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Giancarlo Paba
1. "Una macchina perversa di bellezza"
"La città, popolata da due categorie di persone, gli
affaristi e le loro vittime, è abitabile [
] in maniera
dolorosa, disturbante ogni indole naturale, col tempo perturbante
e devastante. [
] Colui che sia cresciuto in questa città
[
], colui che fin dall'infanzia più remota sia stato
incapsulato da un lato nel vistoso evolversi della sua fama mondiale
come in una macchina perversa di bellezza, macchina bugiarda che
produce vero denaro e finto denaro [
], costui non può
far altro che conservare un ricordo tremendo della città
e delle condizioni di vita in questa città [
], una
città che da sempre ferisce, esaspera e comunque annienta
qualsiasi personalità creativa. [
] Per colui che tenta
di trovare equilibrio e giustizia in questa città che in
ogni parte del mondo gode fama soltanto di bellezza e nobiltà,
e [
] della fama derivata dall'arte, la cosiddetta Grande Arte,
essa, la città, ben presto non risulta altro che un freddo
museo di morte, esposto a malattie e bassezze di ogni genere, e
in questa città si ingigantiscono per lui tutti gli ostacoli
immaginabili e inimmaginabili, i quali spietatamente devastano e
profondamente ledono le sue energie e le sue doti e attitudini spirituali;
ben presto dunque la città, per lui, non è più
una bella natura e un'esemplare architettura, ma nient'altro che
un groviglio umano impenetrabile di volgarità e di bassezza,
ed egli non cammina più in mezzo [all'arte] quando passa
per le strade della città, ma è soltanto disgustato
dal pantano morale in cui sono immersi i suoi abitanti." (Thomas
Bernhard, L'origine, Adelphi, Milano, 1982, pp. 9-13)
L'invettiva di Thomas Bernhard - esagerata come ogni invettiva
- nella citazione che apre questo scritto, è rivolta a Salisburgo.
Sono state necessarie poche correzioni nella forma per adattarla
a Firenze e nessuna correzione sarebbe forse necessaria nella sostanza.
Firenze è diventata anch'essa "una macchina perversa
di bellezza" e di morte dell'anima. Ed è soprattutto,
per una parte importante dei suoi cittadini vecchi e nuovi, una
macchina di sofferenza materiale, e di difficile e contrastata sopravvivenza.
L'atmosfera mortale - per la comunione del clima e della devastazione
ambientale - la rende nociva, il contrasto tra centro e periferia
la rende bugiarda e bifronte, il dominio del commercio e del denaro
la rende cinica e crudele, lo sfruttamento parassitario della cultura
antica e la crisi della cultura contemporanea la rendono sterile
e opaca, l'avarizia materiale e mentale delle sue classi dirigenti
la rende spesso ostile e lontana dalle sue antiche tradizioni di
ospitalità.
Come nella Salisburgo di Bernhard la scena pubblica fiorentina riflette
il degrado fisico e ambientale della città: stanche azioni
di governo, sceriffi e "securizzatori", imbonitori e modiste,
registi e comici di regime, in generale culture fossili e ortogonali
alla sperimentazione e al coraggio critico. La macchina perversa
di bellezza di Firenze - "freddo museo di morte" - è
rappresentata in mille mappe e in mille guide in modo adeguato.
Iper-rappresentata: un'inflazione di immagini e racconti, di camere
con vista, di viste convenzionali e banalizzate: vera alluvione
terminale, e deserto di significato, della comunicazione di Firenze
nel mondo.
Abbiamo ignorato questa figura della città dell'arte e del
commercio globale, per tentare la ricostruzione di qualche parte
dell'altra geografia di Firenze: una geografia interstiziale, nascosta,
fluida, e tuttavia attiva, densa, creativa, la contro-geografia
di un'altra Firenze, di una città nascente, emergente, mescolata
a quella esistente, dentro e contro la città esistente. Semmai
questa geografia si ricollega alla grande linea storica sotterranea
della Firenze delle lotte sociali e di popolo, e della resistenza
al potere e al conformismo culturale, da Savonarola a Enzo Mazzi,
dalla rivolta dei Ciompi alle lotte della Firenze operaia, da don
Milani ad Ernesto Balducci, dai movimenti giovanili del dopoguerra
alle iniziative della comunità delle Piagge, fino alle mille
manifestazioni e figure, insofferenti e inquiete, della storia fiorentina
recente e lontana.
2. Insurgent city
Abbiamo definito quest'altra Firenze come insurgent city, ed è
necessario qualche chiarimento sul significato che viene dato a
questa espressione. Leonie Sandercock chiama "insurgent planning
practices" le iniziative di pianificazione e di resistenza/trasformazione
che si oppongono alla città esistente (alla sua struttura
organizzativa e di potere) e nello stesso tempo positivamente costruiscono
i primi congegni di una città alternativa e differente. John
Friedmann collega queste iniziative alla dinamica delle cittadinanze
in espansione e ad un allargamento progressivo degli spazi di democrazia
. Le nuove cittadinanze creano un contesto plurale e creativo, una
vera e proprio multipli/city, all'interno della quale diventano
praticabili forme di utopia concreta, achievable, per una più
completa fioritura degli esseri umani .
Per noi inoltre il termine insurgent mantiene anche un campo di
risonanze più antico. Insurgence, ha scritto Lewis Mumford,
è la "capacità di superare, attraverso il potere
o l'astuzia, attraverso il piano o il sogno, le forze che minacciano
l'organismo" . Le pratiche individuali e collettive insurgent
sono quindi un dato biologico ed esistenziale, prima che politico,
la manifestazione elementare del diritto alla vita e alla città
dei suoi abitanti più poveri e deprivati.
Insurgent, nel senso qui precisato, sono i movimenti stessi dei
corpi in città, degli organismi che vogliono sopravvivenza
e speranza di futuro. I movimenti molecolari: le traiettorie dei
corpi nella scena pubblica della città, alla ricerca di occasioni
di vita e di felicità; i movimenti associati: le interazioni
tra i corpi, l'aiuto reciproco, la solidarietà nell'amicizia
e nel lavoro comune; le reti organizzate di resistenza e di azione:
il radicamento delle nuove comunità nello spazio, nel processo
di costruzione o trasformazione dei luoghi e degli insediamenti.
Al centro della geografia di Firenze altra abbiamo quindi collocato
le pratiche di vita dei nuovi cittadini, le piccole antropologie
del quotidiano, le storie o le microstorie individuali e di gruppo.
Insurgent city non è città sovversiva o rivoluzionaria
(non è così Firenze, non sono così oggi le
città italiane, che lo si desideri o meno). È però
campo di forze, tensioni, desideri, conflitti, progetti. È
l'insieme di azioni compiute o parziali di trasformazione, di piccole
utopie realizzate o di semplici gesti di sopravvivenza, di manifestazioni
di resistenza e di lotta, di conquiste individuali o collettive,
di micropoteri diffusi. Insurgent non è soltanto l'azione
antagonista, spesso semplice negazione algebrica di una realtà
ingiusta. Le pratiche sociali insurgent sono invece il risultato
di intenzionalità collettive positive, progettuali, costruttive:
esse sviluppano l'antagonismo in protagonismo. Pratiche che stanno
su un altro piano, su altri mille piani, talvolta indifferenti al
mondo tradizionale della lotta politica, e delle ideologie. Pratiche
"impolitiche", anche cattive e bastarde, forse proprio
per questo efficacemente politiche.
3. Lo spazio dei punti di vista
L'intenzione originaria era quella di costruire un vero e proprio
atlante della città alternativa, in particolare della sua
nuova morfologia sociale. L'atlante fissa il territorio conosciuto
in una figura unitaria e condivisa. Questa modalità di rappresentazione
presuppone l'unità e la stabilità del mondo, e l'univocità
del punto di vista. Ma come potevamo arrivare ad una rappresentazione
certa e fissa delle cittadinanze mutevoli di Firenze e delle loro
mutevoli relazioni con lo spazio? Non era questa la strada che era
possibile intraprendere.
Esiste tuttavia un altro modo di intendere un atlante: le "mappe"
e le narrazioni - i resoconti iconografici e topografici - si riempiono
di piste, di segni provvisori, si coprono di immagini e suggestioni
utili per avanzare nel territorio sconosciuto. L'atlante consolida
temporaneamente l'andamento di un percorso, quasi fosse un diario
di bordo, più che la carta di orientamento di un pacifico
baedeker. Questo secondo tipo di rappresentazione ha il vantaggio
di restare vicino alle cose raffigurate e alle persone raccontate,
accostandole e mettendole in relazione senza unificarle in un dispositivo
ordinato e uniforme.
L'oggetto della rappresentazione è proprio il mondo in ebollizione
della città insurgent: la città delle soggettività
liberate, delle cittadinanze in espansione e in movimento, un campo
fluido e dinamico, abitato da una pletora di attori e iniziative.
I materiali da rappresentare non sono costituiti da oggetti, ma
da intrecci di relazioni umane, di nuovi rapporti intersoggettivi,
e dal loro difficile e controverso rapporto con la struttura morfologica
e organizzativa della città.
Abbiamo quindi pensato a una rappresentazione plurale, polimorfa,
decentrata, che puntasse a rappresentare "lo spazio dei punti
di vista" della città emergente nella sua complicazione,
un atlante di voci e di relazioni, di percorsi e di testimonianze.
Ci ha guidato questa indicazione di Pierre Bourdieu, in un volume
che avevamo assunto come modello (e la cui qualità non siamo
riusciti neppure ad avvistare: "per capire ciò che accade
nei luoghi [
] che riavvicinano persone che tutto separa, costringendole
a coabitare, sia nell'ignoranza o nella reciproca incomprensione,
sia nel conflitto, latente o dichiarato, con tutte le sofferenze
che ne risultano, non basta rendere conto di ciascuno dei punti
di vista presi in modo separato. Bisogna anche confrontarli come
sono nella realtà [
] per fare apparire, attraverso
il semplice effetto di giustapposizione, ciò che risulta
dallo scontro di visioni del mondo differenti o antagoniste: cioè,
in certi casi, il tragico, che nasce dallo scontro senza concessioni
o compromessi di punti di vista incompatibili, perché ugualmente
fondati su qualche ragione sociale". Le nuove geografie urbane
sono "difficili da rappresentare e pensare" e richiedono
una rappresentazione multipla e complessa: "abbandonare il
punto di vista unico, centrale, dominante, quasi divino, nel quale
si colloca volentieri l'osservatore, [
] a favore della pluralità
di prospettive corrispondente alla pluralità di punti di
vista" .
4. Effetti di luogo
L'universo delle soggettività emergenti non è ancora
in grado di produrre un cambiamento organico e strutturato della
città. I movimenti insurgent sono all'origine di modificazioni
puntuali, di microtrasformazioni, e qualche volta depositano solo
sintomi di presenza, lasciano tracce di percorso. Abbiamo quindi
cercato di rilevare quei fenomeni che è possibile chiamare,
utilizzando ancora un'espressione di Bourdieu, gli "effetti
di luogo" delle nuove azioni collettive. Tenendo conto dei
molti modi di incisione dello spazio fisico e sociale abbiamo cercato
di registrare un campo molto vasto degli effetti di luogo delle
nuove pratiche sociali sul territorio fiorentino: cambiamenti d'uso
e di funzione, processi di ri-significazione di edifici e luoghi
pubblici, creazione o ri-creazione di luoghi collettivi, "colorazione"
dello spazio urbano (dal writing, alle modificazioni di arredo e
di aspetto, ai suoni e ai segni della vita sociale, ai mercati e
alle presenze volanti, ecc.), riconfigurazione dei tempi urbani
(una diversa organizzazione della notte e più in generale
dei ritmi di funzionamento della città), occupazione e riorganizzazione
di spazi costruiti, auto-ristrutturazioni, progetti partecipati,
occupazioni alternative dell'etere e dello spazio immateriale, riqualificazioni
in forme autoprodotte di immobili e aree urbane (immobili collettivi
di abitazione, autorecupero di edifici e di aree per nuovi usi sociali,
adozione e gestione di spazi aperti), e in qualche caso la creazione
di veri e propri cantieri sociali di trasformazione della città
(l'Isolotto per il passato di Firenze, le Piagge oggi), capaci di
incidere in modo più evidente e significativo sull'organizzazione
della città.
Insomma la definizione più giusta, entro la quale riassumere
gli effetti di luogo delle nuove cittadinanze, è quella secondo
la quale lo spazio urbano è contested space : spazi e luoghi
della città disputati e contesi, in particolari i luoghi
pubblici, le piazze, le strade, e in generale il territorio aperto,
i parchi, i giardini, le aree marginali e di connessione, le zone
e gli edifici abbandonati. Luoghi contesi tra diverse opzioni d'uso,
traiettorie di vita e differenti aspettative e progetti di città:
Homi Bhabha li ha chiamati third space, "spazio terzo",
interstiziale, inbetween, nel quale si articolano le differenze
e viene negoziata la vita, contrattata e giocata l'esistenza .
Il contenuto di questo resoconto figurato nasce da sondaggi, messe
a fuoco parziali, contatti e immersioni nei movimenti della città.
Spesso i contenuti sono costituiti da ragionamenti attorno a piccoli
accadimenti, microfenomeni. I materiali sono costituiti da molte
cose mescolate tra di loro: documenti iconografici in prima istanza
(fotografie, carte, mappe, diagrammi, schemi interpretativi), ma
anche racconti, storie, interviste, narrazioni.
5. Dalla resistenza ai progetti
"Potentially, the list of acts of resistance is endless -
everything from footdragging to walking, from sit-in to outings,
from chaining oneself up in treetops to dancing the night away,
from parody to passing, from bombs to hoaxes, from graffiti tags
on New York trains to stealing pens from employers, from no voting
to releasing laboratory animals, from mugging yuppies to buying
shares, from cheating to dropping out, from tattoos to body piercing,
from pink air to pink triangles, from loud music to loud T-shirts,
from memories to dreams - and the reason for this seems to be that
definitions of resistance have become bound up with the ways that
people are understood to have capacities to change things , through
giving their own (resistant) meanings to things, through finding
their own tactics for avoiding, taunting, attacking, undermining,
enduring, hindering, mocking the everyday exercise of power."
(S. Pile, M. Keith, a cura di., Geographies of Resistance, Routledge,
London/New York, 1997)
Non c'è logica unitaria e pianificazione dall'alto della
città "altra". Sarebbe sbagliato collocare i movimenti
urbani e le azioni progettuali o ribelli in una linea crescente
di importanza e di significato. Molte piccole azioni ripetute possono
avere una capacità di incisione dello spazio urbano maggiore
rispetto a quella di una singola grande iniziativa organizzata.
In realtà un carattere rilevante dell'altra Firenze è
proprio la mescolanza delle cose significative e il loro emergere
imprevedibile nei diversi luoghi della città, in una semplice
biografia individuale, così come nell'esperienza politicamente
gestita di un'occupazione o nella trasformazione partecipata di
un immobile o un quartiere.
Sullo sfondo delle esplorazioni urbane rappresentate è possibile
intravedere da ogni parte il profilo minaccioso della città
ostile alle nuove cittadinanze in espansione. L'abbiamo chiamata
gated city: città vietata, sorvegliata, città che
respinge e si chiude nel tentativo di imbrigliamento e contenimento
delle energie urbane alternative. È la città dei recinti,
delle barriere, dei cancelli, dei codici di accesso, del controllo
remoto o ravvicinato, delle limitazioni di tempo e di spazio, della
privatizzazione e della sorveglianza dello spazio pubblico. È
la città che discrimina e respinge ai margini, la città
della pulizia etnica nelle vie centrali e della pulizia "ecologica"
sulle sponde dell'Arno (per eliminare anche negli spazi periferici
le presenze sociali ritenute pericolose). È una "architettura
della paura" che in questo modo si è consolidata, attraverso
piccoli e grandi dispositivi spaziali e di controllo: una visione
paranoica e "securizzata" della vita urbana che contrasta
con la stessa più profonda sostanza dell'idea di città
.
La prima dimensione dell'opposizione alla città-fortezza
che diventa necessario considerare è quindi quella della
resistenza. Le "arti della resistenza" sono le armi dei
poveri, una sorta di "infrapolitica di coloro che non hanno
potere" . Nascondersi, dissimulare, non collaborare, disobbedire,
fingere ignoranza, arrangiarsi: le arti della sopravvivenza costituiscono
un insieme di attività spontanee e informali, che non richiedono
coordinamento e pianificazione, una sorta di "brechtiana -
o schweickiana - forma di lotta di classe" . Anche nei movimenti
più consapevoli, progettuali e trasformativi, la resistenza
costituisce un fondamento e un punto di partenza. Ed è su
una base di resistenza e ribellione, molte volte individuale e solitaria,
qualche volta organizzata e intenzionale, che poggiano anche le
esperienze con un contenuto più alto di realizzazione e di
speranza.
6. La città dei "migranti"
Resistenza al controllo e organizzazione positiva della sopravvivenza
si dispiegano in particolare nello spazio pubblico, spazio conteso
per eccellenza della città. È possibile esaminare
questa disputa collettiva dello spazio in alcuni luoghi sensibili:
le piazze storiche, i luoghi di aggregazione del centro antico,
la stazione e i territori del commercio e del transito, le strade
stesse della città alla fine. E registrare i segni positivi
di questa disputa, le microtrasformazioni e i processi di riappropriazione
dello spazio collettivo (piazze multietniche, strade colorate, ecc.).
In particolare è importante cercare di disegnare la cartografia
degli abitanti provenienti da lontano, degli "stranieri",
dei migranti. Vivere, cercare di continuare a vivere, dispiegare
"insurgent living practices", potremmo dire parafrasando
l'espressione di Sandercock dalla quale siamo partiti, significa
essere costretti a resistere e insieme a cambiare la città.
La vita non è garantita per questa categoria di cittadini
negati, la loro esistenza non si è ancora quietamente cristallizzata
nelle case e nei quartieri. Vivere per i migranti è ancora
un obiettivo, non una condizione naturale di partenza, ed è
quindi necessariamente un progetto. "Allo straniero non domandare
il luogo di nascita, ma il luogo d'avvenire" , ha scritto una
volta provocatoriamente Edmond Jabès. Vivere significa conquistare
un riparo, attrezzare uno spazio collettivo di sopravvivenza, garantire
il soddisfacimento di bisogni elementari, adattare la struttura
dei consumi e dei commerci, aggredire i problemi del lavoro e della
formazione, affermare il diritto a una famiglia e a una discendenza,
affrontare anche il problema del tempo libero, e del sesso, del
pane e delle rose insieme. È allora come conseguenza di questo
progressivo radicamento della vita dei migranti che gli effetti
di luogo si accumulano nello spazio e la città si deforma,
si trasforma e si colora .
Nelle interviste gli itinerari di vita dei migranti non sono mai
lineari e banali. Emergono biografie complesse e contraddittorie:
resistenza e progetto, devianza e desiderio di normalità,
individualismo e fratellanza. Emergono inquietudine e adattabilità,
rabbia e fiducia nel futuro, voglia di fare e di costruire, astuzia
e imprenditorialità, e anche molta cultura, e una conoscenza
delle altre culture e degli altri linguaggi magari superiore alla
maggioranza dei cittadini "ordinari". In qualche caso
le storie di vita sono costrette ad attraversare una sorta di zona
selvaggia, di "wild zone", il territorio di frontiera
della città, collocato sul bordo, qualche volta oltre il
bordo, della norma e della legalità . Spazio terzo, zona
selvaggia, oppure ancora spazi obliqui, ibridi, ambigui, come nel
caso dei queer spaces, degli spazi "sbagliati" delle libere
pratiche sessuali. Si diffondono nuove geografie del desiderio e
della libertà dei corpi , anche in questo caso spesso sul
confine tra auto-espressione e auto-sfruttamento.
7. La città "occupata" e i cantieri sociali
Una parte importante di Firenze insurgent è costituita
dalla geografia dei luoghi occupati della città, degli immobili
liberati da gruppi di cittadini senza casa, della aree o delle fabbriche
abbandonate che sono diventate luoghi complessi della città
alternativa ed emergente.
Le occupazioni - uso questo termine per indicare una fenomenologia
di azioni internamente molto articolata - sono all'origine di una
contesa spaziale diffusa in tutto il territorio della città.
Nella ricostruzione delle occupazioni è possibile mettere
in evidenza le reti organizzative, le strategie, il carattere intenzionale
e politicamente deliberato di molte iniziative, in particolare sul
grande tema generale della casa e dei centri sociali. In queste
note mi piace tuttavia sottolineare di queste esperienze il carattere
aperto, imprevedibile, non programmato, persino impolitico, nel
senso che ho all'inizio precisato. Dell'occupazione di via Aldini,
per esempio, e dell'occupazione dell'immobile di via Bufalini duramente
interrotta e repressa, mi sembrano importanti, intrise di futuro
e di speranza, il carattere complesso dell'esperienza, il tessuto
relazionale, l'incontro di vissuti e culture, l'intreccio di età
e di aspettative, la valorizzazione del sentimento e del lavoro
collettivo, pur tra molte difficoltà e contraddizioni. Dell'esperienza
dei centri sociali, a Firenze come altrove molto differenziata,
sia tra i diversi centri sia tra i modi di vivere il senso dell'esperienza
all'interno di ciascun centro, ciò che mi sembra anche in
questo caso più radicalmente ostile alla struttura di potere
della città esistente è alla fine il contenuto materiale
e concreto delle occupazioni, quotidiano, esistenziale, anche in
questo caso l'aspetto materiale: insurgent è la vita collettiva
in quel momento, l'energia sprigionata, la pratica diretta del cambiamento.
È un punto di vista non completamente condiviso nella sinistra
alternativa, che mi premeva tuttavia qui di valorizzare e offrire
alla discussione.
Fondamentali sono infine due esperienze particolarmente rilevanti
nell'area fiorentina che abbiamo chiamato "cantieri sociali":
le esperienze delle comunità dell'Isolotto e delle Piagge.
Si tratta di "cantieri" che hanno una storia e un significato
differente. La comunità dell'Isolotto ha una lunga e nobile
storia trentennale, molto conosciuta e studiata, legata alla figura
importante e decisiva di Enzo Mazzi. Qui viene ripresa secondo un
particolare punto di vista: la storia della comunità viene
guardata a partire dalla piazza, dal modo in cui la struttura fisica
e simbolica della piazza riflette le vicende della comunità
e del rapporto della comunità con i poteri - religiosi, sociali
e politici - della città.
Quello delle Piagge è viceversa un cantiere in corso, caldo
e turbolento . Le Piagge sono un laboratorio di trasformazione fisica
e sociale, un deposito di energie positive, anche scomposte e contraddittorie,
una ragnatela di associazioni e di gruppi di volontariato. Da questo
minuto e differenziato universo di attività collettive -
nel quale il centro della comunità di via Lombardia coordinato
da don Alessandro Santoro esercita un ruolo determinante - derivano
microazioni trasformative, di natura puntuale, spesso circoscritte,
e tuttavia emergenti, attive. La protesta diventa rivendicazione
positiva, la resistenza diventa iniziativa e progetto, le strategie
di sopravvivenza diventano impegno diretto nella costruzione del
proprio insediamento e del proprio destino.
Che cosa accomuna queste esperienze, pur tra tante differenze della
storia individuale e collettiva dei loro protagonisti? Direi proprio
il carattere articolato e ambiziosamente completo del loro raggio
d'azione. I cantieri sociali dell'Isolotto e delle Piagge sono ipotesi
di città all'opera, pratiche alternative di città
che cercano di investire tutti gli aspetti della struttura urbana,
micro-utopie in corso di realizzazione. Le attività della
comunità delle Piagge riguardano per esempio la casa e l'accoglienza,
il lavoro e la formazione, la comunicazione e l'incontro, la spiritualità
e l'aiuto materiale, e molti altri aspetti ancora. E questo complesso
di attività è specificamente orientato alla riprogettazione
del luogo, alla riqualificazione del quartiere, nelle sue componenti
urbanistiche e sociali .
6. Una rappresentazione faziosa e plurale
Le immagini e le storie di un'altra Firenze nascono da indagini
coinvolgenti, esposte, faziose. Sono stati utilizzati strumenti
diversi, a seconda dei casi, con qualche confusione e qualche rischio
di approssimazione: colloqui partecipati e intensi, più densi
della semplice intervista a testimoni privilegiati (intervista-dialogo
dunque, ad alto tasso di interazione e interpretazione); "ricostruzioni
critiche del caso" condotte molto dall'interno; qualche volta
"osservazione partecipante" nel senso tradizionale, complicata
da una grado di adesione emotiva più spinta, nel corso delle
esplorazioni urbane; "ricerche-azione" nelle quali i ricercatori
hanno partecipato attivamente ai progetti e alle realizzazioni.
Alcune parti di questo racconto assumono per certi aspetti anche
una forma di auto-descrizione.
Il punto di vista espresso non è mai neutrale, anzi è
contaminato dalla relazione con gli interlocutori e i protagonisti
di Firenze insurgent. Molti svolgimenti dell'indagine sono stati
l'esito imprevedibile dell'interazione con i soggetti, come nel
caso di molte interviste. Le interviste-dialogo sono state rilavorate,
e poi ricontrollate con gli interlocutori, in un lavoro comune e
circolare.
Il gruppo stesso di chi ha collaborato a questo resoconto costituisce
un esempio della molteplicità di prospettive e orizzonti
della città insurgent e alternativa: opinioni e atteggiamenti
differenti, qualche volta un punto di vista interno ai movimenti,
quasi complice, qualche volta un punto di vista più distaccato
e perplesso. I materiali derivanti da questo difficile intreccio
di sensibilità e posizioni sono quindi assai differenziati
tra di loro, a volte persino internamente contraddittori, ma abbiamo
preferito rinunciare a un lavoro di riduzione e di omologazione.
È sembrato insomma che l'articolazione di voci e di linguaggi
potesse rappresentare meglio la pluralità di atteggiamenti
e speranze di quella parte di città che abbiamo cercato di
indagare e comprendere.
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