agenda
occhi
cantieri
campagne
articoli
recensioni
lettere
reportage
radio
video
link

cos'è carta
e-mail

Carta Qui

 

cover



powered by FreeFind

           
[19.07.2004]

Un brutto calendario

Erislia Monti, per il Coordinamento lombardo Nord/Sud del mondo, ha scritto una lettera a Benetton e Famiglia Cristiana per protestare contro le alcune scelte del Gruppo industriale veneto.
Questa lettera è una risposta dettagliata e argomentata alla lettera del direttore della pubblicità del Gruppo Benetton, Paolo Landi che faceva seguito alla lettera spedita al direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino in data 3.2.2004 motivata dall'inserimento di Benetton Group fra gli sponsor del calendario annuale, dedicato al tema della solidarietà, in virtù del suo impegno sociale.

LETTERA DI RISPOSTA

Milano, 23 giugno 2004

Ogg.: Benetton e il calendario 2004 di Famiglia Cristiana

Gentili signori,

Avevamo indirizzato una lettera al direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino in data 3.2.2004 sorpresi di trovare Benetton Group fra gli sponsor del calendario annuale, dedicato al tema della solidarietà, in virtù del suo impegno sociale. Abbiamo indicato tutte le ragioni a nostra conoscenza per le quali riteniamo che Benetton debba compiere ancora molta strada per potersi realmente definire un'azienda socialmente responsabile. Con il fax datato 18.3.2004, il direttore della pubblicità del Gruppo Benetton, Paolo Landi, su invito di don Sciortino, ha risposto alle nostre contestazioni.

Abbiamo raccolto le informazioni che ci servivano e ora torniamo in argomento.

Pace

Voi dite: "La nave italiana "Strada Gigante" non portava materiale bellico in Iraq, bensì materiali da campo (cucine e strutture sanitarie). In ogni caso è complicato attribuire una responsabilità alla Benetton. E' 21 Investimenti, una società di Edizione Holding (che controlla anche Benetton Group) ad avere una partecipazione finanziaria, minoritaria e non di controllo, in un fondo che gestisce un Armatore attivo nel mercato dei Noli internazionali. E' pertanto improprio accusare la Benetton di avere a che fare con società o attività implicate con la guerra in Iraq. A molti cittadini risparmiatori, che potrebbero avere investito tramite la propria banca in questo "fondo", potrebbero essere mosse le stesse accuse. Si andrebbe così a configurare un'aberrante interpretazione della responsabilità oggettiva".

Il fatto che la nave non trasportasse materiale bellico in senso stretto, ma materiali da campo (ma come fate ad esserne così sicuri se dite di non avere alcun legame con la compagnia di navigazione?), non diminuisce la responsabilità morale di chi aveva il potere di decidere questa operazione, poiché non ci può essere differenza fra un'arma che uccide e la logistica che rende possibile premere il grilletto.
Giustamente fate osservare che è complicato attribuire una responsabilità a Benetton. Non che Benetton non ne abbia alcuna, è difficile poterlo dimostrare.
Noi invece ci proviamo.

Abbiamo fatto una visura camerale della società StradeBlu.

Al febbraio 2003, quando viene reso pubblico il trasporto verso l'Iraq di materiale bellico effettuato da navi italiane per conto dell'esercito inglese, la 21 Investimenti presieduta da Alessandro Benetton, di cui la finanziaria della famiglia Benetton, Edizione Holding, detiene oltre il 50% del capitale, ha una partecipazione in StradeBlu del 33,47% (era del 44,61% a dicembre 2002).

Solo a fine aprile 2003 la quota di 21 Investimenti (detenuta da 21 Investimenti Spa e da 21 Investimenti Belgium S.A.) viene ceduta a B.P.VI Fondi - società di gestione del risparmio, ovvero al Giada Equity Fund, di cui la 21 Investimenti e la Banca Popolare di Vicenza, che hanno costituito insieme questo fondo nel settembre 2002, hanno un controllo paritetico. Attualmente la partecipazione del Fondo Giada in StradeBlu è del 26,94% (almeno fino a febbraio 2004). Alessandro Benetton è attualmente consigliere della stessa B.P.VI Fondi.

Non solo, ma nel consiglio di amministrazione di StradeBlu siede fin dall'inizio fra i consiglieri Dino Furlan, il quale è anche consigliere e amministratore delegato della 21 Partners sgr - società di gestione del risparmio, nella quale Alessandro Benetton ricopre l'incarico di presidente del consiglio di amministrazione (la 21 Partners sgr è partecipata pariteticamente da 21 Investimenti partners Spa e da Banca popolare di Vicenza. La 21 Investimenti partners Spa è, a sua volta, controllata totalmente da 21 Investimenti Spa).

La nave Strada Gigante di StradeBlu, che ha materialmente effettuato il trasporto in Iraq, è stata varata nel 2001 alla presenza di Alessandro Benetton, madrina la moglie Deborah Compagnoni. Articoli con fotografie di quell'evento, che tanta pubblicità ha portato a StradeBlu, possono essere letti e scaricati direttamente dal sito di StradeBlu.

Alla luce di tutto questo risulta evidente che 21 Investimenti, società finanziaria controllata dalla famiglia Benetton, avesse all'epoca del trasporto di materiale bellico e continui ad avere tuttora una responsabilità non solo morale ma anche concreta nelle scelte aziendali operate dall'impresa partecipata StradeBlu. In un articolo apparso sul Sole 24 Ore dell'8.4.2004, così viene descritta la strategia di 21 Investimenti: "[…] la holding investe acquisendo partecipazioni preferibilmente di minoranza, ma si occupa attivamente delle aziende acquisite e ha un peso specifico forte nel board degli amministratori".

E' a dir poco sconcertante che un'impresa come la vostra, che si dice amica della pace, abbia permesso che un esercito in procinto di scatenare una guerra d'invasione, immotivata e illegale, potesse far uso di una nave appartenente alla flotta di un armatore controllato da una finanziaria di famiglia, per trasportarvi qualsiasi tipo di materiale destinato a preparare l'aggressione. Non ci spieghiamo come non siate intervenuti a impedirlo dato che non potevate non esserne a conoscenza. Spendere meno denaro per "comunicare" su temi come la pace e adoperarsi invece realmente per perseguirla quando si ha l'opportunità e il potere per farlo, questo è secondo noi l' "impegno sociale" di un'impresa per la quale la pace sia un valore autentico.

Ai cittadini risparmiatori che hanno investito nel Fondo Giada non può essere ovviamente mossa alcuna accusa. Intanto perché all'epoca del viaggio di Strada Gigante per l'Iraq il Fondo Giada non era ancora fra gli azionisti di StradeBlu, ma lo era invece direttamente la 21 Investimenti. Ma, in particolare, perché i fondi private equity non sono rivolti ai piccoli risparmiatori, ma ai grandi investitori, in quanto le quote minime richieste per parteciparvi sono molto elevate. Ma c'è di più, i fondi private equity hanno la caratteristica di essere uno strumento opaco per il grande pubblico poiché non hanno l'obbligo di comunicare le proprie partecipazioni nelle varie società. Tanto è vero che nemmeno sul proprio sito 21 Investimenti comunica le sue partecipazioni detenute al 2003.
I piccoli risparmiatori - loro sì - hanno ben pochi strumenti per conoscere e per influenzare le scelte delle imprese in cui investe il proprio fondo, e molti sicuramente non avrebbero gradito vedere i propri soldi contribuire a fomentare una guerra. E' proprio contro queste modalità di gestione del risparmio che opera la finanza etica, l'unica che abbia assunto i criteri della trasparenza e del rispetto dell'essere umano e dell'ambiente a guida delle proprie scelte di investimento.

Lotta alla fame

Voi dite: "La Benetton impone l'osservanza delle disposizioni che regolano i rapporti di lavoro nei diversi Paesi. Come potrebbe essere altrimenti? E che cosa si intende per "estero"? In Ungheria e in Croazia, dove Benetton è presente, le disposizioni che regolano il lavoro sono già in linea con l'Unione Europea (che accoglierà presto al suo interno queste due Nazioni). Nell'ambito del suo sistema di Relazioni Industriali, la Benetton ha assunto la trasparenza come valore e conseguentemente fornisce alle Organizzazioni Sindacali, su tale delicata materia, le coordinate dei siti produttivi che si integrano nel processo manifatturiero collegate alle nostre piattaforme estere (ivi compresa la Tunisia che non farà parte della CE, oltre a Ungheria e Croazia). Per ciò che riguarda la campagna sull'emergenza "fame", è il World Food Programme che ha dettato le regole ed esecuzione di questo progetto".

E' risaputo che il motivo per il quale un'impresa dell'abbigliamento trasferisce alcune fasi di lavorazione o l'intero processo produttivo in paesi del sud del mondo o dell'est europeo è quello di sfruttare il vantaggio di costi della manodopera più bassi. Ma le imprese non si preoccupano di verificare se i livelli salariali definiti dalle leggi nazionali sono sufficienti per consentire a un lavoratore e alla sua famiglia di condurre in quei paesi una vita dignitosa. Indagini sul posto, interviste con i lavoratori, studi sindacali dimostrano che i lavoratori in tutti i paesi di delocalizzazione percepiscono retribuzioni che sono quasi sempre al disotto dei livelli di sussistenza. Il concetto di "living wage", intorno al quale da tempo si discute, non dovrebbe esservi sconosciuto. Nell'ottobre del 1998, al termine "di un ampio e articolato confronto sul fenomeno del lavoro minorile in Turchia", come si legge nel preambolo dell'accordo, siglaste con le organizzazioni sindacali italiane e turche, e con il vostro licenziatario in quel paese, un protocollo d'intesa che al terzo punto sanciva il principio che "I salari devono essere equi". Una delle maggiori preoccupazioni dei lavoratori rappresentati da quei sindacati era infatti vedersi garantita una retribuzione adeguata per una vita dignitosa.

E' vero che Benetton fornisce alle organizzazioni sindacali l'elenco dei suoi siti produttivi esteri, ma questo non sta affatto ad indicare per il consumatore che Benetton abbia "assunto la trasparenza come valore". Non c'è che da entrare in uno dei vostri negozi e rivoltare i capi che portano i vostri due marchi, United Colors of Benetton e Sisley, per rendersene conto. Una buona metà è totalmente priva di indicazione del luogo di origine, la restante parte riporta la dicitura "made in Italy". Il risultato di questa "strategia di comunicazione" è evidente: da un lato si priva il consumatore più attento di un'informazione basilare, dall'altro si induce il consumatore meno accorto a presumere che tutta la produzione Benetton sia realizzata in Italia. La legge ve lo consente, ma la correttezza e il dovere di trasparenza verso la vostra clientela dovrebbero suggerirvi di tenere un altro comportamento. In questo siete molto più arretrati di quasi tutti i vostri concorrenti.
Voi dite: "E' la comunicazione il punto centrale [dell'] "impegno" di Benetton". Pur respingendo l'idea che si possa confondere l'impegno sociale con la comunicazione, vi chiediamo di dare prova di quanto affermate cominciando a dichiarare pubblicamente in etichetta i paesi nei quali producete.

Moralità e valore sociale

Lei scrive, Sig. Landi: "[…] la Benetton e le altre grandi imprese possono fare ancora molto per sviscerare e approfondire i problemi legati alla pubblicità, alla comunicazione e alla (frequente) allocazione di enormi quantità di danaro per spingere verso una coazione a consumare in modo, questo sì, davvero "acritico". Le campagne di comunicazione di Benetton rispettano, o vorrebbero rispettare, l'intelligenza dei consumatori (che per noi sono, prima di tutto uomini e donne): ci piacerebbe riposizionare il consumo in un contesto di vita dove l'acquisto di un maglione non confligge con una coscienza sociale allertata, dove la pubblicità può essere considerata alla stregua di altri tipi di informazione (con una peculiarità e un vantaggio in più: i grandi budget di cui dispone).

Ci risulta difficile credere che stiate parlando proprio della vostra azienda. Benetton Group, negli ultimi 15 mesi, ha collezionato ben 4 pronunce del Giurì dell'Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria per la violazione dei seguenti articoli del codice di autodisciplina pubblicitaria: 1 (lealtà pubblicitaria), 9 (violenza, volgarità, indecenza), 10 (convinzioni morali, civili, religiose, dignità della persona).
I messaggi pubblicitari del marchio Sisley di Benetton Group sono fra i più volgari, violenti e lesivi della dignità della donna di tutto il panorama della comunicazione pubblicitaria italiana. Il filo conduttore è il sesso (non vi siete sforzati molto, ci pare, per "comunicare in modo diverso"), invariabilmente rappresentato con immagini al limite della pornografia, e comunque estremamente e gratuitamente volgari. Eccone un esempio tratto dalla pronuncia n. 199/2003 del Giurì dello IAP: "Il primo [messaggio] raffigura una giovane donna, presumibilmente all'interno di un'arena, seduta per terra a gambe divaricate di fronte a un toro di cui si scorgono solo le corna; la modella, con indosso un paio di calze autoreggenti rosse, una vestaglia aperta e un paio di mutandine nere, si rivolge provocatoriamente con la lingua protesa verso l'animale e oltre in direzione del pubblico dei lettori".
Che cosa vi dà il diritto di usare in questo modo del corpo femminile?

L'ultimo catalogo di Sisley, in libera distribuzione nei vostri negozi, riporta in copertina la dicitura-titolo: "Adults only" e il sottotitolo: "Questo catalogo è consigliato a persone adulte e con una discreta apertura mentale. Buon divertimento!". Ne inviamo copia a don Sciortino affinché valuti lui stesso se forme di comunicazione come questa possano essere definite manifestazione di "impegno sociale".

Siamo d'accordo con voi, la pubblicità di un grande marchio come Benetton ha "una peculiarità e un vantaggio in più: i grandi budget di cui dispone". Ma che non usa affatto per elevare il livello culturale e di coscienza critica dei cittadini come vorreste farci credere. Al contrario. Un paio di anni fa vi fu possibile, grazie ai vostri mezzi economici, affittare l'intero mezzanino della fermata di San Babila della metropolitana milanese per lanciare la campagna pubblicitaria "Nothing to add". L'immagine censurata dallo IAP, con pronuncia n. 231/02 (quella che mostra un ragazzo in "atteggiamento di sopraffazione e di aggressività, di distacco e di indifferenza nei confronti della donna che, invece, è ritratta in una posizione di abbandono e di fragilità"), campeggiava enorme accanto alle obliteratrici. Impossibile non vederla. Impossibile non vederla senza provare un moto di indignazione. E allo stesso tempo, impossibile non essere colti da un senso di impotenza: noi semplici cittadini, purtroppo, non abbiamo modo di difenderci dai vostri "grandi budget", con i quali non fate che violare quotidianamente il nostro diritto a non essere importunati contro la nostra volontà da immagini e messaggi idioti, violenti e volgari.

Vi chiediamo di dar prova di senso di responsabilità - e, se permettete, anche di buon gusto - e di far cessare immediatamente questo tipo di comunicazione pubblicitaria.

Comunità locali

Voi scrivete: "Il riferimento all'episodio che coinvolse la famiglia Nahuelquir-Curiñanco è male raccontato. Questa famiglia entrò senza alcun titolo nelle terre di Compañia de Tierras, occupandole abusivamente per costruirvi un'abitazione. Il Tribunale diede ragione a Compañia de Tierras rimuovendo l'occupazione abusiva di terre che non appartenevano alla famiglia Nahuelquir-Curiñanco. Il problema della rivendicazione di alcune terre da parte degli Indios Mapuche fa riferimento a fatti della seconda metà del 1800. Si tratta di un problema seguito dalle autorità argentine, ma che nulla ha a che fare con Compañia de Tierras".

Rosa Rúa Nahuelquir e Atilio Curiñanco sono nati e cresciuti sulla terra che hanno occupato, terra da sempre appartenuta alla loro gente e ai loro antenati. Solo dopo aver consultato lo I.A.C. (Instituto Autárquico de Colonización y Fomento Rural) e avuta conferma che si trattava di terreni "fiscales", cioè dello stato, vi si sono installati. Il tribunale di Esquel, davanti al quale li avete trascinati per rispondere di un atto di usurpazione, li ha assolti il 26 maggio scorso dall'accusa di
occupazione illegale in virtù del fatto che "occupare" non è sinonimo di "usurpare".
Il giudice José Oscar Colabelli, che ha ordinato, il 2 ottobre 2002, lo sgombero preventivo (come preventivi sono sempre stati gli sgomberi che hanno coinvolto le comunità mapuche) e naturalmente violento della famiglia Nahuelquir-Curiñanco (la polizia si recò nel fondo Santa Rosa armata e con i cani), con demolizione dell'abitazione e sequestro dei beni, è stato destituito il 4
maggio scorso dal Tribunale superiore di giustizia della provincia del Chubut per "non conoscenza del diritto" e "cattivo svolgimento delle sue funzioni". La sentenza semplicemente conferma quanto, da tempo, le comunità mapuche sostenevano relativamente alla parzialità e al razzismo di questo giudice.

I titoli di proprietà che la Compañia de Tierras del Sur Argentino S.A. ha presentato in tribunale, e che il giudice Jorge Eyo il 31 maggio scorso ha ritenuto sufficienti a comprovare il vostro diritto sui terreni occupati dai Curiñanco ordinandone lo sgombero, è proprio quello che le comunità mapuche mettono in discussione da sempre. I documenti (gli stessi che furono presentati a Rosa e Atilio al momento della denuncia per usurpazione) si riferiscono infatti a un registro catastale del 1896, anno in cui, al culmine della feroce colonizzazione della Patagonia condotta dall'esercito argentino che va sotto il nome di "Conquista del deserto", costata la vita a decine di migliaia di Mapuches, i territori mapuche, che oggi sembrano vostri, furono donati dallo stato argentino a dieci proprietari terrieri inglesi poi registrati sotto il nome di Compañia de Tierras del Sur Argentino, in circostanze di violazione della legge vigente all'epoca. Questa legge, infatti, non permetteva la donazione o la vendita di lotti di terra con superficie superiore a 40 mila ettari (furono donati invece dieci lotti da 90 mila ettari l'uno) né tanto meno la possibilità di sommare questi lotti per formarne uno unico, come invece avvenne. Questa è la storia del territorio che avete acquistato nel 1991.
E' a dir poco ingeneroso affermare che gli avvenimenti storici della Patagonia non vi riguardano, quando solo in virtù del massacro e dell'esodo forzato delle popolazioni indigene è stato possibile a singoli individui e a imprese straniere, come la vostra, acquistare a poco prezzo estensioni di terreno ricchissime in risorse naturali, libere, e grandi quanto intere nazioni.

Le comunità mapuche hanno sempre sostenuto che queste terre appartengono loro per diritto naturale e storico, e continueranno a lottare perché questo diritto venga loro riconosciuto. Inoltre è d'obbligo specificare che il diritto ancestrale a vivere sulle proprie terre è tutelato dalle leggi vigenti nella provincia del Chubut e in tutta l'Argentina:
- la protezione dei popoli originari è garantita dalla legge nazionale n. 24.071;
- la preesistenza dei popoli indigeni è sancita dall'art.75 par.17 della costituzione argentina;
- il diritto di proprietà in generale e, in particolare, della proprietà della terra è confermato dall'art.17 della costituzione argentina e anche in varie norme del codice civile argentino;
- la norma che attribuisce una funzione sociale alla terra è contenuta nell'art.100 della costituzione
provinciale del Chubut.

Ancora nel merito e in risposta al resto delle vostre argomentazioni, lasciamo la parola all'organizzazione mapuche "11 de Octubre" che, su nostra richiesta, ci ha inviato il 23 marzo scorso il messaggio di posta elettronica che segue (il messaggio originale viene inoltrato al vostro indirizzo per posta elettronica). Il testo contiene un'imprecisione, la nostra lettera non è mai stata pubblicata su Famiglia Cristiana. Inutile dire che l'avremmo sperato.

----- Original Message -----

Subject: Menzogne, contraddizioni e pressioni: i colori fondamentali di Benetton

Menzogne, contraddizioni e pressioni: i colori fondamentali di Benetton


Organización Mapuche Tehuelche 11 de Octubre -19 marzo 2004
puelweycha@latinmail.com

Il 3 febbraio sul periodico cattolico italiano Famiglia Cristiana è stata pubblicata una lettera del Coordinamento Lombardo Nord/Sud del mondo, con sede a Milano, in cui tale organizzazione faceva riferimento al modo di agire della multinazionale Benetton ai danni del Popolo Mapuche. Inoltre, il 9 marzo, il periodico online Wallstreetitalia ha pubblicato un articolo in cui si menzionavano le nostre denunce contro il Gruppo Benetton. La holding di Treviso ha risposto separatamente alle due pubblicazioni. Verso la fine di febbraio ha inviato la sua replica a Famiglia Cristiana e l'11 marzo si è rivolta a Wallstreetitalia. Noi della Organización de Comunidades Mapuche Tehuelche "11 de Octubre" ci sentiamo in dovere di fare chiarezza su certe menzogne, denunciare le pressioni e segnalare le contraddizioni di questa multinazionale pseudoumanitaria.

- Nella risposta fornita a Wallstreetitalia si sostiene che la Compañía de Tierras del Sud Argentina S.A. (CTSA) è una società estranea ed indipendente dal Benetton Group S.p.A. e che l'unico punto in comune è dato dal fatto che entrambe le società sono controllate da Edizione Holding... Questa è la ripetizione della strategia esposta dall'avvocato della Compañía, Martín Iturburo Moneff, in una intervista realizzata dal programma televisivo argentino Punto.Doc - andato in onda lo scorso novembre -. E' auspicabile che Holding risolva i suoi problemi d'identità e di appartenenza, considerato che la settimana scorsa (come in molte altre occasioni) il quotidiano argentino Clarín ha pubblicato un articolo sulle "grandezze" della estancia El Cóndor (proprietà della Compañía sita nella provincia patagonica di Santa Cruz) in cui si afferma che detta estancia appartiene al Benetton Group S.p.A.

- Nella replica a Famiglia Cristiana la multinazionale italiana sostiene che la famiglia mapuche Curiñanco-Nahuelquir "entrò senza alcun titolo nelle terre di Compañia de Tierras, occupandole abusivamente per costruirvi un'abitazione. Il Tribunale diede ragione a Compañia de Tierras rimuovendo l'occupazione abusiva di terre che non appartenevano alla famiglia Nahuelquir-Curiñaco". Mentre a Wallstreetitalia fa un passo avanti e sostiene che manca solo che la giustizia stabilisca la dovuta condanna verso i nostri fratelli.

Chiariamo ancora una volta che i nostri fratelli, prima di entrare nel fondo Santa Rosa, che si trova in località Leleque, hanno consultato diverse volte l'Instituto Autárquico de Colonización y Fomento Rural (istituto autarchico di colonizzazione e sviluppo rurale) sulla situazione del fondo e ricevettero l'informazione -cosa sostenuta anche dagli abitanti della zona- che erano "tierras fiscales" (appartenenti allo Stato). Inoltre il giorno in cui occuparono il luogo informarono previamente la Polizia del Chubut presso il commissariato di Esquel. Sarebbe interessante che il Gruppo Benetton -proprietario di circa 1.000.000 di ettari e maggiore latifondista dell'Argentina- spiegasse cosa intende per comportamenti "abusivi". Come definirebbe questa multinazionale la propria strategia quando afferma pubblicamente che solo manca che il tribunale stabilisca la condanna contro Atilio Curiñanco e Rosa Rúa Nahuelquir quando non è ancora iniziato il processo? Non sarà quest'affermazione una maniera di fare pressione sul tribunale? Non sarà questo un comportamento abusivo?

Il Gruppo Benetton segnala che "il Tribunale diede ragione a Compañía de Tierras". Il provvedimento da parte del Juez de Instrucción (giudice istruttore) di Esquel, José Colabelli, è cautelare. Il prossimo 14 aprile inizia nella città di Esquel (Chubut) il processo per usurpazione contro i nostri fratelli. La sicurezza con la quale questa multinazionale si pronuncia è, per lo meno, sospetta. lo stesso dicasi per la trascendenza che dà alla misura presa dal giudice.

Vale la pena ricordare che il dottor Colabelli è attualmente sottoposto ad un provvedimento disciplinare per "desconocimiento del derecho" (non conoscenza del diritto) per via dello sgombero cautelare che ha ordinato nei confronti della famiglia mapuche Fermín, della Comunidad Mapuche Vuelta del Río nel marzo 2003 (provvedimento simile a quello adottato nei confronti della famiglia Curiñanco Nahuelquir). Va anche segnalato che detto magistrato non si astenne dall'intervenire in questa causa malgrado il fatto che sua moglie, Gladys Carla Rossi, sia viceconsole dell'Italia ad Esquel.

E comunque non è la prima volta che denunciamo il modo di agire razzista di questo giudice.

- Benetton Group S.p.A. su Famiglia Cristiana sostiene: "Per quanto riguarda le otto famiglie di cui si parla, queste si trovano al di fuori delle terre di Compañia de Tierras. Edizione Holding e Compañia de Tierras non hanno alcuna intenzione di costruire un villaggio turistico né sulle terre di propria competenza, né al loro esterno. Queste otto famiglie si trovano comunque su terre di proprietà del governo argentino, quindi Compañia de Tierras non sa nulla di ciò che il governo argentino vorrà decidere in merito".

Il Gruppo Benetton si riferisce alle otto famiglie mapuche che vivono nelle case ferroviarie della stazione Leleque. E' vero che la località appartiene allo stato argentino, mai abbiamo affermato il contrario, ma è anche vero che dalla estancia Leleque (che appartiene alla Compañía de Tierras Sud Argentina S.A.) si cerca costantemente di importunare queste famiglie affinché abbandonino il luogo. Strano che la multinazionale non conosca le intenzioni del governo del Chubut sulla località, considerata la fluida comunicazione che ha con i funzionari dello stato; inoltre il luogo in questione rappresenta un'isola circondata dall'oceano Benetton. Ma ancor più strana è la replica fornita a Wallstreetitalia, in cui si contraddice apertamente e riconosce di essere al corrente del progetto turistico. Non solo, ma aggiunge che il governo sta analizzando la possibilità di includere il Museo Leleque e l'adiacente confetteria (appartenenti alla estancia Leleque) nel percorso turistico. D'altra parte, anche se la multinazionale italiana lo neghi, tutti gli abitanti della zona sanno che il Gruppo Benetton pretende portare avanti un'attività turistica in detta stazione.

- Benetton Group S.p.A su Famiglia Cristiana afferma: "Compañia de Tierras dà lavoro in forma diretta a circa 250 persone. Parte della manodopera è discendente o relazionata ai cittadini della Colonia Cushamen e questi impiegati godono degli stessi benefici di carattere salariale e sociale di cui godono gli altri impiegati dell'azienda, senza nessun tipo di discriminazione. Inoltre Compañia de Tierras sta realizzando migliorie dal punto di vista produttivo, in particolare per quanto riguarda il livello di miglioramento genetico degli ovini dell'estancia Leleque. Gli investimenti realizzati hanno avuto un impatto economico sulle estancias della regione: impiego di manodopera, miglioria delle condizioni di lavoro, azioni con positivo impatto sociale. Da anni viene anche portata avanti un'intensa attività di forestazione".

Le testimonianze di centinaia di abitanti mapuche e non mapuche dicono il contrario. Loro parlano di riduzioni dei benefici lavorativi. Non solo ma, nelle scorso novembre quando il dottor Perazzo - vicepresidente della Compañía Tierras del Sud Argentina S.A. - si incontrò con noi nella città di Esquel, noi gli proponemmo che riunisse i lavoratori della estancia e che elencasse ad essi i benefici portati dal Gruppo Benetton in materia lavorativa. Questo signore restò muto e non accettò la nostra proposta.

Riguardo le azioni dall'impatto sociale positivo, il Gruppo Benetton si riferisce forse alla chiusura dei callejones - strade di campagna - che adesso rende difficile la comunicazione tra le diverse località; o al filo spinato sull'acceso a differenti corsi d'acqua che non ha motivato solo la protesta degli abitanti della regione -mapuche e non mapuche - ma anche dei turisti; o al filo spinato delle "riserve" mapuche. Anche se nega tale situazione nella replica a Wallstreetitalia

Altro impatto positivo sarà l'apertura di un commissariato in località Leleque -al chilometro 1440 della strada nazionale 40 -... il "commissariato di Benetton". Per controllare e reprimere le proteste del nostro Popolo. In quanto ai miglioramenti genetici che beneficerebbero la gente... quale gente? Quella che ha per cognome Benetton? Dobbiamo rallegrarci per questo?

Il Gruppo Benetton si vanta dei suoi investimenti ma non spiega che riceve dei sussidi da parte dello stato argentino per concretizzare i suoi piani di forestazione, o forse il maggior latifondista dell'Argentina lo negherà? Molti pini... ma con sussidi. Sussidi ai quali spesso non hanno accesso i lavoratori disoccupati o i piccoli produttori. Inoltre la Compañía sta forestando con pini esotici, cioè con specie non autoctone del nostro Wallmapu (Territorio Mapuche). In questa maniera con i "suoi" investimenti altera l'itrofilmogen (biodiversità), rompe l'equilibrio tra le differenti forme di vita... Altro segno del rispetto che la multinazionale ha per il nostro Popolo e la nostra Cultura, un altro dei benefici che il winka (bianco) porta al Popolo Mapuche.

Speriamo che Benetton Group S.p.A./Compañía de Tierras Sud Argentina S.A./Edizione Holding (o un'altra delle sue tante personalità/identità) non consideri un comportamento "abusivo" il fatto di far sentire la nostra voce.

PER TERRITORIO, GIUSTIZIA, AUTONOMIA E LIBERTA'

¡¡¡Marici Weu!!! ¡¡¡Marici Weu!!!

(Dieci volte No alle multinazionali che saccheggiano il Wallmapu!!! Dieci volte vinceremo!!!)

ORGANIZACIÓN DE COMUNIDADES MAPUCHE TEHUELCHE "11 DE OCTUBRE"

Tel. 0054 2945 45 1611

e.mail: puelmapu@geomundos.com, puelweycha@latinmail.com

http://www.latinmail.com

Cultura

Voi scrivete : " Le informazioni riportate sui fatti di Monza sono errate. Il Gruppo Benetton, come riportato, ha acquistato l'immobile in questione in una situazione di estremo degrado, tale da poter compromettere irrimediabilmente la conservazione dello stesso. Grazie a un minuzioso studio è stata prodotta una importante documentazione analitica e fotografica che ha consentito di mettere a punto il progetto di recupero e restauro. La parete verticale della Casa della Luna Rossa è stata smontata perché in procinto di crollare, come testimoniano le documentazioni ufficiali intercorse tra la direzione dei lavori e l'amministrazione comunale. Tale opera di smontaggio ha preservato l'intero edificio dal crollo e ha soprattutto consentito di recuperare integralmente tutta la struttura lignea, principale caratteristica della casa. Sono stati inoltre recuperati i parapetti in ferro, le soglie, gli infissi, i mattoni ancora utilizzabili, le mensole in legno del tetto. Il tutto è stato ricostruito nelle parti smontate esattamente com'era in origine, con materiali e tecniche costruttive che rispettassero l'epoca dell'edificio, come d'altronde conferma l'approvazione del progetto da parte della Sovrintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Milano e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali che hanno preventivamente concordato le condizioni del restauro e seguito i lavori".

Abbiamo chiesto un commento a Filippo Cartosio, autore dell'articolo "Tesori perduti. In nome della legge", apparso nel n. 6, 2002, della rivista "Medioevo" il cui contenuto in riferimento alla demolizione della Casa della Luna Rossa abbiamo riportato nella nostra lettera del 3.2.2004 indirizzata a Famiglia Cristiana (il messaggio originale viene inoltrato al vostro indirizzo per posta elettronica).

----- Original Message -----

Filippo Cartosio
Pubblicità Italia

Milano, 18 giugno 2004

Gentile Signora Monti,

la ringrazio per avermi contattato per chiedermi informazioni in merito alla vicenda della demolizione della Casa della Luna Rossa di Monza, nell'agosto del 2000.

Purtroppo non posso dirle molto di più rispetto a quanto scrissi all'epoca su Brianza Provincia, il giornale al quale all'epoca collaboravo e sul quale pubblicai un ampio articolo sul fatto (gliene ho inviata copia per fax) ma cercherò di riassumere i fatti di cui sono a conoscenza.

La casa detta della Luna Rossa (così chiamata per un fregio rappresentante l'antico simbolo della città longobarda, apposto su una trave dell'edificio) era considerata la più antica di Monza: risaliva al XV secolo ed era l'unica testimonianza superstite a Monza di una tipologia costruttiva tipica della
zona in epoca medievale. Questo suo alto valore storico, ben noto, venne confermato subito dopo la demolizione dal dott. Roberto Conti, Conservatore del Museo del Duomo di Monza, che, in numerose interviste rilasciate ai principali organi di stampa locali (Il Giorno, Il Corriere della Sera, Il Cittadino, e la stessa Brianza Provincia) citò gli studi e i libri del prof. Augusto Merati, esperto di storia ed arte monzese.

L'edificio, come emerse subito dopo la demolizione ad opera dell'impresa edile che stava eseguendo i lavori per la realizzazione di un grande negozio Benetton, non era mai stato sottoposto a vincolo da parte della Soprintendenza ai beni architettonici della Lombardia. Questo vincolo (tecnicamente 'dichiarazione di notevole interesse storico-artistico') qualora sia stato posto dalla Soprintendenza su un immobile che la stessa Soprintendenza valuti di alto valore storico-artistico ? ma per farlo occorre che qualcuno gliene segnali l'esistenza ? impedisce al proprietario di quell'immobile ? chiunque esso sia, ente pubblico, azienda o privato - di demolirlo o ristrutturarlo o apportarvi qualsiasi modifica senza che il progetto sia stato approvato dalla stessa Soprintendenza.

Nel caso della Casa della Luna Rossa, questo vincolo era assente, mai richiesto dai precedenti proprietari e tantomeno da Benetton. Quindi la proprietà era libera di fare sull'edificio qualsiasi intervento.

L'edificio infatti era (ed è tuttora) di proprietà di Benetton, che l'aveva acquistato poco tempo prima della demolizione insieme a una serie di edifici contigui ? tutti nell'area cosiddetta 'ex Tessilmaglia' ? al fine di realizzare in quell'area un suo grande negozio, che poi effettivamente realizzò. Al momento del crollo il cantiere per la costruzione del negozio (che la stessa azienda prometteva sarebbe stato 'il più grande d'Italia') era in piena attività.

Il progetto edilizio di Benetton non prevedeva che la Casa della Luna Rossa (nome che identificava in realtà tre casette una contigua all'altra) dovesse essere demolita, tuttavia essa si trovava a ridosso dell'area oggetto dell'intervento edilizio. Nonostante questa estrema vicinanza, e nonostante la Casa della Luna Rossa fosse in condizioni di degrado in quanto abbandonata da circa 30 anni, e quindi bisognosa di cure (qualora ci fosse la volontà di conservarla e restaurarla) l'azienda che lavorava nel
cantiere per conto di Benetton aprì a pochissimi metri dalla casa, proprio nel corpo della casa adiacente, un enorme varco attraverso il quale transitavano pesanti mezzi d'opera in ingresso e in uscita dal cantiere edilizio. (Fra l'altro, l'affresco del Settecento che abbelliva la parete squarciata venne fatto a pezzi dai martelli pneumatici).

Insomma, nonostante a pochissimi metri dal proprio grande cantiere Benetton possedesse la Casa della Luna Rossa, ovvero un edificio del Tre-Quattorcento, quasi un simbolo della città, carissimo al cuore dei monzesi, il cui alto pregio storico-artistico era notorio (nonostante l'assenza di vincolo della Soprintendenza) di fatto l'azienda non si curò di preservare quel bene storico-artistico dai danni che la presenza del proprio cantiere a distanza così ravvicinata poteva arrecargli. Né, tantomeno, Benetton si curò di promuoverne un restauro filologico. Al contrario, la stessa Benetton ammise che le precarie condizioni della Casa erano sensibilmente peggiorate con l'apertura del cantiere adiacente, con la formazione di preoccupanti crepe. Un'ammissione che conteneva
implicitamente in sé la causa: ovvero le forti vibrazioni provocate dai martelli pneumatici
in azione sugli edifici adiacenti. Disse infatti dopo la demolizione l'azienda, per bocca del suo portavoce Luca Finzi: "Le crepe apertesi a fine luglio nella Casa della Luna Rossa avevano segnalato il rischio di un crollo che stava diventando imminente. Di ciò abbiamo avvertito gli uffici tecnici comunali senza ottenerne risposta. Abbiamo dovuto effettuare l'intervento (ovvero la demolizione, ndr) senza avvertire il Comune perché a un certo punto abbiamo capito che il crollo poteva essere questione di ore". Nelle stesse parole di Benetton quindi, una casa che è stata in piedi per settecento anni, dei quali 30 in stato di abbandono, è diventata a rischio di crollo solo nel momento in cui accanto ad essa Benetton ha aperto un cantiere edilizio.

La demolizione avvenne il 23 agosto, quando la città era praticamente deserta, e fu portata a termine in gran fretta. Proprio questa fretta e la scelta del periodo di Ferragosto suscitarono in molti monzesi la fortissima impressione che la demolizione fosse premeditata e non fatta 'per emergenza,
al fine di preservare l'edificio dal crollo', come ebbe a sostenere Benetton. Insomma una demolizione fatta per far trovare la città ? e il Comune ? di fronte al fatto compiuto, scongiurando così che i lavori potessero venire bloccati da un intervento della Giunta finalizzato a preservare la Casa da un rischio di crollo reale. Uno stop che per Benetton non era così remoto. Infatti già una settimana prima del 23 agosto, ovvero a Ferragosto, il Conservatore del Duomo aveva notato lo squarcio nella casa contigua alla Casa della Luna Rossa, e temendo disastri aveva subito
avvertito la rappresentante della Soprintendenza Marina Rosa, la quale a sua volta aveva inviato una lettera al Comune per chiedere la sospensione urgente dei lavori. Nessuna risposta dal Comune, visto che tutti i rappresentanti della Giunta erano in ferie. A quel punto ? è solo un'ipotesi
ovviamente ? Benetton ha deciso di accelerare i tempi e di far crollare la casa prima che qualcuno potesse dare uno stop ai lavori.

Nei giorni immediatamente successivi alla demolizione, Benetton tenne presso il Municipio di Monza una conferenza stampa congiunta con esponenti della giunta cittadina, durante la quale il rappresentante dell'azienda Luca Finzi parlò di 'smontaggio' e di 'conservazione delle parti pregiate',
promettendo una 'fedele ricostruzione'. Circa due anni dopo, in occasione della ricostruzione dell'edificio distrutto, la stessa Benetton si compiacque poi di aver compiuto un 'restauro filologico'. Dal punto di vista concettuale è chiaro a chiunque che una demolizione completa di tutte le parti murarie non è uno 'smontaggio', e una ricostruzione ex novo non è affatto un 'restauro filologico'. Quindi, al di là dell'ipocrisia delle parole, non c'è alcun dubbio che l'azienda abbia demolito consapevolmente un bene storico-architettonico, patrimonio della collettività ancorché di proprietà
privata, approfittando dell'impunità garantita dall'assenza di vincolo. Dimostrando in tal modo una totale assenza di sensibilità culturale e una schiacciante preminenza dell'obiettivo del profitto su quello della cosiddetta 'responsabilità sociale' (in questo caso totalmente assente: la Casa poteva essere restaurata e invece prima i lavori del cantiere Benetton ne accelerarono rapidamente il degrado, poi, quando comunque forse poteva ancora essere salvata, le ruspe tagliarono la testa al toro abbattendo definitivamente l'edificio).

A supporto delle informazioni che le ho fornito, può recuperare gli articoli usciti sul Corriere, Il Giorno e Il Cittadino dell'epoca, e rintracciare per testimonianza il Conservatore del Duomo Roberto Conti e la funzionaria della Soprintendenza Marina Rosa.

Nel farle i migliori auguri di un puntuale accertamento delle responsabilità, le confermo la mia disponibilità a darle tutto il supporto che mi chiederà in questa sua ricerca.

Cordiali saluti

Filippo Cartosio
339 - 338 78 18


Traforo del Monte Bianco

Voi scrivete: "Le accuse mosse ad Autostrade, di cui Edizione Holding è uno degli azionisti, sono false. Premesso che le decisioni in materia di volumi di traffico nel traforo del Monte Bianco sono prese dai governi di Italia e Francia, dopo la riapertura del traforo, rimasto a lungo chiuso per il tragico incidente del 24 marzo 1999, il traffico pesante di passaggio è meno della metà del traffico pesante che vi transitava in precedenza e per decisione dei governi italo-francesi non raggiungerà mai più i livelli precedenti all'incidente del 1999".

Abbiamo chiesto un commento al Coordinamento Valdostano contro il Ritorno dei TIR nel traforo del Monte Bianco. Vi risponde il Sig. Elio Riccarand, Capogruppo di Arcobaleno Vallée d'Aoste nel Consiglio regionale della Valle d'Aosta (il messaggio originale viene inoltrato al vostro indirizzo per posta elettronica), il quale vi invita a fornire alcuni importanti chiarimenti. Vi preghiamo di dare seguito alla richiesta rassicurando delle vostre intenzioni le popolazioni che vivono nelle vicinanze del traforo.

----- Original Message -----

Gentile Ersilia Monti,
ho esaminato con attenzione ed interesse la lettera di Paolo Landi, Direttore Pubblicità Gruppo Benetton, inviata al Coordinamento Lombardo Nord/Sud del Mondo il 18.3.2004, soprattutto nella parte in cui parla del Traforo del Monte Bianco e respinge le accuse mosse alla Società Autostrade
che in Valle d'Aosta è considerata responsabile di operare per dei livelli di traffico pesante incompatibili con la qualità ambientale del territorio del Monte Bianco.
Le critiche che numerose associazioni ambientaliste e varie forze politiche hanno più volte formulato nei confronti della Società Italiana per il Traforo del Monte Bianco, della Società Autostrade ed a Benetton come azionista di riferimento, è di aver voluto, dopo la gravissima tragedia del 24 marzo 1999 ( che provocò la morte di 29 persone) riaprire il Tunnel del
Monte Bianco al transito dei Tir da 40 tonnellate, senza alcuna limitazione di numero e di peso dei camion.
Infatti il senso unico alternato per i camion, inizialmente introdotto, è stato abbandonato dal 1° marzo 2003. Ed il nuovo Regolamento di circolazione consente il transito di 240 camion all'ora, si può cioè arrivare ad oltre 5.000 transiti giornalieri. E questo in un Tunnel lungo ben 12 Km, largo solo 7 metri, senza camini di aerazione all'interno della galleria e senza galleria di evacuazione parallela, da utilizzare in caso di incendio.
E' vero che attualmente il traffico di Tir attraverso il Tunnel del Monte Bianco è la metà di quello precedente la catastrofe del marzo 1999, ma questo, purtroppo, non per una scelta lungimirante della Benetton, bensì per altri motivi. E' la forte opposizione locale al traffico pesante, sia
sul versante francese, sia su quello italiano, che ha indotto la Regione Valle d'Aosta e la Prefettura dell'Alta Savoia a predisporre controlli e misure per il contenimento del traffico pesante, tenendolo per ora a livelli ben inferiori di quelli consentiti dal famigerato Regolamento di circolazione.
In particolare il Consiglio regionale della Valle d'Aosta ha posto come tetto massimo del transito dei Tir, il 50% del traffico che avveniva nel 1998, anno precedente alla chiusura del Tunnel del Monte Bianco.
Questo tetto massimo indicato dalla Regione Autonoma non è finora stato superato, ma ormai siamo al limite e lo sfondamento può avvenire già nelle prossime settimane perché la Società del Traforo del Monte Bianco finora ha osteggiato tale limitazione.
Se i responsabili della Benetton ci dicessero ora che accettano tale limite del 50% (rispetto al traffico del 1998), e che concordano sullo stabilizzare il traffico pesate sui livelli attuali, senza puntare ad un ulteriore incremento, certamente questo lo potremmo considerare un fatto
nuovo, positivo e importante.
Le chiedo quindi di girare ai responsabili della Benetton questa mia lettera in modo da poter avere una risposta chiara su questo punto decisivo per la nostra Valle.
Ovviamente, su richiesta, posso trasmettere copia delle Deliberazioni del Consiglio regionale della Valle d'Aosta sulla limitazione del transito dei Tir e sul 50%
Elio Riccarand
Capogruppo di Arcobaleno Vallée d'Aoste.

Consiglio regionale della Valle d'Aosta.

A conclusione della nostra lettera, ci rivolgiamo a don Antonio Sciortino per pregarlo di tenere conto delle nostre osservazioni e delle testimonianze che abbiamo raccolto nel momento in cui dovrà decidere se riconfermare la sua fiducia a Benetton Group per il finanziamento di nuove iniziative editoriali. Gli chiediamo di svolgere azione di stimolo nei confronti di Benetton affinché si inneschi un processo autentico di assunzione di responsabilità sociale subordinando eventuali prossimi progetti di collaborazione all'accoglimento di almeno due delle nostre richieste: la corretta etichettatura dei capi di abbigliamento (vedi punto "Lotta alla fame") e la cessazione di campagne pubblicitarie inaccettabili (vedi punto "Moralità e valore sociale"). Tutto sommato, pensiamo di non chiedere molto. Lo invitiamo inoltre a verificare che siano state date risposte ai quesiti posti dal Coordinamento Valdostano contro il Ritorno dei Tir nel traforo del Monte Bianco, mentre attendiamo di conoscere le decisioni delle comunità mapuche dopo la sentenza che ha negato alla famiglia Curiñanco il diritto al possesso della terra del fondo Santa Rosa.

Ringraziandovi per l'attenzione, porgiamo cordiali saluti.

p. Coordinamento Lombardo Nord/Sud del mondo


Ersilia Monti


Amalia Navoni


P.S. I commenti ricevuti per posta elettronica potranno, su richiesta, esservi inoltrati per fax dai rispettivi estensori.