica e la selezione naturale. Nessun bisogno di diritto del lavoro perche' e' sufficiente il contratto individuale. Nessun bisogno di sicurezza sociale perche' le assicurazioni assicurano quelli che la selezione naturale ha autorizzato a vivere. Nessun bisogno di pensioni perche' le assicurazioni assicurano quelli che hanno i mezzi per assicurarsi, cioe' quelli che la selezione naturale ecc. ecc. Le soluzioni che hanno prevalso in occidente da piu' di due secoli ne sono la prova. Conviene dunque estenderle a tutti i popoli della terra. Se le tradizioni di questi frenano l'applicazione dei legami naturali e universali,, qualche piano di aggiustamento strutturale mettera' quel popolo in ginocchio, cesseranno tutte le resistenze e comprenderanno infine che resistenza fa rima con sofferenza e desiderio di consumo con piacere. I proprietari fondiari che amministrano la terra la amministrano in virtu' di un diritto naturale. I Senza -Terra lo sono naturalmente e se lottano, un proiettile provvidenziale li portera' alla loro condizione naturale di mortali. Se si riprendono, potranno vendere sul mercato mondiale il loro sacco di riso o farina allo stesso prezzo di quelli dei cerealicoli americani o europei, prodotto intensivamente e aiutato da sovvenzioni naturali come le catastrofi.
L'economista standard ha anche concepito un discorso sull'economia che fa di questa un'entita' separata dal reale. Dal reale fatto di relazioni sociali, di rapporti sociali, da conflitti, da interessi contradditori, da passioni irragionevoli, da ricerche disinteressate, da calcoli sordidi e anche da atti gratuiti, non resta che un calcolo di ottimizzazione. Non solo l'economista standard pensa l'economia come distaccata dal reale, ma impone un'immagine del reale semplicemente decalcata dalla sua economia immaginaria perfettamente razionale. Meno la societa' - insieme di istituzioni, di regolamentazioni, di luoghi di socializzazione, di segni di identificazione - esiste, piu' l'individuo e' atomizzato e sottomesso alla legge, ben inteso naturale, del mercato, che una volta creata si sgancia dalla sua matrice, la societa', subordinando tutto alla razionalita' della redditivita'.
A causa della violenza del suo rifiuto della realta', l'elucubrazione dell'economista standard ha una portanta ideologica enorme. In effetti, se l'economia funziona secondo leggi naturali, tutte le azioni politiche per orientare l'evoluzione della societa' sono inutili. In piu' esse non potranno che creare sofferenze che il mercato ci evita spontaneamente. L'economista standard ha cosi' rispettato il quaderno delle cariche imposte dal suo comandatario, il capitale, che aveva passato comando di una visione liberale della societa'.
L'economista standard e'stato determinato e nuota nella fortuna: e' ricompensato da qualche gratificazione simbolica, da lusinghe mediatiche, da una promozione in libreria, da una nomina a qualche caricha o presidenza di ufficio congiunturale, o da qualche oscar ( la nomina non e' che un primo grado) riservato ai piu' servili. Cosa puo' fare l'economista a piedi nudi di fronte al grado zero del pensiero dell'economista standard, di fronte alla sua filosofia di una disciplina che non ha piu' niente dell'economia politica e che non e' che la codificazione degli interessi dei possidenti? Parafrasando una frase di Marx, diciamo che gli economisti standard non fanno che falsificare il mondo. Si tratta ora di fargli vedere, adottando il punto di vista dei dannati della terra, di quelli che soffrono, di quelli che subiscono l'indifferenza sociale, che avranno allora qualche chance di trasformarlo. Jean Marie Harribey

2 - Istituzioni finanziari internazionali

Da Agir IciPer ottenere le riduzione del debito come per accedere ai nuovi finanziamenti, i paesi del sud sono dipendenti sull'apprezzamento portato dagli IFI sui loro politici. E' questo verdetto che determina l' atteggiamento dell'insieme dei finanziatori, bilaterali come multilaterali. Si capisce da questo lo straordinario potere di pressione di cui gli IFI dispongono. Loro impostano quindi una panoplia di misure cosi dette di adattamento strutturale: gravi tagli nelle spese pubbliche, la privatizzazione sistematica delle imprese controllate dallo Stato, l' instaurazione della politica di recupero dei costi, fine delle sovvenzioni dei prodotti di base, eccetera.I servizi di base; la salute, l'educazione, l'acqua potabile e la depurazione, oppure l'energia domestica, si trovano così rapidamente fuori dalla portata delle popolazioni più povere. Orbene, l'uguaglianza d'accesso a questi servizi costituisce un elemento indispensabile dello sviluppo durevole e fa parte integrale dei diritti fondamentali.E' per tutto questo che Agir ici, l'AITEC e il CRID, con il sostegno d'una trentina d'associazioni, lanciano una campagna diretta verso la Francia in quanto azionista principale degli Istituzioni Finanziari Internazionali. I cittadini sono invitati a interpellare il Primo Ministro, il Ministro dell' Economia e delle Finanze, e il Ministro delegato alla Cooperazione e alla Francofonia, per chiedergli:-di rifiutare l'imposizione degli IFI alle privitazione e a tutte le altre misure che limitano l'accesso ai servizi del base;
-d'esigere un bilancio indipendente dell'impatto di queste misure sull' uguaglianza d'accesso ai servizi del base;
-di proporre, per la Conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo in marzo 2002, che per lo meno 30% dei finanziamenti multilaterali siano consacrati ai servizi del base;-di rendere conto al Parlamento e alla società civile delle proposte difese.Questa campagna, lanciata in maggio in occasione della Terza Conferenza delle Nazioni Unite sui paesi meno avanzati, finirà prima delle Assemblee annuali del FMI e della Banca Mondiale, nel settembre prossimo, con all' orizzonte la Conferenza Internazionale sul finanziamento dello sviluppo del marzo 2002.
Per ulteriori informazioni contattare Agir ici : agirici@globenet.org Agir ici per un mondo di solidarietà- 104, rue Oberkampf - F- 75011 Paris - Tel: 33-1-56 98 24 40 -- Fax: 33-1-56 98 24 09 www.globenet.org/agirici

3 - Cinque punti essenziali sulle multinazionali
di George Menahem
Lo sconvolgimento delle multinazionali
Che cos'è una multinazionale? Come l'indica il suo nome è un'impresa i cui luoghi di intervento si trovano in più paesi alla volta. Ma esistono varie specie di multinazionali. Può trattarsi di esportazione di prodotti tramite l'intermediazione di una filiale. O della produzione oltre frontiera tramite filiali provenienti da investimenti diretti all'estero - IDE, o riscatto di ditte locali). Per esempio, Le Monde Diplomatique, è una multinazionale che ha delle filiali all'estero, che editano dei giornali e delle edizioni estere.
Perché una ditta sia una multinazionale, non è dunque necessario che sia quotata in borsa o che abbia raggiunto un importo minimo di vendite o di esportazioni. Se ci basiamo sulla definizione molto generale dell'ONU, il solo controllo di almeno una filiale estera che rappresenti almeno il 10% del suo capitale, basta a definire il carattere multinazionale di una ditta. La CNUCED, una delle "filiali" dell'ONU, contabilizzava così, all'inizio del 2000, ben 63.000 ditte multinazionali che controllavano 690.000 filiali nel mondo. E' dieci volte di più che alla fine degli anni sessanta, quando c' erano solo 7000 ditte multinazionali nel mondo. Ed è ancora molto di più che nel 1995, anno in cui erano state recensite 44.500 ditte multinalzionali con 277.000 filiali ( ciò che corrisponde ad una crescita del 7% all'anno, e del 20% all'anno per il numero di filiali - moltiplicato per 2,5 in 5 anni per l 'accelerazione delle fusioni e delle acquisizioni). A questo ritmo, il mondo delle imprese sarà presto composto solo da filiali controllate da un numero più ristretto di gruppi multinazionali.
La logica del capitale finanziario governa il loro funzionamento.
Un tale movimento sembra irresistibile. Dimostra, non solo qual è la potenza dell'onda che internazionalizza l'economia, ma anche e soprattutto come questa mondializzazione è essa stessa trascinata in avanti dallo sconvolgimento della concentrazione delle imprese in gruppi transnazionali. Un'impresa diventa e resta una multinazionale perché fa più profitti che rimanendo nazionale. Perché può scegliere su scala mondiale e secondo i suoi interessi la localizzazione dei suoi stabilimenti e luoghi di produzione, ma anche dei suoi rifornimenti, finanziamenti, circuiti di commercializzazione, di reclutamento, di mercato. Prende classicamente le sue decisioni comparando i costi ed i vantaggi che gli procura ogni soluzione nazionale presa in considerazione. L'esperienza corrispondente delle operazioni internazionali gli porta una superiorità decisiva sulle altre imprese che dividono lo spazio nazionale.
E' qui che interviene la predominanza del capitale finanziario. Poiché è lui che dirige le attività delle multinazionali. Prima tramite il ruolo di barometro che svolgono le evoluzioni delle quotazioni in borsa del valore dell'impresa sulle principali piazze finanziarie. Quando il livello del valore della borsa sale, tutto va bene. Quando stagna, i dirigenti si preoccupano. Quando il livello scende, la sua caduta trascina in basso il livello del morale del gruppo dirigente. La nave entra allora in una zona tempestosa dove può succedere di tutto, un'OPA detta "amichevole" (offerta pubblica di acquisto realizzata in concertazione con la direzione) o altrimenti detta "ostile", o ancora un'OPE (offerta pubblica di scambio di azioni contro azioni dell'eventuale compratore). Questi ultimi mezzi di acquisire il controllo di un'impresa hanno il vantaggio di non costare cari all'aquirente, ciò che ha permesso alla "piccola" AOL di prendere il controllo della "grande" Time Warner.
Il secondo ruolo del capitale finanziario viene dall'imperativo del suo rendimento: svolge il ruolo di una bussola che deve fissare gli orientamenti strategici della ditta. Se un negozio parigino di Marks & Spencer ha delle troppo deboli prospettive di profitto, la direzione lo chiude, quali che siano i servizi che può rendere alla popolazione locale e quale che sia l' integrazione del suo personale al luogo. Allo stesso modo, gli stabilimenti di produzione dei biscotti LU avevano delle prospettive di rendimento più deboli di altri. La direzione del gruppo multinazionale Danone è fondata su un calcolo freddamente economico (come Renault a Vilvorde) e ha dunque deciso di chiuderli, senza prendere in considerazione né il suo successo passato né gli sforzi della squadra di produzione.
In questo caso, la bussola del rendimento del capitale finanziario ha determinato quali territori e quali città bisogna sviluppare e quali sono quelli che hanno diritto solo alla carità pubblica. Ma ha ancora più capacità: permette anche di sapere quali sono le malattie che meritano di essere curate e quali sono, invece, quelle per le quali l'industria farmaceutica non ha interesse. Così, su 1.223 molecole messe sul mercato tra il 1975 e il 1997, solo 13 sono specifiche per le malattie tropicali, e su queste, cinque sono prodotti della ricerca veterinaria. Non è, in effetti, "redditizio" consacrare dei fondi per sviluppare delle ricerche su malattie, certo molto diffuse, ma che riguardano popolazioni senza notevole potere di acquisto.

4-Multinazionale e liberismmo, stessa battaglia

Per le multinazionali, la globalizzazione è molto semplice! Per esempio, Percy Barnevik, l'ex presidente svedese di ABB, una multinazionale di impianti elettrici dislocata in Svizzera, ne dava nel 1995, una eccellente definizione: "definirei la globalizzazione come la libertà per il mio gruppo di investire dove vuole, quando vuole, per produrre quello che vuole, rifornendosi e vendendo dove vuole, e dovendo sopportare meno impedimenti possibili in materia di diritti del lavoro e di convenzioni sociali". E questa filosofia sembra essergli riuscita poiché, secondo una classifica delle ditte transnazionali pubblicata nel 2001 da una delle organizzazioni specializzate dell'ONU, adesso ABB è la quindicesima nella classifica mondiale, la sesta in quella europea e la seconda in quella svizzera ( per l 'ammontare del patrimonio estero da lei posseduto).
Una tale dichiarazione ben riassume il messaggio fondamentale del liberismo: tutta la libertà per le imprese e tutti gli oneri allo Stato al quale fanno la gentilezza di permettergli di accoglierle, ma esigendo di limitare al massimo le tasse e le normative, perché altrimenti vanno da un'altra parte. Sono numerose le imprese che aderiscono a questa concezione e che non ammettono altra legge che la difesa del loro "valore di azionariato", cioè la stima da parte dei mercati borsistici del valore del loro gruppo. E numerosi sono i dirigenti politici, come Richard Nixon, Ronald Reagan o Margareth Thatcher che hanno creduto nella fecondità di questa dottrina e che, "per il bene dell'umanità" hanno rimpiazzato molte delle leggi e delle norme che inquadravano l'economia con delle anonime norme di mercato. Queste trasformazioni iniziate negli anni 70' hanno dato un vigoroso impulso allo sviluppo delle multinazionali, ciò che fa sì che, dopo la fine degli anni 60 ', se ne siano create 56.000, dieci volte di più che nei cinque o sei secoli precedenti.
Dietro la diversità delle multinazionali uno stesso principio fondamentale: l'organizzazione dello sfruttamento del lavoro e delle rendite di posizione. Una multinazionale esiste a partire da una coppia fondamentale: un prodotto o servizio, che fonda la sua identità, e una capitale finanziario, che si tratta di valorizzare, realizzando e vendendo quel prodotto o servizio. Co-esistono molteplici soluzioni nel mondo che permettono di associare questi due termini, nei quali si tratta sempre di organizzare al meglio lo sfruttamento della forza lavoro e delle rendite di posizione che l'impresa possiede in un paese o in un mercato. Cinque esempi permettono di illustrarlo.
Primo esempio, TotalFinaElf è un'impresa caratteristica, malgrado il suo forte potenziale di ricerca, delle vecchie multinazionali, imperniate in primo luogo, sulla riscossione di una rendita alle spalle dei paesi del sud. Si è così costituita un insieme di rendite con il petrolio comperato a basso prezzo dalle ex colonie africane (Gabon, Tchad, ecc.) od ancora sfruttando la situazione di paesi come la Birmania, dove una dittatura ha permesso il lavoro forzato di migliaia di giovani per installare una gigantesca pipe line.
Due altri gruppi transnazionali studiati, mettono in rilievo il carattere di quelle multinazionali che vogliono cavalcare per il proprio profitto le tendenze più recenti dello sviluppo scientifico e tecnico appropriandosi di alcune delle loro ricadute. Aventis mira ad impadronirsi delle filiere biologiche di produzione di nuovi medicinali e di organismi geneticamente modificati grazie a delle ricerche scientifiche e tecniche riguardanti la manipolazione dei genomi. Ma per fare questo, non si fa imbarazzare da scrupoli etici che riguardano le conseguenze dei suoi esperimenti né dalla preoccupazione delle implicazioni sociali degli spostamenti della forza lavoro scientifica tra la Francia, gli Stati Uniti e la Germania. Allo stesso modo, in un altro campo, Vivendi Universal moltiplica i dispositivi destinati a creare dei bisogni di immagine, di viaggi, di comunicazione o di spettacolo dei quali assicura la distribuzione. Per questa compagnia più specializzata nella tariffazione che nella distribuzione, si tratta prima di tutto di installare dei contatori di tariffazione sulla gigantesca rete elettronica di distribuzione di divertimenti che mira ad estendere sul mondo intero, allo stesso modo che la CGE, e poi Vivendi-eau, hanno fatto una fortuna considerevole prelevando la loro decima sulla circolazione dell' acqua in Francia e in una cinquantina di paesi nel mondo. Da parte sua, Danone dà l'esempio di una strategia "senza invenzioni" fondata sulla creazione di un marchio unicamente a partire da cessioni e acquisizioni di attività presso imprese concorrenti o vicine. Questa impresa trasformò l'attività di produzione di contenitori in vetro della BSN in attività agro-alimentari, lasciando i contenenti per i contenuti, vendendo certe filiali, comprandone altre, riorganizzando e consolidando il tutto fino a costituire la Danone. Questa nuova impresa, nella rete di produzione, ugualmente multinazionale, prolunga la vecchia. Ma, questa volta, ha per immagine "la salute" e vende solo prodotti freschi, acque minerali, alimenti per neonati, per una cifra di affari di 100 miliardi di franchi, ossia 100 volte di più che all'inizio. All'origine questo riassetto delle attività teneva in considerazione i salariati degli stabilimenti. Ma oggi sono prevalenti gli interessi immediati degli azionisti e Danone preferisce abbandonare la sua immagine di marchio sociale giudicata "troppo costosa". Inizio del 2001, per aumentare le speranze di profitti e dunque la valorizzazione in borsa del suo capitale, Danone ha così annunciato la chiusura di alcuni biscottifici e il licenziamento di 3000 persone in Europa, di cui 1700 in Francia, questo malgrado i profitti record di queste imprese (4,7 miliardi di franchi di risultato netto, di cui 900 milioni di utili per LU Francia).
Ultimo esempio, Nike è una ditta transnazionale che ha la particolarità di appaltare tutte le sue operazioni di produzione. I suoi dirigenti giustificano questa strategia dicendo che:
" Siamo dei commercianti e degli stilisti. In funzione del costo della mano d'opera, aiutiamo i nostri parteners ad adattarsi nel paese più interessante. Ma i rischi di produzione sono a carico degli appaltatori". Realizzando il 99% della sua produzione in Asia, Nike ha sviluppato tutta "un'arte dell'appalto" che consiste a sorvegliare che questi fornitori siano sempre sul filo del rasoio: l'impresa americana rilascia delle licenze Nike solo a quelli che hanno una buona produttività, che rispettano la qualità richiesta e che non si mettono in sciopero. Questa licenza è riveduta tutti i mesi, non c'è diritto all'errore. Ciò che spiega la debole parte della mano d'opera nei costi di fabbricazione (meno dell'1% del prezzo di vendita delle scarpe nel 1998) e, nello stesso tempo, la situazione dei lavoratori indonesiani o cinesi che le fabbricano: neppure un salario supera i 300 franchi mensili per 12 ore di lavoro al giorno.
Ma il capitale finanziario è anche al centro della debolezza delle multinazionali.
Quando l'importanza dei capitali finanziari che una ditta può raccogliere dipende dal livello delle sue quotazioni in borsa, e dunque della sua immagine mondiale, allora questa multinazionale diventa vulnerabile. Poiché la sua "legittimità" non è il risultato dei suoi titoli di proprietà ma della fiducia che gli è accordata dagli investitori del mondo intero, che sono molto sensibili alla sua immagine.
Lo testimoniamo diversi esempi di globalizzazione delle campagne di denuncia e l'influenza dei media.
La concentrazione della cifra di affari della Shell su un solo marchio ha procurato un bersaglio relativamente facile a Greenpeace nel 1995. Dopo il suo progetto di affondamento di una piattaforma petrolifera nel mare del Nord, la multinazionale è stata tanto più colpita dal movimento di boicottaggio europeo in quanto il suo solo marchio era molto noto e facilmente identificabile. Dopo la caduta del 20% delle vendite in Germania nello spazio di qualche settimana, la direzione ha dovuto capitolare. Lo stesso per TotalFinaElf: di fronte al movimento di opinione seguito all' inquinamento dovuto al naufragio dell'Erika, il suo PDG ha dovuto riconoscere la sua "responsabilità morale" nel naufragio e mobilitare la sua grande generosità per consacrare un bilancio di 50 milioni di franchi in 5 anni ad una Fondazione il cui scopo è di "ristabilire l'equilibrio ecologico dopo la pilizia delle spiagge del litorale".
E' la stessa esperienza che hanno fatto ditte come la Nike o la Reebok, la Gap o Levi's o Disney, accusate, non senza ragione, di sfruttare la mano d' opera del terzo mondo attraverso la loro rete di appaltatori. Essendo state oggetto di campagne di sensibilizzaizone dell'opinione pubblica particolarmente da parte del collettivo "Dell'etica sull'etichetta", che riunisce 47 organizzazioni), la loro immagine e il totale delle loro vendite ne hanno sofferto. Da qui un ribasso delle loro azioni. E' la denuncia dei rapporti quasi schiavistici di sfruttamento o piuttosto la sua traduzione finanziaria a Wall Street, che ha avuto il carattere più persuasivo? Certamente alcuni dei più abili utilizzatori delle delocalizzazioni delle unità produttive hanno capito che dovevano modificare, in un senso più sociale, le consegne date ai loro appaltatori.
Nell'autunno 1996 la prima pianta transgenica americana è arrivata sul mercato europeo: una soia fabbricata da Monsanto e resistente ad un erbicida. Su questa scia è apparso il mais Bt della società svizzera Novartis, resistente ad un insetto predatore, la piralide, e ad un erbicida. La rivolta di una parte dell'opinione pubblica, su iniziativa delle associazioni ecologiste, è stata tale che alcuni paesi europei hanno proibito dal gennaio 1997 l'utilizzo e la vendita di queste nuove varietà. Risultato: le azioni di queste società sono scese. Hanno dovuto modificare le loro strategie.
Da un'altra parte, numerose ONG o organizzazioni contadine si sono impegnate, con l'appoggio di certi governi del Nord e del Sud, nella lotta contro i tentativi di appropriazione della biodiversità da parte di Novartis o Aventis. Nel 1993, a Bangalore, 300.000 contadini indiani hanno manifestato contro gli accordi dell'Uruguay Round sui diritti di proprietà intellettuale, che potevano sfociare nella perdita del controllo sulle loro sementi. Una rete internazionale come Via Campesina, che riunisce 65 organizzazioni contadine, tra cui la Confederation Paysanne, in una quarantina di paesi, ha condotto una serie di azioni concertate per impedire l'estensione dei diritti di proprietà intellettuale e dei brevetti sul vivente. Tali esempi hanno delle ricadute considerevoli: non solo sulle imprese coinvolte, ma anche indirettamente sulle strategie delle imprese multinazionali che prospettano degli analoghi settori di attività. Il presidente di Aventis Agro ha recentenmente dichiarato voler " stoppare per il momento gli investimenti sulle biotecnologie vegetali", questo " da un punto di vista strategico" ha precisato nel suo linguaggio di investitore finanziario, segnalando così il timore di iniziative intempestive per i suoi affari. Ma il passo indietro "strategico" di Monsanto, Aventis e altri non annunicia evidentemente la fine delle lotte.

Per saperne di più Al di là del piccolo libro di Attac "Enquete au cour des multinationales" edizioni Mille et nuits N° 31 - sono disponibili un gran numero di informazioni su:
http://www.transnationale.org un sito eccellente di raccolta di dati critici sulla globalizzazione in francese.
http://www.corpwatch.org altro eccellente sito ma in inglese che dà accesso a degli articoli e ad altri siti.
http://www.fortune.com/fortune/global500 il sito della rivista americana Fortune.
http://www.ft.com/ft500 il sito inglese del Financial Times dà una classifica delle prime 500 multinazionali secondo la capitalizzazione in borsa e altre informazioni strategiche.

5- Le violenze di Goteborg

Discussione
1- Sono stata anche io sorpresa dalla presa di posizione di Susan George ma la mia vita è molto difficile (ed è difficile intervenire ad Attac quando si ha una vita difficile, il che non è un punto a favore per una associazione che denuncia il fossato tra i privilegiati e gli esclusi) e vedo che parecchia gente, Christophe Aguiton e Cyril C. in testa sono sulle mie posizioni, o quasi. Aggiungerò tuttavia qualche piccola cosa.
a) Benchè io non sia mai stata una devastatrice, neanche nella mia gioventù sessantottarda, mi ricordo della differenza che facevamo tra la 'violenza primaria' e la 'violenza secondaria'. I giovani devastatori non hanno forse la sensazione di essere imbavagliati, il che una delle peggiori forme di violenza? E' in ogni caso questo ciò che certi sembrano dire. Tanto che, come sottolineano certi, la vita e anche la semplice integrità fisica di un essere umano non possono essere messe sullo stesso piano dei beni materiali, per quanto preziosi essi siano.
b) Queste persone che discutono della vita degli altri e che alcuni manifestanti hanno creduto (a torto sicuramente) di contrastare infrangendo vetrine non avevano niente di più da rimproverarsi che la rottura di alcuni vetri? Ma questi capi di stato che hanno sostenuto, che hanno chiuso gli occhi di sicuro, che hanno favorito violenze senza confronto con quelle commesse a Goteborg... E infine il Kosovo, il Ruanda, la Cecenia (che ci supplica in ginocchio di fare qualcosa) non vi dicono niente?
Ho parlato oggi al telefono con un mio ex collega, lettore di Le Monde Diplomatique. Si rammaricava come già io faccio da qualche tempo: Attac non sta diventando forse troppo politically -e sindacalmente- correct? Ci sono un sacco di cose che non bisogna dire o fare; in un senso (Goteborg) come in altri (tutti mi ritengono una vecchia rimbecillita fascista quando provo a dire che la difesa del servizio pubblico - per la quale sono a favore - passa anche attraverso la riappropriazione del senso del servizio pubblico da parte dei funzionari). Ho lasciato la Pubblica Istruzione con la certezza che avevo passato la mia vita al servizio dello stato, dunque dei miei concittadini, il che non presuppone che io mi metta completamente in fase con ciò che reclamano i miei colleghi.
Tutta la mia amicizia e il mio grazie a tutti quelli che mi mostrano che fra i giovani certi credono ancora all'utopia, a più democrazia e giustizia, anche, spero, se essi devono per questo rinunciare questa società super consumista di cui Umberto Eco scriveva che gli ricorda la storia del signore che domanda una giovane: 'Lei cosa fa dopo l'orgia?'
Mic M.

2- Il granello 247 riporta dei punti di vista piuttosto differenti circa la violenza e Attac. Mi accodo a questa discussione: è intelligente e produttiva. Mi permettete di aggiungere la mia voce?
Approvo completamente la reazione di Susan George. Ecco un'altra ragione, se servisse...
Ciò che mi stupisce nella posizione di coloro che spronano, o che tollerano, la violenza per fare avanzare idee giuste, è che essi sottovalutano ciò che è primario nell'uomo, il suo spirito (e la sua intelligenza). Diffondere i bollettini di Attac, trovare nuovi aderenti, informarsi, parlarne intorno a sè, fare luce lì dove si prendono nell'ombra decisioni illegittime, tutto ciò può sembrare ridicolmente 'inefficace' (i detentori della mondializzazione globale non ne sembrano in effetti molto toccati, per ora), ma è tuttavia l'unico mezzo per toccare lo spirito dei nostri contemporanei, di farli riflettere e di preparare così per il futuro battaglioni infinitamente più numerosi e più motivati dei pochi primati devastatori di una manifestazione senza futuro. Come possiamo sperare di guadagnare persone alla nostra causa se si dà loro uno spettacolo di violenza? La violenza è sempre una regressione: non sarò buonista, anche se è a volte inevitabile, ma la violenza è nella sua stessa natura malvagia e controproducente, poichè essa nega lo spirito. Parecchi agricoltori francesi, per esempio, ci riflettono, di più in più...
Quante vetrine Amnesty ha infranto o picchiato degli sbirri? Si può dire a ragione che la sua azione è inefficace? Cosa resterebbe dello spirito di Porto Alegre, se questo movimento avesse sottoscritto la filosofia delle manifestazioni insanguinate? Sarebbe utile, in questi momenti di discussione, di rileggere qualche pagina di Martin Luther King, specie quella riflessione su 'i fini e i mezzi' in 'Per una lotta non violenta'. Non si tratta di imitare, bensì di ispirarsi per costruire la propria strada, evitando le chimere e gli stalli. Forse Attac non può evitare di tirarsi dietro dei devastatori nelle (necessarie) manifestazioni che organizza, ma che tutti sappiano che essi non sono i benvenuti, e che la loro azione solleva la riprovazione, compresa quella di Attac stessa.
Dominique D. aderente della Maine-et-Loire

3- Nella discussione sugli avvenimenti di Goteborg mi sembra che un elemento di riflessione sia assente nei diversi contributi pubblicati da una settimana, e che non mi sembra superfluo. E' quello dello spazio che lasciamo, o non lasciamo, alle azioni che non rientrano totalmente nel quadro della legalità dei nostri stati nazionali. Credo di aver capito, dal discorso tenuto da Bernard Cassen a una riunione dello scorso marzo, e da conversazioni private con membri di Attac France che avevano partecipato a riunioni con nostri amici di Attac Svezia, che questi non apprezzavano molto le azioni del tipo di quelle condotte per iniziativa della Confederation Paysanne (devastazione McDonalds, devastazione dei campi OGM...), questo in nome del necessario e intangibile rispetto della legalità. Il dibattito porta dunque con sè i concetti della legalità e della legittimità. Quando 100.000 persone vengono a Millau nel giorno del processo ai 'devastatori di McDonalds' esse li legittimano attraverso questa azione tuttavia assolutamente legale! Si potrebbero anche citare altri esempi nella storia, recente e non. Ma non sembra che questa legittimità sia sufficiente nelle società scandinave (qui compresa Attac Svezia) per fare accettare il superamente della linea bianca della legge. Da questa posizione (che è la scelta di Attac lì, che è legittima, ma sulla quale possiamo discutere con loro), i nostri amici svedesi non rischiano di cedere uno spazio troppo importante alle forze che hanno un altro approccio alla questione delle forme di azione? A cominciare da quelle che si troverebbero per prime d'accordo con la nostra visione delle cose? Queste forze, minoritarie, male organizzate, e che non sono in grado di controllare l'intero svolgimento delle loro dimostrazioni, coinvolgono centinaia di persone, essenzialmente giovani, in confronti sterili, pericolosi e controproducenti. Al contrario, l'occupazione di questo spazio da parte di forze come Attac e il movimento sindacale offre un quadro più sicuro per gente che aspira a una denuncia radicale della mondializzazione radicale del dominio delle multinazionali.
L'organizzazione della giornata dell'8 dicembre scorso a Nizza, anche se con le sue lacune, mi sembra ben rispondere a questa preoccupazione. Ciascuno ha potuto scegliere il suo livello di contestazione, e le poche violenze, generalmente provocate da provocazioni della polizia, non sono riuscite a occultare il messaggio che volevamo diffondere.
Allora conviene forse rivedere gli avvenimenti di Goteborg in funzione del contesto politico locale, e non tirare conclusioni affrettate che ci condurrebbero a cambiare atteggiamento per l'avvenire, a cominciare da Genova. Da questo punto di vista la Dichiarazione di Attac France uscita in questi giorni è del tutto pertinente, ivi compreso il quadro del dibattito fraterno con Attac Svezia.
Jean Paul G.

4-Ho appena letto l'ultimo 'Granello' (2- Dopo gli incidenti di Goteborg).
In questo articolo si dice che l'utilizzo delle armi da fuoco reali da parte della polizia in una operazione di mantenimento dell'ordine è un fatto senza precedenti da decenni in un paese democratico. Ci tengo allora a comunicarvi che questa sta diventando un'abitudine nei paesi cosiddetti democratici. Domenica 18 giugno 2001 due persone sono state uccise in Argentina dalla Gendarmeria (una specie di carabinieri) mentre occupavano una strada statale. Erano Carlos Santillan (27 anni) e Oscar Barrios (16 anni) Attac Argentina, ovviamente, condanna l'uso della violenza legale per imporre leggi di mercato.
Vi saluto cordialmente.
Rodrigo Lema, Attac Mendoza

5- In seguito all'appello del collettivo giovanile VAMOS, al quale partecipa Attac Studenti, raduno davanti l'ambasciata svedese giovedì 28 giugno, per protestare contro gli spari sui manifestanti di Goteborg. Una delegazione dovrebbe venire ricevuta. Appuntamento alle 17.30.