In questo numero. In breve
1- La pressione
dei cittadini deve civilizzare la mondializzazione.
La nascita di un reale contro-potere è una necessità.
Ne siamo gli attori e lo vediamo emergere attraverso tutte le mobilitazioni.
2- Per della
biancheria pulita
Senza dubbio è nel settore dell'abbigliamento che la mondializzazione
liberale ha colpito più duramente. Ma anche in questo campo è
possibile fare altrimenti.
3- Brevi
dall'OMC
L'Unione Europea
annuncia un nuovo ciclo di negoziati inevitabili.
L'agricoltura è al
centro delle preoccupazioni.
4- L'aiuto
allo sviluppo.
I programmi detti di sviluppo della Banca Mondiale al vaglio dell'analisi.
Anche l'organizzazione finanziaria internazionale non può più
nascondere i suoi errori.
1- La pressione dei cittadini deve civilizzare la mondializzazione
Da quando il capitalismo è diventato la forma dominante di organizzazione della vita economica, e con esso anche il salario, le forme istituzionali che ha preso il suo sviluppo sono state influenzate da due tipi di attori: gli Stati Nazionali, la cui legittimità si è costruita sulla loro capacità di coniugare lo sviluppo economico e la coesione sociale; il movimento operaio che, tramite la sua azione sindacale e politica, ha costretto le imprese a ridistribuire una parte dei guadagni realizzati con la produttività e lo stato a democratizzarsi ed operare nell'interesse generale.
Le forme liberiste attraverso le quali opera oggi la mondializzazione stravolgono questo equilibrio. Lo spazio dei cambi, degli investimenti, dei flussi finanziari è diventato mondiale mentre la capacità di produrre delle norme e di farle rispettare ritmane essenzialmente appannaggio dello Stato. Quanto al dialogo tra interlocutori sociali, esso rimane ugualmente confinato all'interno di ogni paese.
Di fronte a queste difficoltà, l'azione dei movimenti dei cittadini e segnatamente di Attac, concorre a facilitare l'emergere di nuove regolazioni del capitalismo. "Alternatives Economique" (Alternative economiche), rivista il cui obiettivo è di aiutare tutti quelli che vogliono meglio comprendere la posta in gioco nel dibattito economico e sociale, non poteva non sostenere questo movimento.
Sono necessarie delle nuove forme di intervento sociale.
L'emergere di un movimento cittadino internazionale è tanto più necessario in quanto non esistono degli attori che vogliano o possano produrre delle norme soddisfacenti a livello mondiale. Gli Stati Uniti, potenza dominante, dispongono della capacità strutturale che gli permetterebbe di agire in questo senso. Ma la strategia del loro governo a partire dagli anni 70 è stata quella di estendere il campo del mercato nella misura in cui le loro imprese industriali e finanziarie potessero trarne profitto. Le istituzioni internazionali più operative, dominate dai grandi paesi industriali - FMI, Banca Mondiale, OMC - hanno un ruolo limitato al solo campo economico ed operano nello stesso senso.
Da parte delle organizzazioni dei lavoratori, i sindacati faticano ad organizzarsi su base internazionale per controbilanciare il potere delle imprese. A dispetto degli sforzi fatti da organizzazioni come la CISL o la CES in Europa, l'emergere di un sindacalismo internazionale avanza a passi di lumaca, in rapporto al ritmo con il quale si struttura il capitalismo internazionale.
Gli scarti tra il livello di vita, le diverse tradizioni di negoziato rendono difficile lo stabilirsi di solidarietà e le imprese traggono spesso profitto da queste differenze per mettere in concorrenza i lavoratori nei diversi paesi nei quali operano. Inoltre, in molti paesi in via di sviluppo, le libertà democratiche e i diritti elementari dei lavoratori non sono rispettati.
Dobbiamo per questo essere disperati? No, poiché questa difficoltà ad inquadrare il capitalismo mondializzato si accompagna dallo sviluppo di un dibattito democratico sul ruolo dell'economia in un gran numero di paesi. Non c'è nulla di stupefacente in questo: il livello culturale generale della popolazione non è mai stato così alto e l'accesso di tutti all'informazione - a dispetto delle sue insufficienze - facilita la diffusione di rappresentazioni comuni. Una parte crescente della popolazione mondiale si confronta con gli stessi problemi ed aspira a soluzioni abbastanza simili: in tutti i grandi paesi industriali quasi il 90% della popolazione è salariata e questa percentuale si accresce nei paesi del Sud; in quanto ai limiti ecologici dell'accumulazione infinita del capitale, essi riguardano ormai l'insieme dell'umanità.
Chi comincia a vedere la luce
Da questo l'emergere di nuove forme di contestazione dell'economia mondializzata che si sforzano di pensare ai problemi a livello pertinente, e di agire a tutti i livelli. La perdita del potere degli Stati o dei movimenti sindacali porta a contestare le imprese con altri mezzi. Lo sviluppo dei fondi etici, segnatamente negli Stati Uniti, ne è un esempio: essi esigono dalle imprese di cui sono diventati azionisti il rispetto di un certo numero di regole sociali ed ambientali. Allo stesso modo, l'emergere dei movimenti dei consumatori che non si limitano a contestare la qualità dei prodotti offerti ma si interrogano sulle condizioni sociali della loro produzione va nella stessa direzione.
In un altro ordine di idee, le organizzazioni del commercio equo e solidale o quelle che lottano per l'annullamento del debito del Sud, contribuiscono a promuovere un'altra idea della mondializzazione. Infine, un'associazione come Attac, propone una pratica distinta da un "riformismo radicale": propone quindi di regolamentare il funzionamento dei mercati, soprattutto quelli finanziari, per ridurre le inugualianze Nord-Sud e ridare tutto il loro posto alle scelte democratiche. Agisce a livello pertinente facendo pressione sia sugli organismi internazionali sia sui governi nazionali affinché modifichino i mandati dati ai nostri rappresentanti in queste istanze.
Agire a tutti i livelli
Questa nuova coscienza civile internazionale è nata in granparte nei paesi più sviluppati, anche se il recente incontro a Porto Alegre ha permesso di costruire un ponte con le organizzazioni nate nei paesi in via di sviluppo. Essa contribuisce comunque a moralizzare la mondializzazione in ogni luogo lottando contro le forma di sfruttamento più estreme della mano d'opera nei paesi in via di sviluppo. Produce ugualmente un effetto leva, diffondendo dei valori di rispetto della persona umana, affermando che il lavoro minorile e la schiavitù sono illegittimi, reclamando che le libertà sindacali siano rispettate, contribuisce ad aiutare i movimenti locali a svilupparsi e a fare pressione sui loro governi per costringerli ad agire.
Poiché un funzionamento meno ineguale dell'economia non passa solamente dall'emergere di gruppi di pressione essi stessi "mondializzati".
Prendiamo l'esempio della Corea del Sud. Questo paese è riuscito , attraverso la pressione delle lotte sociali degli anni 70' ed 80' a democratizzarsi progressivamente mentre i lavoratori ottenevano dei forti aumenti salariali e dei migliori vantaggi sociali. Lungi dall'essere le vittime passive di una mondializzazione incontrollata, i lavoratori coreani hanno dimostrato che, potevano anch'essi, rifare in qualche decennio l'itinerario storico che era stato quello dei loro omologhi nei paesi del Nord, un secolo prima.
E' quindi essenziale che l'azione si svolga nel quadro nazionale. Tuttavia molteplici questioni richiedono delle soluzioni globali. La capacità do ogni territorio di definire delle proprie regole in materia fiscale e finanziaria mentre i capitali circolano liberamente, facilita la speculazione e, cosa ancora più grave, il riciclaggio dei profitti delle mafie. Di qui la necessità di regolamentare la finanza mondiale come proposto da Attac. Allo stesso modo la pluralità delle norme sanitarie e l'assenza di un'autorità europea di controllo in un contesto di libera circolazione dei prodotti ha favorito la diffusione dell'epidemia di BSE - la "mucca pazza"- facilitando la ri-esportazione di farine animali sospette. Potremmo moltiplicare gli esempi di problemi che impongono un'azione globale. Rispetto alla pandemia dell'Aids o alla recrudescenza della tubercolosi o del paludismo, solo un'azione mondiale coordinata può agire efficacemente, mentre la logica commerciale dei grandi laboratori farmaceutici limita l'accesso ai medicinali ai soli mercati solvibili. Allo stesso modo, in materia agricola, l'accesso al patrimonio naturale costituito dalle differenti varietà di semi dovrebbe diventare un bene pubblico globale, nell'interesse di tutti.
Philippe Frémeux. Redattore capo della rivista Alternatives Economiques, membro fondatore di Attac-Francia.
Della globalizzazione nei settori del tessile e dell'abbigliamento:
l'azione della Clean Clothes Campaign.
Dal 7 all'11 marzo, ha avuto luogo a Barcellona la riunione internazionale della Clean Clothes Campaign (campagna per l'abbigliamento pulito, nel senso etico del termine), che lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro nell'industria mondiale della produzione di abbigliamento. Il processo di globalizzazione economica è in effetti piuttosto avanzato in quest'industria e si traduce con una divisione del lavoro molto spinta. Le grandi imprese multinazionali che vendono o distribuiscono gli abiti e gli articoli sportivi di marca (Nike, Adidas, Levis, H&M per citarne solo qualch'una) nei paesi industriali, delocalizzano e appaltano il processo di produzione nei paesi del Sud e dell'Est. Questi ultimi hanno il vantaggio di avere una riserva di manodopera flessibile e a buon mercato. Le imprese si appoggiano su una vasta rete di fornitori ed appaltatori in competizione tra di loro per ottenere gli ordinativi.
In questa battaglia le lavoratrici ed i lavoratori del settore dell'abbigliamento costituiscono la variabile di aggiustamento e lavorano il più sovente in condizioni inaccettabili per provvedere alle esigenze delle lontane case-madri, adepte delle moderne tecniche di produzione "just-in-time" ( cioè zero giacenza di magazzino) che esigono l'adattamento immediato delle quantità prodotte alle fluttuazioni internazionali della domanda. D'altra parte, i governi dei paesi dove si effettua la produzione sono la maggior parte del tempo impegnati in strategie di sviluppo orientate all'esportazione di prodotti manifatturieri verso i paesi industrializzati, il linea con le raccomandazioni dell'FMI e della Banca Mondiale.
In conseguenza, le autorità politiche di questi paesi sono più preoccupate di attirare i favori degli investitori stranieri che di migliorare le condizioni di lavoro e di protezione sociale della forza lavoro.
E' in questo contesto che dieci anni fa nei Paesi Bassi è nata la campagna Clean Clothes. Delle campagne simili si sono progressivamente diffuse negli altri paesi dell'Europa occidentale e la campagna europea è oggi forte della partecipazione di una rete di più di 200 ONG, sindacati e associazioni dei consumatori.
In Francia la campagna è portata avanti da un Collettivo dell'Etica sull'Etichetta, composta da diverse associazioni, tra cui l'ONG Artigiani del Mondo. Dispone di relazioni locali in numerose città francesi. Le attività della campagna a livello europeo e nazionale si orientano in varie direzioni. Si tratta prima di tutto, di attirare l'attenzione dei consumatori dei paesi industriali sulle violazioni dei diritti dei lavoratori nelle fabbriche di produzione dell'abbigliamento. Questo tipo di azione esige un lavoro di ricerca continua di informazioni sulle imprese prese in considerazione e sfocia in campagne di denuncia che riguardano le grandi marche di abbigliamento come fu il caso, per esempio, dell'Adidas nella pratica di produzione dei palloni.
Con queste campagne i consumatori sono invitati a fare pressioni sulle multinazionali ( per esempio inviando delle lettere di protesta alle firma incriminate) perché queste si impegnino a fare applicare dai loro fornitori ed appaltatori delle degne condizioni di lavoro.
Il riferimento internazionale in materia è costituito dalle quattro principali convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del lavoro ( non-discriminazione, libertà di associazione e diritto alla negoziazione collettiva, eliminazione del lavoro minorile ed abolizione del lavoro in condizioni di schiavitù).
La raccolta di informazioni e le azioni di denuncia si accompagnano con la ricerca si soluzioni concrete per migliorare le condizioni di lavoro nell'industria mondiale dell'abbigliamento.
Questa pratica può prendere la forma di una partecipazione dei membri della campagna a dei progetti di elaborazione di codici di condotta da parte delle imprese e a dei sistemi di verifica indipendente di questi codici, adottati volontariamente dalle grandi marche di abbigliamento ed articoli sportivi.
I membri della campagna si sforzano di condurre queste attività in collaborazione con delle organizzazioni sindacali e di difesa dei lavoratori esistenti nei paesi del Sud e dell'Est. In questa prospettiva la riunione di Barcellona raggruppava i membri della campagna europea e i loro partners dell'Asia, dell'America centrale, dell'America del Nord e dell'Africa per permettergli di fare il punto sul cammino percorso e disegnare le future strategie della campagna.
Uno dei principali risultati ottenuti dalla campagna, secondo i partecipanti alla riunione di Barcellona, è di aver contribuito a sensibilizzare i consumatori dei paesi industrializzati. Il sistema delle campagne mirate (Urgent Appeals) costituisce un buon strumento di diffusione delle informazioni ed uno strumento di azione. I membri presenti si sono trovati d'accordo sulla necessità di assicurare un seguito maggiore alle campagne già avviate per far fronte alle strategie delle multinazionali: queste potrebbero, in effetti, rompere le relazioni con i loro fornitori, lasciando così i lavoratori disoccupati. In maniera generale, i partecipanti hanno insistito sull'estrema reattività delle imprese rispetto alle campagne che mettono in causa le loro pratiche nei paesi in via di sviluppo.Uno degli aspettidi questa reattività risiede nella capacità della multinazionali e dei loro uffici di pubbliche relazioni di riappropriarsi del linguaggio e dei concetti delle ONG.
Questo implica una grande la necessità di una grande vigilanza da parte delle ONG nel momento in cui stabiliscono un dialogo con le multinazionali dell'abbigliamento.
Le imprese sono in effetti il bersaglio privilegiato della campagna a causa del potere economico di cui esse dispongono in un mondo globalizzato. Questo potere implica il riconoscimento da parte delle multinazionali della loro responsabilità sociale nel miglioramento delle condizioni di lavoro al livello mondiale. E' per questa ragione che la questione dei codici di condotta e della loro verifica è stata oggetto di molti dibattiti: uno dei risultati della pressione esercitata dalle clean Clothes è stato l'adozione volontaria, da parte di certe compagnie, dei codici di condotta che fanno riferimento al rispetto dei diritti del lavoro fondamentali nelle fabbriche di produzione. Questi codici possono esistere! Visti come lo strumento di una strategia di marketing da parte delle grandi firme preoccupate della loro immagine di fronte ai consumatori. Resta il fatto che questi codici hanno costituito, in certi casi, l'apertura di uno spazio di dialogo tra le imprese, i lavoratori e le associazioni coinvolte nella campagna.
L'incontro di Barcellona ha permesso di interrogarsi su questo tema e i partecipanti hanno riaffermato la necessità di un codice di condotta che menzioni esplicitamente le principali convenzioni dell'OIL (organizzazione internazionale del lavoro) e sia accompagnata da un processo di verifica indipendente della loro applicazione, implicante i lavoratori e tutta la catena dei fornitori ed appaltatori. Poiché l'obiettivo di questi codici di condotta è quello di permettere alla fine un rafforzamento del potere dei lavoratori e non di quello di sostituirsi al processo delle negoziazioni collettive. In questa prospettiva la recente creazione di dipartimenti di auditing sociale in seno alle potenti istituzioni private specializzate nei consigli alle imprese, come PricewaterhouseCoopers, suscita una certa diffidenza: possiamo chiederci in quale misura l'azione di queste compagnie, la cui indipendenza può essere messa in dubbio, potrà permettere ai lavoratori di esprimere le loro rivendicazioni.
La questione della regolamentazione pubblica e legislativa delle attività delle imprese internazionali è stata riconosciuta come un campo d'azione cruciale per la campagna: i poteri pubblici hanno un ruolo da svolgere nel miglioramento delle condixzoni di lavoro nella produzione di abbigliamento ed articoli sportivi. In questa prospettiva, l'azione del collettivo francese "l'Etica sull'etichetta" è illuminante: questo collettivo è attualmente impegnato presso delle collettività locali per promuovere degli acquisti pubblici etici, e fa pressione al livello nazionale per una riforma dei codici dei mercati pubblici che integrano dei riferimenti alle garanzie sociali. Nel campo legislativo sono previste delle azioni legali da parte di certi gruppi e campagne create per questo motivo. Queste azioni sollevano il problema dell'extraterritorialità delle imprese multinazionali nelle loro operazioni all'estero e mettono in luce le lacune del diritto internazionale in materia.
Anche il ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali è stato considerato dai partecipanti all'incontro di Barcellona, nella misura in cui l'azione di queste istituzioni, e particolarmente dell'OMC, è suscettibile di limitare il margine di manovra degli Stati nell'elaborazione di una legislazione che integri dei criteri sociali.
La cooperazione con le organizzazioni del Sud e dell'Est, in particolare con i sindacati è stata una rivendicazione costante delle giornate di riflessione di Barcellona. La campagna è già impegnata in un processo di collaborazione con le organizzazioni asiatiche e i legami dovrebbero essere approfonditi con dei partners dell'Europa centrale e dell'est, dell'Africa, dell'America centrale e del Nord.
In America centrale numerose associazioni sono impegnate nella lotta per i diritti dei lavoratori delle maquilladoras, questi laboratori di sudore che producono dei vestiti per conto delle multinazionali americane. Il dialogo con le organizzazioni sindacali dovrebbe essere rafforzato in seguito alla ripetuta richiesta dei partners del Sud della campagna Clean Clothes.
Allo stesso modo anche le condizioni dei lavoratori dei paesi industrializzati meritano di essere un oggetto di discussione nei prossimi anni. La campagna non può limitarsi a mettere in scena il faccia a faccia tra i consumatori del Nord e i lavoratori del Sud; al contrario, si tratta di rivolgersi agli individui nella loro triplice dimensione di consumatori, lavoratori e cittadini per creare dei meccanismi di solidarietà internazionale.
Infine, un'attenzione maggiore è stata reclamata da numerosi partecipanti su temi quali la discriminazione sessuale ( la maggior parte dei lavoratori nella produzione di abbigliamento sono delle donne che sono confrontate con dei problemi specifici della condizione femminile), i danni causati all'ambiente dall'industria tessile e dell'abbigliamento come anche il problema del lavoro informale svolto spesso a domicilio e in clandestinità per le imprese multinazionali.
L'incontro di Barcellona ha dunque consentito alle differenti campagne integrate nella Clean Clothes Campaign e ai loro partners nei paesi produttori di scambiare le esperienze e dibattere sui futuri orientamenti della loro azione. La presenza di organizzazioni del Sud e dell'Est ha permesso di riaffermare la necessità di legami più stretti, di una solidarietà vigilante nella ricerca di soluzioni. La campagna Clean Clothes è uno spazio importante di riflessione collettiva e la sua azione è coerente con le lotte condotte da altri gruppi che si confrontano con la logica neo-liberista. I membri della campagna hanno del resto, a più riprese, manifestato il loro interesse per i movimenti di opposizione alla mondializzazione attuale.
Sito dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro: http://www.ilo.org
Sito della campagna Clean Clothes: http://www.cleanclothes.org
Sito del collettivo sull'etichetta etica: http:// www.crc-conso.com/etic
Anne FEILLOU. Membro del gruppo locale Paris 14 - paris14@attac.org
1/ Conclusioni delle discussioni generali del comitato sull'Agricoltura (23/3):
Abbiamo constatato una forte partecipazione dei paesi africani che dimostra l'importanza che questi paesi attribuiscono al loro settore agricolo.
L'India stima che l'obiettivo di un nuovo accordo in questo settore dovrebbe garantire la sicurezza alimentare dei paesi in via di sviluppo. Appoggiata dagli altri paese PVS, questa proposta si è comunque attirata le critiche di parecchi paesi che si oppongono ad un sistema duale di diritti e obblighi che, affermano, va incontro alla logica dell'OMC che stabilisce un unico corpus di regole che possono comportare delle deroghe in favore di paesi che ne sono qualificati.
Il messaggio contenuto nella proposta del Mercosur riguardo alle imprese commerciali statali è assai chiaro: queste imprese hanno il monopolio del commercio estero ciò che provoca degli squilibri commerciali a favore dei produttori nazionali. Appoggiata dagli USA e dalla UE, questa tesi si è scontrata con la posizione dei paesi che utilizzano queste imprese (Canada, Australia, Nuova Zelanda) che stimano che lo scopo non sia quello di sapere chi ne è il proprietario ma quello di ridurre gli effetti commerciali delle sovvenzioni incrociate, abituali nelle pratiche commerciali private e che comportano, in maniera non minore, anch'esse degli effetti di squilibrio.
Un'altra proposta che viene dal Mercosur, dall'India, dalla Malesi, dal Costa-Rica, dal Guatemala e dal Cile chiede che il nuovo accordo riaffermi le discipline nell'attribuzione dei crediti all'esportazione (art. 10.2 dell'accordo sull'agricoltura che, secondo loro, non ha raggiunto il suo scopo). Gli USA, che ne sono il principale utilizzatore, pensa che queste discipline sono negoziate all'OCDE e che questa formula deve essere mantenuta. Questi crediti, garantiti dai governi, servono ad esportare il surplus alimentare principalmente nei PVS.
2/ Bush fa marcia indietro sui suoi impegni per la riduzione delle emissioni di CO2:
Così facendo si oppone al protocollo di Kyoto perché esenta l'80% del mondo, comprese l'India e la Cina di conformarsi ad esso e potrebbe causare delle serie difficoltà all'economia degli US. Non esita ad invocare "il principio di precauzione" riferendosi allo " stato incompleto delle conoscenze scientifiche sulle cause del riscaldamento globale e sulle soluzioni da adottare".
Queste posizioni sono state oggetto di violenti critiche un po' dovunque nel mondo. In una lettera comune che gli è stata indirizzata da R.Prodi e dal primo ministro svedese in rappresentanza dell'UE, è stata sottolineata l'importanza di concludere un accordo per lo sviluppo delle relazioni tra gli USA e l'UE. Anche il Canada, tradizionale alleato degli Usa su questo problema, ha espresso il suo disappunto.
Questa posizione di Bush appare a certi come la volontà di rifiutare i regolamenti a favore dell'ambiente presi da Clinton alla fine del suo mandato. Così anche per l'applicazione della normativa sull'arsenico autorizzato nelle acque potabili che doveva passare da 5 a 1. Così per la sospensione di regole più restrittive per l'estrazione dell'oro, dell'argento e dell'uranio. Altre misure prevedono l'intensificazione dei trivellamenti nella riserva naturale nazionale artica.
Ma questa posizione rischia di indurire ancora di più le posizioni di coloro che si oppongono alla ZLE delle Americhe e che si rifanno alle promesse sull'ambiente non mantenute dall'ALENA.
3/ L'UE è ottimista circa l'avvio di un nuovo round nel Qatar:
"Il nostro punto di vista è che in Qatar dovremo fare quello che non abbiamo potuto fare a Seattle: promuovere un ciclo di discussioni su una piattaforma il più ampia possibile". Questa dichiarazione è stata fatta da P.Lamy durante una visita in Egitto.Per lui esistono dei segnali positivi da parte della nuova amministrazione americana a favore di un nuovo round. Tuttavia ha riconosciuto che non si è ancora manifestato nessun consenso. Stima che l'Egitto, il Brasile o il Sudafrica sono i paesi chiave per ottenere il sostegno dei PVS, di cui molti rimangono contrari ad un nuovo round fin tanto che la loro richiesta, riguardante l'applicazione dell'Uruguay Round ,non sarà stata presa in considerazione.
4/ Una Unione Africana rimpiazzerà l'OUA (organizzazione dell'unità africana):
Questo rafforzamento dell'Unità Africana va di pari passo con la tendenza generale di formazione di blocchi regionali come l'UE ed il Mercosur. L'Unione adotterà in modo elastico il modello dell'UE con un Parlamento pan-africano, un fondo monetario, una banca di investimenti e una Corte di Giustizia.
Durante questo tempo il COMESA (mercato comune dell'est e del sud dell'Africa) ha costituito un tribunale del commercio regionale che potrà prendere il sopravvento sulle leggi ed i regolamenti nazionali e interpretare il trattato del COMESA.
5/Un accordo di libero-scambio con Singapore preoccupa l'ambiente degli affaristi messicani:
Questi ambienti (particolarmente nel settore tessile) si preoccupano che l'accordo di libero scambio appena firmato tra i due paesi non offra la possibilità ai paesi con un basso costo di manodopera, come l'India o il Bangladesh di utilizzare Singapore come punto di transito per trasportare illegalmente le loro merci verso il Messico ed eventualemte verso gli USA.
6/ Manifestazione dei fattori indiani per il ritiro dell'agricoltura dall'OMC:
Il Coordinamento Nazionale Indiano del movimento dei Fattori ha messo sotto assedio il parlamento indiano per chiedere al governo di ritirare l'agricoltura dal "mercato ingiusto"dell'OMC.
Cinque anni di liberalizzazione hanno già provocato guasti molto seri all'agricoltura indiana. La loro dichiarazione afferma che " gli accordi dell'Uruguay Round hanno funzionato principalmente per forzare l'apertura dei mercati a beneficio delle multinazionali e alle spese delle economie nazionali e locali, della salute e della sicurezza dei lavoratori, del benessere degli animali e dell'ambiente". Le sovvenzioni e gli ostacoli alle importazioni imposte dai paesi sviluppati come mezzo per perseguire il "commercio ingiusto" sono state anch'esse oggetto di critica.
Gruppo di lavoro "Trattati Internazionali". omc.marseille@attac.org
Come lo si vede alla fine del presente articolo, il rapporto della Banca Mondiale apparso questa settimana fa in parte da eco al recente rapporto dell'FMI. Per farla breve: le due istituzioni riconoscono che porre decine di condizioni per accordare degli aiuti ai paesi non funziona e che potrebbero seriamente ridurne il numero.
Ma il problema è di sapere che cosa si intende per "funzionare". In chiaro, le istituzioni stimano che funzioni quando riescono a convincere i governi ad adottare delle politiche neo- liberiste. Il successo per loro non vuol dire più lavoro, meno fame, più educazione. Nei fatti, mentre questi rapporti sono descritti da alcuni come delle autoflagellazioni da parte della banca Mondiale e dell'FMI, essi costituiscono in ultima analisi la prova che queste istituzioni lavorano per imporre le politiche neo-liberiste (privatizzazioni, liberalizzazioni, orientamento delle esportazioni, ecc ) quanto più largamente che completamente possibile. La domanda posta da questi rapporti si riassume così: come fare per essere più efficaci nella nostra azione? Se non riusciamo sufficientemente bene a forzare la mano dei governi sommergendoli di condizioni precise, che fare? La carota invece del bastone?
Si trova nel rapporto della banca Mondiale uno o due articoli nei quali si suggerisce che le istituzioni non pensino più di sottomettere i prestiti a delle condizioni e ad accordare, invece, dei prestiti solo a quei paesi che già danno prova di "buona condotta". Questo cambiamento significa che i governi dovrebbero cercare di indovinare quali politiche gli frutterebbero più denaro. Questo sarebbe un mezzo più sottile ed efficace di condurre i governi ad adottare le politiche che piacciono al G7, alla BM, all'FMI: in assenza di esigenze chiare, l'auto-disciplina e la paranoia manterrebbero i governi sulla retta via. E l'FMI e la BM potrebbero dire: "ma vedete bene che non imponiamo più nessuna condizione".
Quel che si deve fare è di ritirare a queste istituzioni, e a tutte le organizzazioni chiuse nella loro concezione di "economicamente corretto", il controllo su tutte le fonti di credito e sull'economia mondiale.
Soren Ambrose - Rete " 50 ans ca suffit" - Washington DC, USA
Sviluppo: Un nuovo studio della Banca Mondiale afferma che gli aiuti non possono suscitare le riforme economiche.
Di Gumisai Mutume
Washington, 27 marzo - Gli aiuti non possono suscitare le riforma economiche: è quello che constata un nuovo studio della Banca Mondiale sull'Africa, che dimostra che imporre delle condizioni ai PVS forzandoli ad adottare misure impopolari si è rivelato inefficace in numerosi casi.
Il rapporto intitolato " Aiuti e riforme in Africa: lezioni tratte da 10 studi di caso" , apparso martedì, riflette una presa di coscienza crescente, almeno a livello teorico nell' istituzione di Bretton Woods, che le condizioni del prestito, imposte da decenni, sempre più numerose e complesse, non hanno portato ad alcun risultato scontato.
"Il rapporto dimostra che l'aiuto non può suscitare le riforme nei paesi poveri che vi si oppongono del tutto", ha detto Shanta Devarajan, principale economista della Rete dello Sviluppo Umano della BM, che ha diretto lo studio. "Se il paese non si è appropriato di una strategia nazionale di sviluppo, le misure di aiuto le più generose e le meglio intenzionate non avranno che pochissimo impatto, se non nessun impatto sulla qualità della vita".
Lo studio che esamina l'incidenza degli aiuti allo sviluppo sulla politica economica in Africa riguarda la Costa d'Avorio. La Repubblica Democratica del Congo, l'Etiopia, la Tanzania, il Gana, il Kenia, il Mali, la Nigeria, l'Uganda e lo Zambia. Fornisce degli argomenti supplementari a coloro che vorrebbero una revisione delle pratiche della BM e dell'FMI in materia di prestiti..
Il Kenia ha ricevuto degli aiuti massicci in ricompensa alle riforme. 3 miliardi di dollari tra il 1976 e il 1996, ma parecchie riforme sono state ideate quando il governo aveva crudelmente bisogno di aiuti finanziari. Accettò rapidamente di fare delle riforme profonde ma queste non ebbero poi alcun seguito.
"Succede che le probabilità di una applicazione riuscita delle riforme siano deboli fin dall'inizio", precisa il rapporto mettendo sotto accusa una delle pietre angolari delle condizioni di prestito dell'FMI e della BM. "In altri casi, coloro che chiedono i prestiti e coloro che li danno sono allineati sui pareri di tecnocrati bene intenzionati, ma non dispongono del sostegno politico sufficiente"
Per dare alle loro riforme economiche un marchio di autenticità, le istituzioni di Bretton Woods hanno inventato le "Note strategiche per ridurre la povertà" (Poverty Reduction Strategy Papers, PRSP) nel 1999, destinate a guidare i prestiti ai paesi più poveri.
Le PRSP permettono teoricamente ai paesi poveri di mettere a punto le loro priorità sociali ed economiche grazie a delle consultazioni tra il governo, gli agenti economici e la società civile, le istituzioni finanziarie internazionali svolgono una funzione di sostegno.
Tuttavia questa strategia si basa ugualmente su delle condizioni rigide e ricompensa con dei nuovi piccoli prestiti i paesi che hanno raggiunto un certo livello di realizzazioni in materia di riforme economiche, mentre quelli che non ci sono riusciti si vedono ridurre i prestiti.
Fantu Cheru, professore all'università di Washington afferma che "un paese non può realmente appropriarsi di un progetto di riduzione della povertà solo a patto che l'FMI e la BM sopprimano la minaccia di "condizionamento" che pesa sui governi vulnerabili.
In un recente rapporto alla commissione dei Diritti dell'Uomo dell'ONU sulle implicazioni dei PRSP, Cheru afferma che legare l'alleggerimento del debito ai PRSP mette i governi nell'incapacità di consultare larghi settori della popolazione, obbligati come sono a piacere a dei politici di Washington piuttosto che a ricercare delle misure nazionalmente suscettibili di ridurre la povertà.
Numerosi governi africani si comportano bene, in parte perché la loro unica risorsa di finanziamento è la BM, tramite l'intermediario del suo agente di prestito, l'Associazione dello Sviluppo Internazionale.
Il discorso della Banca è che la pratica che concerne il prestito di riaggiustamento evolve per diventare partecipativa, ma la realtà sul terreno è completamente diversa.
" In numerosi paesi che beneficiano dei PRSP, l'esperienza dimostra che i programmi di riaggiustamento strutturale non subiscono delle trasformazioni e che, a molti riguardino la partecipazione agli PRSP genera il consenso alle politiche di riaggiustamento strutturale" afferma Cheru, che ha recentemente studiato il processo in otto paesi che beneficiano dei PRSP intermediari, il Benin, il Tchad, il Ghana, il Kenia, il Mozambico, il Senegal, la Tanzania e lo Zambia, così come un PRSP completo in Uganda.
Il numero medio di condizioni poste dalla BM all'Africa sub-sahariana è passato da 32 tra il 1980 e il 1983 a 56 alla fine di questo decennio, secondo gli studi indipendenti autorizzati dalla Banca.
Nel 1999, la Banca e l'FMI hanno imposto in medi 114 condizioni a tredici paesi dell'Africa sub-sahariana che applicano dei programmi di riaggiustamento strutturale. La Tanzania, con 150 condizioni, detiene il record, secondo la " Globalisation Challenge Initiative ", che sorveglia la BM e l'FMI.
Alcune di queste condizioni vanno fino al dettaglio degli articoli di bilancio e danno delle raccomandazioni sul numero dei licenziamenti in questo o in quell'altro settore.
Le condizioni per i prestiti sono considerevolmente aumentate di numero dall'inizio degli anni 80, epoca in cui servivano soprattutto ad assicurare il rimborso dei prestiti. Adesso fanno parte di una nuova forma di ristrutturazione sociale, che esige dai governi che si sottomettano sempre più alle esigenze dei mercati.
Certi implicano la liberalizzazione dei conti capitali, la riforma del mercato e la privatizzazione. In un caso, l'introduzione di un programma di tassa al valore aggiunto ha avuto bisogno di 19 rubriche.
"Ho sempre detto ai miei colleghi che se c'è bisogno di 67 condizioni è meglio non parlare di condizioni", dichiara David Dollar, del gruppo di ricerca e di sviluppo della BM, che fa parte della squadra che ha realizzato questo studio. "Perché non ridurne il numero a tre o quattro condizioni importanti?"
"Questo non vuol dire che la Banca debba disimpegnarsi, ma dobbiamo adottare nuovi protocolli; anche i paesi che hanno più successo con le loro riforme (Ghana e Uganda) preferiscono un numero ristretto di condizioni".
Uniformarsi alle condizioni dei prestiti non è solo obbligatorio per l'assistenza seguita dal prestito ma è anche una condizione preliminare per i regali bi-laterali e per l'alleggerimento del debito.
La proliferazione delle condizioni imposte da Washington giunge in un momento in cui l'aiuto allo sviluppo dell'Africa sub-sahariana è fortemente diminuito: da 32 dollari a testa nel 1990, è caduto a 19 dollari a testa nel 1998, ciò che ha reso questo paesi più dipendenti dai prestiti dell'FMI e della BM.
Rimane da vedere se questo rapporto può indurre dei cambiamenti importanti nella politica dei prestiti della Banca e dell'FMI rispetto al continente africano.
Questo rapporto fa seguito a una serie di pubblicazioni dell'FMI destinate a chiarire il dibattito sulla condizionabilità che avrà luogo negli incontri primaverili della Banca e dell'FMI il mese prossimo.
Una di queste pubblicazioni, realizzata dal gruppo di ricerca dell'FMI, stabilisce che l'aumento delle condizioni imposte ai paesi mutuatari ha "suscitato un'inquietudine legittima, soprattutto perché il Fondo oltrepassa il suo mandato e il campo di perizia che gli è proprio e che utilizza la sua forza d'impatto finanziario per costruire un programma politico di levatura e che corto.circuita i centri di decisione nazionali".
"Un condizionamento troppo invadente è suscettibile di galvanizzare un'opposizione locale al programma, ma anche di sviare dall'essenziale l'attenzione dei governanti":
Gli autori di questi scritti chiedono che i responsabili del FMI riflettano alla limitazione del numero delle condizioni per conservare solo quelle che sono indispensabili ai principali obiettivi macro-economici dell'FMI.
Soren Ambrose
Traduzione per Attac italia a cura di Patrizia Rosa Rosa
Notizie da ATTAC ITALIA:
Attac Siena insieme a Carta- cantieri Sociali stanno organizzando una due giorni per il 25 e 26 Maggio a Siena sui rapporti tra Globalizzazione e Sapere. Chiunque sia interessato per collaborare o per esserci può scrivere ad attac_siena@libero.it
La prima riunione con i Comitati Locali è stata organizzata per il 19 Maggio sede e orari saranno successivamente discussi.
Per info : Fiorino Iantorno