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| [26.07.2004] |
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Benetton è un'azienda moderna
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Questa e' la ridicola riposta del direttore della pubblicità
del Gruppo Benetton alla lettera del Coordinamento lombardo Nord/Sud
del mondo che ci ha inviato Ersilia Monti del Coordinamento stesso.
Alla c.a. di Ersilia Monti e Amalia Navoni
p.c. don Antonio Sciortino / Famiglia Cristiana
Catena di Villorba, 2 luglio 2004
Gentili Signore,
Voi dite: "Il fatto che la nave non trasportasse materiale
bellico in senso stretto ma materiale da campo
non diminuisce
la responsabilità morale di chi aveva il potere di decidere
questa spedizione, poiché non ci può essere differenza
tra un'arma che uccide e la logistica che rende possibile premere
il grilletto".
Non sappiamo cosa rispondere a questa presa di posizione ideologica
(che, ci rendiamo conto, molti condividono. Gandhi scrisse: "
Io non traccio alcuna distinzione tra coloro che portano le armi
di distruzione e coloro che prestano servizio di Croce Rossa. Entrambi
partecipano alla guerra e ne promuovono la causa"). Possiamo
solo dire che non tutti la pensano nello stesso modo e che un'impresa
(commerciale, industriale) è tenuta ad offrire servizi per
scopi leciti e legali. Ribadiamo comunque che è 21 Investimenti
e non Benetton Group la società in relazione con Strade Blu.
Voi dite: "
Spendere meno denaro per comunicare su temi
come la pace ed adoperarsi invece realmente per perseguirla
"
Anche qui: dipende dai punti di vista e da ciò che si considera
più consono a perseguire "realmente" la pace. C'è
chi crede che la campagna sul "Cimitero di guerra" (1991),
o quella sul "Milite noto" (1994), o la raccolta di fondi
per il Kosovo (1996) siano state realmente più importanti
di parecchi proclami ideologici e politici. In fondo, la storia
della nave che NON portava materiale bellico non è riuscita
ad occupare più di 15 righe sul quotidiano "La Repubblica".
Si capisce perché l'Associazione per la Pace, il Consorzio
Italiano di Solidarietà, l'ACNUR (Alto Commissariato delle
Nazioni Unite per i Rifugiati) abbiano appoggiato invece le campagne
mondiali di cui sopra.
Voi dite: "Le imprese non si preoccupano di verificare se
i livelli salariali definiti dalle leggi nazionali sono sufficienti
per consentire ad un lavoratore e alla sua famiglia di condurre
in quei Paesi una vita dignitosa".
C'è un'ingenuità in questa vostra risposta che mi
lascia perplesso. Conosce il detto "Essere più realisti
del re?". E' questo - di essere più realisti del re
- che lei chiede alle Imprese invece di chiederlo ai Governi e,
appunto, alle Leggi Nazionali? Personalmente vedo complicato che
le Imprese comincino a preoccuparsi se le Leggi Nazionali di un
Paese permettano o meno una vita dignitosa ai lavoratori che lo
abitano. Mentre non c'è dubbio che le Imprese siano tenute
a rispettare sempre le Leggi Nazionali e i Protocolli Sindacali.
Voi scrivete: " I messaggi pubblicitari del marchio Sisley
di Benetton Group sono fra i più volgari
". Non
so se siano più volgari i messaggi della Sisley o la descrizione
che ne fa il Giurì dell'Autodisciplina o la vostra intenzione
(questa anche infantile e decisamente comica) di inviare una copia
del catalogo a Don Sciortino. Tralasciate venti anni di comunicazione
Benetton indirizzata verso, semplifichiamo, "la coscienza critica
dei cittadini" e vi fissate su quattro campagne Sisley che,
come abbiamo già avuto modo di dirvi, sono già concluse.
Sempre a proposito di volgarità. Inizia così un
volantino (che termina con "Marici Weu! Dieci volte vinceremo"),
distribuito il 3 e 4 aprile scorso davanti ad un negozio Benetton
di Arezzo: "Strappiamo alla famiglia trevigiana la maschera
di multietnicità e correttezza che ne è diventata
il simbolo e mostriamo il suo vero volto, truce e sanguinario".
Chi vi dà il diritto di diffamare in questo modo i Benetton?
Vi chiediamo di dar prova di senso di responsabilità - e,
se permettete, anche di buon gusto - e di far cessare immediatamente
questo tipo di comunicazione pubblicitaria.
Su "Compania de Tierras" possiamo solo rispondere che
Compania de Tierras è nella legalità e che dà
lavoro a circa 250 persone, che gli investimenti realizzati hanno
avuto un impatto economico positivo sulla regione: impiego di mano
d'opera, miglioria delle condizioni di lavoro, azioni con positivo
impatto sociale, riforestazione.
I militanti della "Organizacion de Comunidades Mapuche"
affermano il contrario. E' nella dialettica delle cose ed è
nel confronto, credo, che si potrà giungere ad un corretto
operare. C'è un dibattito serio sulla globalizzazione, sulla
redistribuzione della ricchezza nei Paesi del Sud del mondo e sul
conseguente coinvolgimento delle Imprese occidentali. Verrebbe da
dire, semplificando, "come fai, sbagli". Ma crediamo che
gli aspetti positivi vadano monitorati con la stessa attenzione
e precisione di quelli negativi.
Sulla "Casa della Luna Rossa", invece di chiedere un
commento al giornalista Filippo Cartosio, autore dell'articolo "Tesori
perduti. In nome della legge" (meno male "in nome della
legge" e non "in nome della Benetton"!!!) avreste
fatto meglio a chiedere un commento alla Sovrintendenza per i Beni
Ambientali e Architettonici di Milano o al Ministero per i Beni
e le Attività Culturali che hanno preventivamente concordato
le condizioni del restauro e seguito i lavori.
Sul traforo del Monte Bianco rinvio alla risposta datavi nella
lettera precedente poiché nessun fatto nuovo e rilevante
emerge dalle vostre contro-risposte. Le decisioni in materia di
volumi di traffico nel traforo del Monte Bianco sono di competenza
dei Governi Italiano e Francese (e non si può chiedere al
Gestore di tronco, ancora una volta, di "essere più
realista del re").
Sull'etichettatura dei capi di abbigliamento vi chiederemo in
quali negozi avete effettuato il test. Benetton indica esattamente
la provenienza del capo (il "made in
"). In Italia
la dicitura è inserita nell'etichetta con la composizione
e le istruzioni di lavaggio mentre in alcuni Paesi (come gli Stati
Uniti e la Corea) l'obbligo è quello di apporre l'etichetta
della provenienza proprio sul collo dei capi.
A conclusione della lettera rileviamo, purtroppo, una chiusura
ideologica e un continuo confondere i piani della comunicazione
nell'intento di screditare anche il difficile lavoro portato avanti
da United Colors of Benetton sul fronte della pubblicità.
Le vostre contestazioni si riducono a ben poca cosa se alla fine
anche voi chiedete di accogliere due richieste, già soddisfatte:
la cessazione delle campagne Sisley e la corretta etichettatura
dei capi di abbigliamento.
Questo non significa che la Benetton sia immune da critiche. Quel
che dispiace è che si usi il pretesto delle campagne (un
lavoro complesso, lo riconoscerete) per cercare di minare il difficile
cammino di un'azienda verso un modello di impresa moderno, attento
al contesto dei valori in cui viviamo. Non sono molte le aziende
che intraprendono questo cammino e, peraltro, se c'è una
cosa che la Benetton ha rivendicato non è il suo impegno
sociale ma l'uso diverso dei budget pubblicitari, la possibilità
di comunicare in modo differente rispetto a quello cui ci hanno
abituato i marchi di abbigliamento.
Ma se Benetton "deve compiere ancora molta strada per potersi
realmente definire un'azienda socialmente responsabile" (questa
vostra arrogante sicurezza, questo fare di ogni erba un fascio azzera
pregiudizialmente il valore di qualunque sforzo una impresa possa
compiere nelle direzioni da voi auspicate e contribuisce solo ad
alzare muri di diffidenza reciproca) mi domando quanta strada debba
compiere il Coordinamento Lombardo Nord/Sud del mondo per liberarsi
da ideologismi e pregiudizi e conquistarsi una vera legittimità
ad attribuire "patenti" di responsabilità sociale
a questo o a quello.
Cordiali saluti
Paolo Landi
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