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Erislia Monti, per il Coordinamento lombardo Nord/Sud
del mondo, ha scritto una lettera a Benetton e Famiglia Cristiana
per protestare contro le alcune scelte del Gruppo industriale veneto.
Questa lettera è una risposta dettagliata e argomentata alla
lettera del direttore della pubblicità del Gruppo Benetton,
Paolo Landi che faceva seguito alla lettera spedita al direttore
di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino in data 3.2.2004 motivata
dall'inserimento di Benetton Group fra gli sponsor del calendario
annuale, dedicato al tema della solidarietà, in virtù
del suo impegno sociale.
LETTERA DI RISPOSTA
Milano, 23 giugno 2004
Ogg.: Benetton e il calendario 2004 di Famiglia Cristiana
Gentili signori,
Avevamo indirizzato una lettera al direttore di Famiglia Cristiana
don Antonio Sciortino in data 3.2.2004 sorpresi di trovare Benetton
Group fra gli sponsor del calendario annuale, dedicato al tema della
solidarietà, in virtù del suo impegno sociale. Abbiamo
indicato tutte le ragioni a nostra conoscenza per le quali riteniamo
che Benetton debba compiere ancora molta strada per potersi realmente
definire un'azienda socialmente responsabile. Con il fax datato
18.3.2004, il direttore della pubblicità del Gruppo Benetton,
Paolo Landi, su invito di don Sciortino, ha risposto alle nostre
contestazioni.
Abbiamo raccolto le informazioni che ci servivano e ora torniamo
in argomento.
Pace
Voi dite: "La nave italiana "Strada Gigante" non
portava materiale bellico in Iraq, bensì materiali da campo
(cucine e strutture sanitarie). In ogni caso è complicato
attribuire una responsabilità alla Benetton. E' 21 Investimenti,
una società di Edizione Holding (che controlla anche Benetton
Group) ad avere una partecipazione finanziaria, minoritaria e non
di controllo, in un fondo che gestisce un Armatore attivo nel mercato
dei Noli internazionali. E' pertanto improprio accusare la Benetton
di avere a che fare con società o attività implicate
con la guerra in Iraq. A molti cittadini risparmiatori, che potrebbero
avere investito tramite la propria banca in questo "fondo",
potrebbero essere mosse le stesse accuse. Si andrebbe così
a configurare un'aberrante interpretazione della responsabilità
oggettiva".
Il fatto che la nave non trasportasse materiale bellico in senso
stretto, ma materiali da campo (ma come fate ad esserne così
sicuri se dite di non avere alcun legame con la compagnia di navigazione?),
non diminuisce la responsabilità morale di chi aveva il potere
di decidere questa operazione, poiché non ci può essere
differenza fra un'arma che uccide e la logistica che rende possibile
premere il grilletto.
Giustamente fate osservare che è complicato attribuire una
responsabilità a Benetton. Non che Benetton non ne abbia
alcuna, è difficile poterlo dimostrare.
Noi invece ci proviamo.
Abbiamo fatto una visura camerale della società StradeBlu.
Al febbraio 2003, quando viene reso pubblico il trasporto verso
l'Iraq di materiale bellico effettuato da navi italiane per conto
dell'esercito inglese, la 21 Investimenti presieduta da Alessandro
Benetton, di cui la finanziaria della famiglia Benetton, Edizione
Holding, detiene oltre il 50% del capitale, ha una partecipazione
in StradeBlu del 33,47% (era del 44,61% a dicembre 2002).
Solo a fine aprile 2003 la quota di 21 Investimenti (detenuta
da 21 Investimenti Spa e da 21 Investimenti Belgium S.A.) viene
ceduta a B.P.VI Fondi - società di gestione del risparmio,
ovvero al Giada Equity Fund, di cui la 21 Investimenti e la Banca
Popolare di Vicenza, che hanno costituito insieme questo fondo nel
settembre 2002, hanno un controllo paritetico. Attualmente la partecipazione
del Fondo Giada in StradeBlu è del 26,94% (almeno fino a
febbraio 2004). Alessandro Benetton è attualmente consigliere
della stessa B.P.VI Fondi.
Non solo, ma nel consiglio di amministrazione di StradeBlu siede
fin dall'inizio fra i consiglieri Dino Furlan, il quale è
anche consigliere e amministratore delegato della 21 Partners sgr
- società di gestione del risparmio, nella quale Alessandro
Benetton ricopre l'incarico di presidente del consiglio di amministrazione
(la 21 Partners sgr è partecipata pariteticamente da 21 Investimenti
partners Spa e da Banca popolare di Vicenza. La 21 Investimenti
partners Spa è, a sua volta, controllata totalmente da 21
Investimenti Spa).
La nave Strada Gigante di StradeBlu, che ha materialmente effettuato
il trasporto in Iraq, è stata varata nel 2001 alla presenza
di Alessandro Benetton, madrina la moglie Deborah Compagnoni. Articoli
con fotografie di quell'evento, che tanta pubblicità ha portato
a StradeBlu, possono essere letti e scaricati direttamente dal sito
di StradeBlu.
Alla luce di tutto questo risulta evidente che 21 Investimenti,
società finanziaria controllata dalla famiglia Benetton,
avesse all'epoca del trasporto di materiale bellico e continui ad
avere tuttora una responsabilità non solo morale ma anche
concreta nelle scelte aziendali operate dall'impresa partecipata
StradeBlu. In un articolo apparso sul Sole 24 Ore dell'8.4.2004,
così viene descritta la strategia di 21 Investimenti: "[
]
la holding investe acquisendo partecipazioni preferibilmente di
minoranza, ma si occupa attivamente delle aziende acquisite e ha
un peso specifico forte nel board degli amministratori".
E' a dir poco sconcertante che un'impresa come la vostra, che
si dice amica della pace, abbia permesso che un esercito in procinto
di scatenare una guerra d'invasione, immotivata e illegale, potesse
far uso di una nave appartenente alla flotta di un armatore controllato
da una finanziaria di famiglia, per trasportarvi qualsiasi tipo
di materiale destinato a preparare l'aggressione. Non ci spieghiamo
come non siate intervenuti a impedirlo dato che non potevate non
esserne a conoscenza. Spendere meno denaro per "comunicare"
su temi come la pace e adoperarsi invece realmente per perseguirla
quando si ha l'opportunità e il potere per farlo, questo
è secondo noi l' "impegno sociale" di un'impresa
per la quale la pace sia un valore autentico.
Ai cittadini risparmiatori che hanno investito nel Fondo Giada
non può essere ovviamente mossa alcuna accusa. Intanto perché
all'epoca del viaggio di Strada Gigante per l'Iraq il Fondo Giada
non era ancora fra gli azionisti di StradeBlu, ma lo era invece
direttamente la 21 Investimenti. Ma, in particolare, perché
i fondi private equity non sono rivolti ai piccoli risparmiatori,
ma ai grandi investitori, in quanto le quote minime richieste per
parteciparvi sono molto elevate. Ma c'è di più, i
fondi private equity hanno la caratteristica di essere uno strumento
opaco per il grande pubblico poiché non hanno l'obbligo di
comunicare le proprie partecipazioni nelle varie società.
Tanto è vero che nemmeno sul proprio sito 21 Investimenti
comunica le sue partecipazioni detenute al 2003.
I piccoli risparmiatori - loro sì - hanno ben pochi strumenti
per conoscere e per influenzare le scelte delle imprese in cui investe
il proprio fondo, e molti sicuramente non avrebbero gradito vedere
i propri soldi contribuire a fomentare una guerra. E' proprio contro
queste modalità di gestione del risparmio che opera la finanza
etica, l'unica che abbia assunto i criteri della trasparenza e del
rispetto dell'essere umano e dell'ambiente a guida delle proprie
scelte di investimento.

Lotta alla fame
Voi dite: "La Benetton impone l'osservanza delle disposizioni
che regolano i rapporti di lavoro nei diversi Paesi. Come potrebbe
essere altrimenti? E che cosa si intende per "estero"?
In Ungheria e in Croazia, dove Benetton è presente, le disposizioni
che regolano il lavoro sono già in linea con l'Unione Europea
(che accoglierà presto al suo interno queste due Nazioni).
Nell'ambito del suo sistema di Relazioni Industriali, la Benetton
ha assunto la trasparenza come valore e conseguentemente fornisce
alle Organizzazioni Sindacali, su tale delicata materia, le coordinate
dei siti produttivi che si integrano nel processo manifatturiero
collegate alle nostre piattaforme estere (ivi compresa la Tunisia
che non farà parte della CE, oltre a Ungheria e Croazia).
Per ciò che riguarda la campagna sull'emergenza "fame",
è il World Food Programme che ha dettato le regole ed esecuzione
di questo progetto".
E' risaputo che il motivo per il quale un'impresa dell'abbigliamento
trasferisce alcune fasi di lavorazione o l'intero processo produttivo
in paesi del sud del mondo o dell'est europeo è quello di
sfruttare il vantaggio di costi della manodopera più bassi.
Ma le imprese non si preoccupano di verificare se i livelli salariali
definiti dalle leggi nazionali sono sufficienti per consentire a
un lavoratore e alla sua famiglia di condurre in quei paesi una
vita dignitosa. Indagini sul posto, interviste con i lavoratori,
studi sindacali dimostrano che i lavoratori in tutti i paesi di
delocalizzazione percepiscono retribuzioni che sono quasi sempre
al disotto dei livelli di sussistenza. Il concetto di "living
wage", intorno al quale da tempo si discute, non dovrebbe esservi
sconosciuto. Nell'ottobre del 1998, al termine "di un ampio
e articolato confronto sul fenomeno del lavoro minorile in Turchia",
come si legge nel preambolo dell'accordo, siglaste con le organizzazioni
sindacali italiane e turche, e con il vostro licenziatario in quel
paese, un protocollo d'intesa che al terzo punto sanciva il principio
che "I salari devono essere equi". Una delle maggiori
preoccupazioni dei lavoratori rappresentati da quei sindacati era
infatti vedersi garantita una retribuzione adeguata per una vita
dignitosa.
E' vero che Benetton fornisce alle organizzazioni sindacali l'elenco
dei suoi siti produttivi esteri, ma questo non sta affatto ad indicare
per il consumatore che Benetton abbia "assunto la trasparenza
come valore". Non c'è che da entrare in uno dei vostri
negozi e rivoltare i capi che portano i vostri due marchi, United
Colors of Benetton e Sisley, per rendersene conto. Una buona metà
è totalmente priva di indicazione del luogo di origine, la
restante parte riporta la dicitura "made in Italy". Il
risultato di questa "strategia di comunicazione" è
evidente: da un lato si priva il consumatore più attento
di un'informazione basilare, dall'altro si induce il consumatore
meno accorto a presumere che tutta la produzione Benetton sia realizzata
in Italia. La legge ve lo consente, ma la correttezza e il dovere
di trasparenza verso la vostra clientela dovrebbero suggerirvi di
tenere un altro comportamento. In questo siete molto più
arretrati di quasi tutti i vostri concorrenti.
Voi dite: "E' la comunicazione il punto centrale [dell'] "impegno"
di Benetton". Pur respingendo l'idea che si possa confondere
l'impegno sociale con la comunicazione, vi chiediamo di dare prova
di quanto affermate cominciando a dichiarare pubblicamente in etichetta
i paesi nei quali producete.
Moralità e valore sociale
Lei scrive, Sig. Landi: "[
] la Benetton e le altre
grandi imprese possono fare ancora molto per sviscerare e approfondire
i problemi legati alla pubblicità, alla comunicazione e alla
(frequente) allocazione di enormi quantità di danaro per
spingere verso una coazione a consumare in modo, questo sì,
davvero "acritico". Le campagne di comunicazione di Benetton
rispettano, o vorrebbero rispettare, l'intelligenza dei consumatori
(che per noi sono, prima di tutto uomini e donne): ci piacerebbe
riposizionare il consumo in un contesto di vita dove l'acquisto
di un maglione non confligge con una coscienza sociale allertata,
dove la pubblicità può essere considerata alla stregua
di altri tipi di informazione (con una peculiarità e un vantaggio
in più: i grandi budget di cui dispone).
Ci risulta difficile credere che stiate parlando proprio della
vostra azienda. Benetton Group, negli ultimi 15 mesi, ha collezionato
ben 4 pronunce del Giurì dell'Istituto dell'Autodisciplina
Pubblicitaria per la violazione dei seguenti articoli del codice
di autodisciplina pubblicitaria: 1 (lealtà pubblicitaria),
9 (violenza, volgarità, indecenza), 10 (convinzioni morali,
civili, religiose, dignità della persona).
I messaggi pubblicitari del marchio Sisley di Benetton Group sono
fra i più volgari, violenti e lesivi della dignità
della donna di tutto il panorama della comunicazione pubblicitaria
italiana. Il filo conduttore è il sesso (non vi siete sforzati
molto, ci pare, per "comunicare in modo diverso"), invariabilmente
rappresentato con immagini al limite della pornografia, e comunque
estremamente e gratuitamente volgari. Eccone un esempio tratto dalla
pronuncia n. 199/2003 del Giurì dello IAP: "Il primo
[messaggio] raffigura una giovane donna, presumibilmente all'interno
di un'arena, seduta per terra a gambe divaricate di fronte a un
toro di cui si scorgono solo le corna; la modella, con indosso un
paio di calze autoreggenti rosse, una vestaglia aperta e un paio
di mutandine nere, si rivolge provocatoriamente con la lingua protesa
verso l'animale e oltre in direzione del pubblico dei lettori".
Che cosa vi dà il diritto di usare in questo modo del corpo
femminile?
L'ultimo catalogo di Sisley, in libera distribuzione nei vostri
negozi, riporta in copertina la dicitura-titolo: "Adults only"
e il sottotitolo: "Questo catalogo è consigliato a persone
adulte e con una discreta apertura mentale. Buon divertimento!".
Ne inviamo copia a don Sciortino affinché valuti lui stesso
se forme di comunicazione come questa possano essere definite manifestazione
di "impegno sociale".
Siamo d'accordo con voi, la pubblicità di un grande marchio
come Benetton ha "una peculiarità e un vantaggio in
più: i grandi budget di cui dispone". Ma che non usa
affatto per elevare il livello culturale e di coscienza critica
dei cittadini come vorreste farci credere. Al contrario. Un paio
di anni fa vi fu possibile, grazie ai vostri mezzi economici, affittare
l'intero mezzanino della fermata di San Babila della metropolitana
milanese per lanciare la campagna pubblicitaria "Nothing to
add". L'immagine censurata dallo IAP, con pronuncia n. 231/02
(quella che mostra un ragazzo in "atteggiamento di sopraffazione
e di aggressività, di distacco e di indifferenza nei confronti
della donna che, invece, è ritratta in una posizione di abbandono
e di fragilità"), campeggiava enorme accanto alle obliteratrici.
Impossibile non vederla. Impossibile non vederla senza provare un
moto di indignazione. E allo stesso tempo, impossibile non essere
colti da un senso di impotenza: noi semplici cittadini, purtroppo,
non abbiamo modo di difenderci dai vostri "grandi budget",
con i quali non fate che violare quotidianamente il nostro diritto
a non essere importunati contro la nostra volontà da immagini
e messaggi idioti, violenti e volgari.
Vi chiediamo di dar prova di senso di responsabilità -
e, se permettete, anche di buon gusto - e di far cessare immediatamente
questo tipo di comunicazione pubblicitaria.

Comunità locali
Voi scrivete: "Il riferimento all'episodio che coinvolse
la famiglia Nahuelquir-Curiñanco è male raccontato.
Questa famiglia entrò senza alcun titolo nelle terre di Compañia
de Tierras, occupandole abusivamente per costruirvi un'abitazione.
Il Tribunale diede ragione a Compañia de Tierras rimuovendo
l'occupazione abusiva di terre che non appartenevano alla famiglia
Nahuelquir-Curiñanco. Il problema della rivendicazione di
alcune terre da parte degli Indios Mapuche fa riferimento a fatti
della seconda metà del 1800. Si tratta di un problema seguito
dalle autorità argentine, ma che nulla ha a che fare con
Compañia de Tierras".
Rosa Rúa Nahuelquir e Atilio Curiñanco sono nati
e cresciuti sulla terra che hanno occupato, terra da sempre appartenuta
alla loro gente e ai loro antenati. Solo dopo aver consultato lo
I.A.C. (Instituto Autárquico de Colonización y Fomento
Rural) e avuta conferma che si trattava di terreni "fiscales",
cioè dello stato, vi si sono installati. Il tribunale di
Esquel, davanti al quale li avete trascinati per rispondere di un
atto di usurpazione, li ha assolti il 26 maggio scorso dall'accusa
di
occupazione illegale in virtù del fatto che "occupare"
non è sinonimo di "usurpare".
Il giudice José Oscar Colabelli, che ha ordinato, il 2 ottobre
2002, lo sgombero preventivo (come preventivi sono sempre stati
gli sgomberi che hanno coinvolto le comunità mapuche) e naturalmente
violento della famiglia Nahuelquir-Curiñanco (la polizia
si recò nel fondo Santa Rosa armata e con i cani), con demolizione
dell'abitazione e sequestro dei beni, è stato destituito
il 4
maggio scorso dal Tribunale superiore di giustizia della provincia
del Chubut per "non conoscenza del diritto" e "cattivo
svolgimento delle sue funzioni". La sentenza semplicemente
conferma quanto, da tempo, le comunità mapuche sostenevano
relativamente alla parzialità e al razzismo di questo giudice.
I titoli di proprietà che la Compañia de Tierras
del Sur Argentino S.A. ha presentato in tribunale, e che il giudice
Jorge Eyo il 31 maggio scorso ha ritenuto sufficienti a comprovare
il vostro diritto sui terreni occupati dai Curiñanco ordinandone
lo sgombero, è proprio quello che le comunità mapuche
mettono in discussione da sempre. I documenti (gli stessi che furono
presentati a Rosa e Atilio al momento della denuncia per usurpazione)
si riferiscono infatti a un registro catastale del 1896, anno in
cui, al culmine della feroce colonizzazione della Patagonia condotta
dall'esercito argentino che va sotto il nome di "Conquista
del deserto", costata la vita a decine di migliaia di Mapuches,
i territori mapuche, che oggi sembrano vostri, furono donati dallo
stato argentino a dieci proprietari terrieri inglesi poi registrati
sotto il nome di Compañia de Tierras del Sur Argentino, in
circostanze di violazione della legge vigente all'epoca. Questa
legge, infatti, non permetteva la donazione o la vendita di lotti
di terra con superficie superiore a 40 mila ettari (furono donati
invece dieci lotti da 90 mila ettari l'uno) né tanto meno
la possibilità di sommare questi lotti per formarne uno unico,
come invece avvenne. Questa è la storia del territorio che
avete acquistato nel 1991.
E' a dir poco ingeneroso affermare che gli avvenimenti storici della
Patagonia non vi riguardano, quando solo in virtù del massacro
e dell'esodo forzato delle popolazioni indigene è stato possibile
a singoli individui e a imprese straniere, come la vostra, acquistare
a poco prezzo estensioni di terreno ricchissime in risorse naturali,
libere, e grandi quanto intere nazioni.
Le comunità mapuche hanno sempre sostenuto che queste terre
appartengono loro per diritto naturale e storico, e continueranno
a lottare perché questo diritto venga loro riconosciuto.
Inoltre è d'obbligo specificare che il diritto ancestrale
a vivere sulle proprie terre è tutelato dalle leggi vigenti
nella provincia del Chubut e in tutta l'Argentina:
- la protezione dei popoli originari è garantita dalla legge
nazionale n. 24.071;
- la preesistenza dei popoli indigeni è sancita dall'art.75
par.17 della costituzione argentina;
- il diritto di proprietà in generale e, in particolare,
della proprietà della terra è confermato dall'art.17
della costituzione argentina e anche in varie norme del codice civile
argentino;
- la norma che attribuisce una funzione sociale alla terra è
contenuta nell'art.100 della costituzione
provinciale del Chubut.
Ancora nel merito e in risposta al resto delle vostre argomentazioni,
lasciamo la parola all'organizzazione mapuche "11 de Octubre"
che, su nostra richiesta, ci ha inviato il 23 marzo scorso il messaggio
di posta elettronica che segue (il messaggio originale viene inoltrato
al vostro indirizzo per posta elettronica). Il testo contiene un'imprecisione,
la nostra lettera non è mai stata pubblicata su Famiglia
Cristiana. Inutile dire che l'avremmo sperato.
----- Original Message -----
Subject: Menzogne, contraddizioni e pressioni: i colori fondamentali
di Benetton
Menzogne, contraddizioni e pressioni: i colori fondamentali di
Benetton
Organización Mapuche Tehuelche 11 de Octubre -19 marzo 2004
puelweycha@latinmail.com
Il 3 febbraio sul periodico cattolico italiano Famiglia Cristiana
è stata pubblicata una lettera del Coordinamento Lombardo
Nord/Sud del mondo, con sede a Milano, in cui tale organizzazione
faceva riferimento al modo di agire della multinazionale Benetton
ai danni del Popolo Mapuche. Inoltre, il 9 marzo, il periodico online
Wallstreetitalia ha pubblicato un articolo in cui si menzionavano
le nostre denunce contro il Gruppo Benetton. La holding di Treviso
ha risposto separatamente alle due pubblicazioni. Verso la fine
di febbraio ha inviato la sua replica a Famiglia Cristiana e l'11
marzo si è rivolta a Wallstreetitalia. Noi della Organización
de Comunidades Mapuche Tehuelche "11 de Octubre" ci sentiamo
in dovere di fare chiarezza su certe menzogne, denunciare le pressioni
e segnalare le contraddizioni di questa multinazionale pseudoumanitaria.
- Nella risposta fornita a Wallstreetitalia si sostiene che la
Compañía de Tierras del Sud Argentina S.A. (CTSA)
è una società estranea ed indipendente dal Benetton
Group S.p.A. e che l'unico punto in comune è dato dal fatto
che entrambe le società sono controllate da Edizione Holding...
Questa è la ripetizione della strategia esposta dall'avvocato
della Compañía, Martín Iturburo Moneff, in
una intervista realizzata dal programma televisivo argentino Punto.Doc
- andato in onda lo scorso novembre -. E' auspicabile che Holding
risolva i suoi problemi d'identità e di appartenenza, considerato
che la settimana scorsa (come in molte altre occasioni) il quotidiano
argentino Clarín ha pubblicato un articolo sulle "grandezze"
della estancia El Cóndor (proprietà della Compañía
sita nella provincia patagonica di Santa Cruz) in cui si afferma
che detta estancia appartiene al Benetton Group S.p.A.
- Nella replica a Famiglia Cristiana la multinazionale italiana
sostiene che la famiglia mapuche Curiñanco-Nahuelquir "entrò
senza alcun titolo nelle terre di Compañia de Tierras, occupandole
abusivamente per costruirvi un'abitazione. Il Tribunale diede ragione
a Compañia de Tierras rimuovendo l'occupazione abusiva di
terre che non appartenevano alla famiglia Nahuelquir-Curiñaco".
Mentre a Wallstreetitalia fa un passo avanti e sostiene che manca
solo che la giustizia stabilisca la dovuta condanna verso i nostri
fratelli.
Chiariamo ancora una volta che i nostri fratelli, prima di entrare
nel fondo Santa Rosa, che si trova in località Leleque, hanno
consultato diverse volte l'Instituto Autárquico de Colonización
y Fomento Rural (istituto autarchico di colonizzazione e sviluppo
rurale) sulla situazione del fondo e ricevettero l'informazione
-cosa sostenuta anche dagli abitanti della zona- che erano "tierras
fiscales" (appartenenti allo Stato). Inoltre il giorno in cui
occuparono il luogo informarono previamente la Polizia del Chubut
presso il commissariato di Esquel. Sarebbe interessante che il Gruppo
Benetton -proprietario di circa 1.000.000 di ettari e maggiore latifondista
dell'Argentina- spiegasse cosa intende per comportamenti "abusivi".
Come definirebbe questa multinazionale la propria strategia quando
afferma pubblicamente che solo manca che il tribunale stabilisca
la condanna contro Atilio Curiñanco e Rosa Rúa Nahuelquir
quando non è ancora iniziato il processo? Non sarà
quest'affermazione una maniera di fare pressione sul tribunale?
Non sarà questo un comportamento abusivo?
Il Gruppo Benetton segnala che "il Tribunale diede ragione
a Compañía de Tierras". Il provvedimento da parte
del Juez de Instrucción (giudice istruttore) di Esquel, José
Colabelli, è cautelare. Il prossimo 14 aprile inizia nella
città di Esquel (Chubut) il processo per usurpazione contro
i nostri fratelli. La sicurezza con la quale questa multinazionale
si pronuncia è, per lo meno, sospetta. lo stesso dicasi per
la trascendenza che dà alla misura presa dal giudice.
Vale la pena ricordare che il dottor Colabelli è attualmente
sottoposto ad un provvedimento disciplinare per "desconocimiento
del derecho" (non conoscenza del diritto) per via dello sgombero
cautelare che ha ordinato nei confronti della famiglia mapuche Fermín,
della Comunidad Mapuche Vuelta del Río nel marzo 2003 (provvedimento
simile a quello adottato nei confronti della famiglia Curiñanco
Nahuelquir). Va anche segnalato che detto magistrato non si astenne
dall'intervenire in questa causa malgrado il fatto che sua moglie,
Gladys Carla Rossi, sia viceconsole dell'Italia ad Esquel.
E comunque non è la prima volta che denunciamo il modo
di agire razzista di questo giudice.
- Benetton Group S.p.A. su Famiglia Cristiana sostiene: "Per
quanto riguarda le otto famiglie di cui si parla, queste si trovano
al di fuori delle terre di Compañia de Tierras. Edizione
Holding e Compañia de Tierras non hanno alcuna intenzione
di costruire un villaggio turistico né sulle terre di propria
competenza, né al loro esterno. Queste otto famiglie si trovano
comunque su terre di proprietà del governo argentino, quindi
Compañia de Tierras non sa nulla di ciò che il governo
argentino vorrà decidere in merito".
Il Gruppo Benetton si riferisce alle otto famiglie mapuche che
vivono nelle case ferroviarie della stazione Leleque. E' vero che
la località appartiene allo stato argentino, mai abbiamo
affermato il contrario, ma è anche vero che dalla estancia
Leleque (che appartiene alla Compañía de Tierras Sud
Argentina S.A.) si cerca costantemente di importunare queste famiglie
affinché abbandonino il luogo. Strano che la multinazionale
non conosca le intenzioni del governo del Chubut sulla località,
considerata la fluida comunicazione che ha con i funzionari dello
stato; inoltre il luogo in questione rappresenta un'isola circondata
dall'oceano Benetton. Ma ancor più strana è la replica
fornita a Wallstreetitalia, in cui si contraddice apertamente e
riconosce di essere al corrente del progetto turistico. Non solo,
ma aggiunge che il governo sta analizzando la possibilità
di includere il Museo Leleque e l'adiacente confetteria (appartenenti
alla estancia Leleque) nel percorso turistico. D'altra parte, anche
se la multinazionale italiana lo neghi, tutti gli abitanti della
zona sanno che il Gruppo Benetton pretende portare avanti un'attività
turistica in detta stazione.
- Benetton Group S.p.A su Famiglia Cristiana afferma: "Compañia
de Tierras dà lavoro in forma diretta a circa 250 persone.
Parte della manodopera è discendente o relazionata ai cittadini
della Colonia Cushamen e questi impiegati godono degli stessi benefici
di carattere salariale e sociale di cui godono gli altri impiegati
dell'azienda, senza nessun tipo di discriminazione. Inoltre Compañia
de Tierras sta realizzando migliorie dal punto di vista produttivo,
in particolare per quanto riguarda il livello di miglioramento genetico
degli ovini dell'estancia Leleque. Gli investimenti realizzati hanno
avuto un impatto economico sulle estancias della regione: impiego
di manodopera, miglioria delle condizioni di lavoro, azioni con
positivo impatto sociale. Da anni viene anche portata avanti un'intensa
attività di forestazione".
Le testimonianze di centinaia di abitanti mapuche e non mapuche
dicono il contrario. Loro parlano di riduzioni dei benefici lavorativi.
Non solo ma, nelle scorso novembre quando il dottor Perazzo - vicepresidente
della Compañía Tierras del Sud Argentina S.A. - si
incontrò con noi nella città di Esquel, noi gli proponemmo
che riunisse i lavoratori della estancia e che elencasse ad essi
i benefici portati dal Gruppo Benetton in materia lavorativa. Questo
signore restò muto e non accettò la nostra proposta.
Riguardo le azioni dall'impatto sociale positivo, il Gruppo Benetton
si riferisce forse alla chiusura dei callejones - strade di campagna
- che adesso rende difficile la comunicazione tra le diverse località;
o al filo spinato sull'acceso a differenti corsi d'acqua che non
ha motivato solo la protesta degli abitanti della regione -mapuche
e non mapuche - ma anche dei turisti; o al filo spinato delle "riserve"
mapuche. Anche se nega tale situazione nella replica a Wallstreetitalia
Altro impatto positivo sarà l'apertura di un commissariato
in località Leleque -al chilometro 1440 della strada nazionale
40 -... il "commissariato di Benetton". Per controllare
e reprimere le proteste del nostro Popolo. In quanto ai miglioramenti
genetici che beneficerebbero la gente... quale gente? Quella che
ha per cognome Benetton? Dobbiamo rallegrarci per questo?
Il Gruppo Benetton si vanta dei suoi investimenti ma non spiega
che riceve dei sussidi da parte dello stato argentino per concretizzare
i suoi piani di forestazione, o forse il maggior latifondista dell'Argentina
lo negherà? Molti pini... ma con sussidi. Sussidi ai quali
spesso non hanno accesso i lavoratori disoccupati o i piccoli produttori.
Inoltre la Compañía sta forestando con pini esotici,
cioè con specie non autoctone del nostro Wallmapu (Territorio
Mapuche). In questa maniera con i "suoi" investimenti
altera l'itrofilmogen (biodiversità), rompe l'equilibrio
tra le differenti forme di vita... Altro segno del rispetto che
la multinazionale ha per il nostro Popolo e la nostra Cultura, un
altro dei benefici che il winka (bianco) porta al Popolo Mapuche.
Speriamo che Benetton Group S.p.A./Compañía de Tierras
Sud Argentina S.A./Edizione Holding (o un'altra delle sue tante
personalità/identità) non consideri un comportamento
"abusivo" il fatto di far sentire la nostra voce.
PER TERRITORIO, GIUSTIZIA, AUTONOMIA E LIBERTA'
¡¡¡Marici Weu!!! ¡¡¡Marici
Weu!!!
(Dieci volte No alle multinazionali che saccheggiano il Wallmapu!!!
Dieci volte vinceremo!!!)
ORGANIZACIÓN DE COMUNIDADES MAPUCHE TEHUELCHE "11
DE OCTUBRE"
Tel. 0054 2945 45 1611
e.mail: puelmapu@geomundos.com, puelweycha@latinmail.com
http://www.latinmail.com
Cultura
Voi scrivete : " Le informazioni riportate sui fatti di Monza
sono errate. Il Gruppo Benetton, come riportato, ha acquistato l'immobile
in questione in una situazione di estremo degrado, tale da poter
compromettere irrimediabilmente la conservazione dello stesso. Grazie
a un minuzioso studio è stata prodotta una importante documentazione
analitica e fotografica che ha consentito di mettere a punto il
progetto di recupero e restauro. La parete verticale della Casa
della Luna Rossa è stata smontata perché in procinto
di crollare, come testimoniano le documentazioni ufficiali intercorse
tra la direzione dei lavori e l'amministrazione comunale. Tale opera
di smontaggio ha preservato l'intero edificio dal crollo e ha soprattutto
consentito di recuperare integralmente tutta la struttura lignea,
principale caratteristica della casa. Sono stati inoltre recuperati
i parapetti in ferro, le soglie, gli infissi, i mattoni ancora utilizzabili,
le mensole in legno del tetto. Il tutto è stato ricostruito
nelle parti smontate esattamente com'era in origine, con materiali
e tecniche costruttive che rispettassero l'epoca dell'edificio,
come d'altronde conferma l'approvazione del progetto da parte della
Sovrintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Milano
e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali che hanno
preventivamente concordato le condizioni del restauro e seguito
i lavori".
Abbiamo chiesto un commento a Filippo Cartosio, autore dell'articolo
"Tesori perduti. In nome della legge", apparso nel n.
6, 2002, della rivista "Medioevo" il cui contenuto in
riferimento alla demolizione della Casa della Luna Rossa abbiamo
riportato nella nostra lettera del 3.2.2004 indirizzata a Famiglia
Cristiana (il messaggio originale viene inoltrato al vostro indirizzo
per posta elettronica).
----- Original Message -----
Filippo Cartosio
Pubblicità Italia
Milano, 18 giugno 2004
Gentile Signora Monti,
la ringrazio per avermi contattato per chiedermi informazioni
in merito alla vicenda della demolizione della Casa della Luna Rossa
di Monza, nell'agosto del 2000.
Purtroppo non posso dirle molto di più rispetto a quanto
scrissi all'epoca su Brianza Provincia, il giornale al quale all'epoca
collaboravo e sul quale pubblicai un ampio articolo sul fatto (gliene
ho inviata copia per fax) ma cercherò di riassumere i fatti
di cui sono a conoscenza.
La casa detta della Luna Rossa (così chiamata per un fregio
rappresentante l'antico simbolo della città longobarda, apposto
su una trave dell'edificio) era considerata la più antica
di Monza: risaliva al XV secolo ed era l'unica testimonianza superstite
a Monza di una tipologia costruttiva tipica della
zona in epoca medievale. Questo suo alto valore storico, ben noto,
venne confermato subito dopo la demolizione dal dott. Roberto Conti,
Conservatore del Museo del Duomo di Monza, che, in numerose interviste
rilasciate ai principali organi di stampa locali (Il Giorno, Il
Corriere della Sera, Il Cittadino, e la stessa Brianza Provincia)
citò gli studi e i libri del prof. Augusto Merati, esperto
di storia ed arte monzese.
L'edificio, come emerse subito dopo la demolizione ad opera dell'impresa
edile che stava eseguendo i lavori per la realizzazione di un grande
negozio Benetton, non era mai stato sottoposto a vincolo da parte
della Soprintendenza ai beni architettonici della Lombardia. Questo
vincolo (tecnicamente 'dichiarazione di notevole interesse storico-artistico')
qualora sia stato posto dalla Soprintendenza su un immobile che
la stessa Soprintendenza valuti di alto valore storico-artistico
? ma per farlo occorre che qualcuno gliene segnali l'esistenza ?
impedisce al proprietario di quell'immobile ? chiunque esso sia,
ente pubblico, azienda o privato - di demolirlo o ristrutturarlo
o apportarvi qualsiasi modifica senza che il progetto sia stato
approvato dalla stessa Soprintendenza.
Nel caso della Casa della Luna Rossa, questo vincolo era assente,
mai richiesto dai precedenti proprietari e tantomeno da Benetton.
Quindi la proprietà era libera di fare sull'edificio qualsiasi
intervento.
L'edificio infatti era (ed è tuttora) di proprietà
di Benetton, che l'aveva acquistato poco tempo prima della demolizione
insieme a una serie di edifici contigui ? tutti nell'area cosiddetta
'ex Tessilmaglia' ? al fine di realizzare in quell'area un suo grande
negozio, che poi effettivamente realizzò. Al momento del
crollo il cantiere per la costruzione del negozio (che la stessa
azienda prometteva sarebbe stato 'il più grande d'Italia')
era in piena attività.
Il progetto edilizio di Benetton non prevedeva che la Casa della
Luna Rossa (nome che identificava in realtà tre casette una
contigua all'altra) dovesse essere demolita, tuttavia essa si trovava
a ridosso dell'area oggetto dell'intervento edilizio. Nonostante
questa estrema vicinanza, e nonostante la Casa della Luna Rossa
fosse in condizioni di degrado in quanto abbandonata da circa 30
anni, e quindi bisognosa di cure (qualora ci fosse la volontà
di conservarla e restaurarla) l'azienda che lavorava nel
cantiere per conto di Benetton aprì a pochissimi metri dalla
casa, proprio nel corpo della casa adiacente, un enorme varco attraverso
il quale transitavano pesanti mezzi d'opera in ingresso e in uscita
dal cantiere edilizio. (Fra l'altro, l'affresco del Settecento che
abbelliva la parete squarciata venne fatto a pezzi dai martelli
pneumatici).
Insomma, nonostante a pochissimi metri dal proprio grande cantiere
Benetton possedesse la Casa della Luna Rossa, ovvero un edificio
del Tre-Quattorcento, quasi un simbolo della città, carissimo
al cuore dei monzesi, il cui alto pregio storico-artistico era notorio
(nonostante l'assenza di vincolo della Soprintendenza) di fatto
l'azienda non si curò di preservare quel bene storico-artistico
dai danni che la presenza del proprio cantiere a distanza così
ravvicinata poteva arrecargli. Né, tantomeno, Benetton si
curò di promuoverne un restauro filologico. Al contrario,
la stessa Benetton ammise che le precarie condizioni della Casa
erano sensibilmente peggiorate con l'apertura del cantiere adiacente,
con la formazione di preoccupanti crepe. Un'ammissione che conteneva
implicitamente in sé la causa: ovvero le forti vibrazioni
provocate dai martelli pneumatici
in azione sugli edifici adiacenti. Disse infatti dopo la demolizione
l'azienda, per bocca del suo portavoce Luca Finzi: "Le crepe
apertesi a fine luglio nella Casa della Luna Rossa avevano segnalato
il rischio di un crollo che stava diventando imminente. Di ciò
abbiamo avvertito gli uffici tecnici comunali senza ottenerne risposta.
Abbiamo dovuto effettuare l'intervento (ovvero la demolizione, ndr)
senza avvertire il Comune perché a un certo punto abbiamo
capito che il crollo poteva essere questione di ore". Nelle
stesse parole di Benetton quindi, una casa che è stata in
piedi per settecento anni, dei quali 30 in stato di abbandono, è
diventata a rischio di crollo solo nel momento in cui accanto ad
essa Benetton ha aperto un cantiere edilizio.

La demolizione avvenne il 23 agosto, quando la città era
praticamente deserta, e fu portata a termine in gran fretta. Proprio
questa fretta e la scelta del periodo di Ferragosto suscitarono
in molti monzesi la fortissima impressione che la demolizione fosse
premeditata e non fatta 'per emergenza,
al fine di preservare l'edificio dal crollo', come ebbe a sostenere
Benetton. Insomma una demolizione fatta per far trovare la città
? e il Comune ? di fronte al fatto compiuto, scongiurando così
che i lavori potessero venire bloccati da un intervento della Giunta
finalizzato a preservare la Casa da un rischio di crollo reale.
Uno stop che per Benetton non era così remoto. Infatti già
una settimana prima del 23 agosto, ovvero a Ferragosto, il Conservatore
del Duomo aveva notato lo squarcio nella casa contigua alla Casa
della Luna Rossa, e temendo disastri aveva subito
avvertito la rappresentante della Soprintendenza Marina Rosa, la
quale a sua volta aveva inviato una lettera al Comune per chiedere
la sospensione urgente dei lavori. Nessuna risposta dal Comune,
visto che tutti i rappresentanti della Giunta erano in ferie. A
quel punto ? è solo un'ipotesi
ovviamente ? Benetton ha deciso di accelerare i tempi e di far crollare
la casa prima che qualcuno potesse dare uno stop ai lavori.
Nei giorni immediatamente successivi alla demolizione, Benetton
tenne presso il Municipio di Monza una conferenza stampa congiunta
con esponenti della giunta cittadina, durante la quale il rappresentante
dell'azienda Luca Finzi parlò di 'smontaggio' e di 'conservazione
delle parti pregiate',
promettendo una 'fedele ricostruzione'. Circa due anni dopo, in
occasione della ricostruzione dell'edificio distrutto, la stessa
Benetton si compiacque poi di aver compiuto un 'restauro filologico'.
Dal punto di vista concettuale è chiaro a chiunque che una
demolizione completa di tutte le parti murarie non è uno
'smontaggio', e una ricostruzione ex novo non è affatto un
'restauro filologico'. Quindi, al di là dell'ipocrisia delle
parole, non c'è alcun dubbio che l'azienda abbia demolito
consapevolmente un bene storico-architettonico, patrimonio della
collettività ancorché di proprietà
privata, approfittando dell'impunità garantita dall'assenza
di vincolo. Dimostrando in tal modo una totale assenza di sensibilità
culturale e una schiacciante preminenza dell'obiettivo del profitto
su quello della cosiddetta 'responsabilità sociale' (in questo
caso totalmente assente: la Casa poteva essere restaurata e invece
prima i lavori del cantiere Benetton ne accelerarono rapidamente
il degrado, poi, quando comunque forse poteva ancora essere salvata,
le ruspe tagliarono la testa al toro abbattendo definitivamente
l'edificio).
A supporto delle informazioni che le ho fornito, può recuperare
gli articoli usciti sul Corriere, Il Giorno e Il Cittadino dell'epoca,
e rintracciare per testimonianza il Conservatore del Duomo Roberto
Conti e la funzionaria della Soprintendenza Marina Rosa.
Nel farle i migliori auguri di un puntuale accertamento delle
responsabilità, le confermo la mia disponibilità a
darle tutto il supporto che mi chiederà in questa sua ricerca.
Cordiali saluti
Filippo Cartosio
339 - 338 78 18
Traforo del Monte Bianco
Voi scrivete: "Le accuse mosse ad Autostrade, di cui Edizione
Holding è uno degli azionisti, sono false. Premesso che le
decisioni in materia di volumi di traffico nel traforo del Monte
Bianco sono prese dai governi di Italia e Francia, dopo la riapertura
del traforo, rimasto a lungo chiuso per il tragico incidente del
24 marzo 1999, il traffico pesante di passaggio è meno della
metà del traffico pesante che vi transitava in precedenza
e per decisione dei governi italo-francesi non raggiungerà
mai più i livelli precedenti all'incidente del 1999".
Abbiamo chiesto un commento al Coordinamento Valdostano contro
il Ritorno dei TIR nel traforo del Monte Bianco. Vi risponde il
Sig. Elio Riccarand, Capogruppo di Arcobaleno Vallée d'Aoste
nel Consiglio regionale della Valle d'Aosta (il messaggio originale
viene inoltrato al vostro indirizzo per posta elettronica), il quale
vi invita a fornire alcuni importanti chiarimenti. Vi preghiamo
di dare seguito alla richiesta rassicurando delle vostre intenzioni
le popolazioni che vivono nelle vicinanze del traforo.

----- Original Message -----
Gentile Ersilia Monti,
ho esaminato con attenzione ed interesse la lettera di Paolo Landi,
Direttore Pubblicità Gruppo Benetton, inviata al Coordinamento
Lombardo Nord/Sud del Mondo il 18.3.2004, soprattutto nella parte
in cui parla del Traforo del Monte Bianco e respinge le accuse mosse
alla Società Autostrade
che in Valle d'Aosta è considerata responsabile di operare
per dei livelli di traffico pesante incompatibili con la qualità
ambientale del territorio del Monte Bianco.
Le critiche che numerose associazioni ambientaliste e varie forze
politiche hanno più volte formulato nei confronti della Società
Italiana per il Traforo del Monte Bianco, della Società Autostrade
ed a Benetton come azionista di riferimento, è di aver voluto,
dopo la gravissima tragedia del 24 marzo 1999 ( che provocò
la morte di 29 persone) riaprire il Tunnel del
Monte Bianco al transito dei Tir da 40 tonnellate, senza alcuna
limitazione di numero e di peso dei camion.
Infatti il senso unico alternato per i camion, inizialmente introdotto,
è stato abbandonato dal 1° marzo 2003. Ed il nuovo Regolamento
di circolazione consente il transito di 240 camion all'ora, si può
cioè arrivare ad oltre 5.000 transiti giornalieri. E questo
in un Tunnel lungo ben 12 Km, largo solo 7 metri, senza camini di
aerazione all'interno della galleria e senza galleria di evacuazione
parallela, da utilizzare in caso di incendio.
E' vero che attualmente il traffico di Tir attraverso il Tunnel
del Monte Bianco è la metà di quello precedente la
catastrofe del marzo 1999, ma questo, purtroppo, non per una scelta
lungimirante della Benetton, bensì per altri motivi. E' la
forte opposizione locale al traffico pesante, sia
sul versante francese, sia su quello italiano, che ha indotto la
Regione Valle d'Aosta e la Prefettura dell'Alta Savoia a predisporre
controlli e misure per il contenimento del traffico pesante, tenendolo
per ora a livelli ben inferiori di quelli consentiti dal famigerato
Regolamento di circolazione.
In particolare il Consiglio regionale della Valle d'Aosta ha posto
come tetto massimo del transito dei Tir, il 50% del traffico che
avveniva nel 1998, anno precedente alla chiusura del Tunnel del
Monte Bianco.
Questo tetto massimo indicato dalla Regione Autonoma non è
finora stato superato, ma ormai siamo al limite e lo sfondamento
può avvenire già nelle prossime settimane perché
la Società del Traforo del Monte Bianco finora ha osteggiato
tale limitazione.
Se i responsabili della Benetton ci dicessero ora che accettano
tale limite del 50% (rispetto al traffico del 1998), e che concordano
sullo stabilizzare il traffico pesate sui livelli attuali, senza
puntare ad un ulteriore incremento, certamente questo lo potremmo
considerare un fatto
nuovo, positivo e importante.
Le chiedo quindi di girare ai responsabili della Benetton questa
mia lettera in modo da poter avere una risposta chiara su questo
punto decisivo per la nostra Valle.
Ovviamente, su richiesta, posso trasmettere copia delle Deliberazioni
del Consiglio regionale della Valle d'Aosta sulla limitazione del
transito dei Tir e sul 50%
Elio Riccarand
Capogruppo di Arcobaleno Vallée d'Aoste.
Consiglio regionale della Valle d'Aosta.
A conclusione della nostra lettera, ci rivolgiamo a don Antonio
Sciortino per pregarlo di tenere conto delle nostre osservazioni
e delle testimonianze che abbiamo raccolto nel momento in cui dovrà
decidere se riconfermare la sua fiducia a Benetton Group per il
finanziamento di nuove iniziative editoriali. Gli chiediamo di svolgere
azione di stimolo nei confronti di Benetton affinché si inneschi
un processo autentico di assunzione di responsabilità sociale
subordinando eventuali prossimi progetti di collaborazione all'accoglimento
di almeno due delle nostre richieste: la corretta etichettatura
dei capi di abbigliamento (vedi punto "Lotta alla fame")
e la cessazione di campagne pubblicitarie inaccettabili (vedi punto
"Moralità e valore sociale"). Tutto sommato, pensiamo
di non chiedere molto. Lo invitiamo inoltre a verificare che siano
state date risposte ai quesiti posti dal Coordinamento Valdostano
contro il Ritorno dei Tir nel traforo del Monte Bianco, mentre attendiamo
di conoscere le decisioni delle comunità mapuche dopo la
sentenza che ha negato alla famiglia Curiñanco il diritto
al possesso della terra del fondo Santa Rosa.
Ringraziandovi per l'attenzione, porgiamo cordiali saluti.
p. Coordinamento Lombardo Nord/Sud del mondo
Ersilia Monti
Amalia Navoni
P.S. I commenti ricevuti per posta elettronica potranno, su richiesta,
esservi inoltrati per fax dai rispettivi estensori.
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