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Insurgent city
Racconti e geografie di un'altra Firenze

 

Giancarlo Paba


1. "Una macchina perversa di bellezza"

"La città, popolata da due categorie di persone, gli affaristi e le loro vittime, è abitabile […] in maniera dolorosa, disturbante ogni indole naturale, col tempo perturbante e devastante. […] Colui che sia cresciuto in questa città […], colui che fin dall'infanzia più remota sia stato incapsulato da un lato nel vistoso evolversi della sua fama mondiale come in una macchina perversa di bellezza, macchina bugiarda che produce vero denaro e finto denaro […], costui non può far altro che conservare un ricordo tremendo della città e delle condizioni di vita in questa città […], una città che da sempre ferisce, esaspera e comunque annienta qualsiasi personalità creativa. […] Per colui che tenta di trovare equilibrio e giustizia in questa città che in ogni parte del mondo gode fama soltanto di bellezza e nobiltà, e […] della fama derivata dall'arte, la cosiddetta Grande Arte, essa, la città, ben presto non risulta altro che un freddo museo di morte, esposto a malattie e bassezze di ogni genere, e in questa città si ingigantiscono per lui tutti gli ostacoli immaginabili e inimmaginabili, i quali spietatamente devastano e profondamente ledono le sue energie e le sue doti e attitudini spirituali; ben presto dunque la città, per lui, non è più una bella natura e un'esemplare architettura, ma nient'altro che un groviglio umano impenetrabile di volgarità e di bassezza, ed egli non cammina più in mezzo [all'arte] quando passa per le strade della città, ma è soltanto disgustato dal pantano morale in cui sono immersi i suoi abitanti." (Thomas Bernhard, L'origine, Adelphi, Milano, 1982, pp. 9-13)

L'invettiva di Thomas Bernhard - esagerata come ogni invettiva - nella citazione che apre questo scritto, è rivolta a Salisburgo. Sono state necessarie poche correzioni nella forma per adattarla a Firenze e nessuna correzione sarebbe forse necessaria nella sostanza. Firenze è diventata anch'essa "una macchina perversa di bellezza" e di morte dell'anima. Ed è soprattutto, per una parte importante dei suoi cittadini vecchi e nuovi, una macchina di sofferenza materiale, e di difficile e contrastata sopravvivenza. L'atmosfera mortale - per la comunione del clima e della devastazione ambientale - la rende nociva, il contrasto tra centro e periferia la rende bugiarda e bifronte, il dominio del commercio e del denaro la rende cinica e crudele, lo sfruttamento parassitario della cultura antica e la crisi della cultura contemporanea la rendono sterile e opaca, l'avarizia materiale e mentale delle sue classi dirigenti la rende spesso ostile e lontana dalle sue antiche tradizioni di ospitalità.
Come nella Salisburgo di Bernhard la scena pubblica fiorentina riflette il degrado fisico e ambientale della città: stanche azioni di governo, sceriffi e "securizzatori", imbonitori e modiste, registi e comici di regime, in generale culture fossili e ortogonali alla sperimentazione e al coraggio critico. La macchina perversa di bellezza di Firenze - "freddo museo di morte" - è rappresentata in mille mappe e in mille guide in modo adeguato. Iper-rappresentata: un'inflazione di immagini e racconti, di camere con vista, di viste convenzionali e banalizzate: vera alluvione terminale, e deserto di significato, della comunicazione di Firenze nel mondo.
Abbiamo ignorato questa figura della città dell'arte e del commercio globale, per tentare la ricostruzione di qualche parte dell'altra geografia di Firenze: una geografia interstiziale, nascosta, fluida, e tuttavia attiva, densa, creativa, la contro-geografia di un'altra Firenze, di una città nascente, emergente, mescolata a quella esistente, dentro e contro la città esistente. Semmai questa geografia si ricollega alla grande linea storica sotterranea della Firenze delle lotte sociali e di popolo, e della resistenza al potere e al conformismo culturale, da Savonarola a Enzo Mazzi, dalla rivolta dei Ciompi alle lotte della Firenze operaia, da don Milani ad Ernesto Balducci, dai movimenti giovanili del dopoguerra alle iniziative della comunità delle Piagge, fino alle mille manifestazioni e figure, insofferenti e inquiete, della storia fiorentina recente e lontana.


2. Insurgent city

Abbiamo definito quest'altra Firenze come insurgent city, ed è necessario qualche chiarimento sul significato che viene dato a questa espressione. Leonie Sandercock chiama "insurgent planning practices" le iniziative di pianificazione e di resistenza/trasformazione che si oppongono alla città esistente (alla sua struttura organizzativa e di potere) e nello stesso tempo positivamente costruiscono i primi congegni di una città alternativa e differente. John Friedmann collega queste iniziative alla dinamica delle cittadinanze in espansione e ad un allargamento progressivo degli spazi di democrazia . Le nuove cittadinanze creano un contesto plurale e creativo, una vera e proprio multipli/city, all'interno della quale diventano praticabili forme di utopia concreta, achievable, per una più completa fioritura degli esseri umani .
Per noi inoltre il termine insurgent mantiene anche un campo di risonanze più antico. Insurgence, ha scritto Lewis Mumford, è la "capacità di superare, attraverso il potere o l'astuzia, attraverso il piano o il sogno, le forze che minacciano l'organismo" . Le pratiche individuali e collettive insurgent sono quindi un dato biologico ed esistenziale, prima che politico, la manifestazione elementare del diritto alla vita e alla città dei suoi abitanti più poveri e deprivati.
Insurgent, nel senso qui precisato, sono i movimenti stessi dei corpi in città, degli organismi che vogliono sopravvivenza e speranza di futuro. I movimenti molecolari: le traiettorie dei corpi nella scena pubblica della città, alla ricerca di occasioni di vita e di felicità; i movimenti associati: le interazioni tra i corpi, l'aiuto reciproco, la solidarietà nell'amicizia e nel lavoro comune; le reti organizzate di resistenza e di azione: il radicamento delle nuove comunità nello spazio, nel processo di costruzione o trasformazione dei luoghi e degli insediamenti.
Al centro della geografia di Firenze altra abbiamo quindi collocato le pratiche di vita dei nuovi cittadini, le piccole antropologie del quotidiano, le storie o le microstorie individuali e di gruppo. Insurgent city non è città sovversiva o rivoluzionaria (non è così Firenze, non sono così oggi le città italiane, che lo si desideri o meno). È però campo di forze, tensioni, desideri, conflitti, progetti. È l'insieme di azioni compiute o parziali di trasformazione, di piccole utopie realizzate o di semplici gesti di sopravvivenza, di manifestazioni di resistenza e di lotta, di conquiste individuali o collettive, di micropoteri diffusi. Insurgent non è soltanto l'azione antagonista, spesso semplice negazione algebrica di una realtà ingiusta. Le pratiche sociali insurgent sono invece il risultato di intenzionalità collettive positive, progettuali, costruttive: esse sviluppano l'antagonismo in protagonismo. Pratiche che stanno su un altro piano, su altri mille piani, talvolta indifferenti al mondo tradizionale della lotta politica, e delle ideologie. Pratiche "impolitiche", anche cattive e bastarde, forse proprio per questo efficacemente politiche.


3. Lo spazio dei punti di vista

L'intenzione originaria era quella di costruire un vero e proprio atlante della città alternativa, in particolare della sua nuova morfologia sociale. L'atlante fissa il territorio conosciuto in una figura unitaria e condivisa. Questa modalità di rappresentazione presuppone l'unità e la stabilità del mondo, e l'univocità del punto di vista. Ma come potevamo arrivare ad una rappresentazione certa e fissa delle cittadinanze mutevoli di Firenze e delle loro mutevoli relazioni con lo spazio? Non era questa la strada che era possibile intraprendere.
Esiste tuttavia un altro modo di intendere un atlante: le "mappe" e le narrazioni - i resoconti iconografici e topografici - si riempiono di piste, di segni provvisori, si coprono di immagini e suggestioni utili per avanzare nel territorio sconosciuto. L'atlante consolida temporaneamente l'andamento di un percorso, quasi fosse un diario di bordo, più che la carta di orientamento di un pacifico baedeker. Questo secondo tipo di rappresentazione ha il vantaggio di restare vicino alle cose raffigurate e alle persone raccontate, accostandole e mettendole in relazione senza unificarle in un dispositivo ordinato e uniforme.
L'oggetto della rappresentazione è proprio il mondo in ebollizione della città insurgent: la città delle soggettività liberate, delle cittadinanze in espansione e in movimento, un campo fluido e dinamico, abitato da una pletora di attori e iniziative. I materiali da rappresentare non sono costituiti da oggetti, ma da intrecci di relazioni umane, di nuovi rapporti intersoggettivi, e dal loro difficile e controverso rapporto con la struttura morfologica e organizzativa della città.
Abbiamo quindi pensato a una rappresentazione plurale, polimorfa, decentrata, che puntasse a rappresentare "lo spazio dei punti di vista" della città emergente nella sua complicazione, un atlante di voci e di relazioni, di percorsi e di testimonianze. Ci ha guidato questa indicazione di Pierre Bourdieu, in un volume che avevamo assunto come modello (e la cui qualità non siamo riusciti neppure ad avvistare: "per capire ciò che accade nei luoghi […] che riavvicinano persone che tutto separa, costringendole a coabitare, sia nell'ignoranza o nella reciproca incomprensione, sia nel conflitto, latente o dichiarato, con tutte le sofferenze che ne risultano, non basta rendere conto di ciascuno dei punti di vista presi in modo separato. Bisogna anche confrontarli come sono nella realtà […] per fare apparire, attraverso il semplice effetto di giustapposizione, ciò che risulta dallo scontro di visioni del mondo differenti o antagoniste: cioè, in certi casi, il tragico, che nasce dallo scontro senza concessioni o compromessi di punti di vista incompatibili, perché ugualmente fondati su qualche ragione sociale". Le nuove geografie urbane sono "difficili da rappresentare e pensare" e richiedono una rappresentazione multipla e complessa: "abbandonare il punto di vista unico, centrale, dominante, quasi divino, nel quale si colloca volentieri l'osservatore, […] a favore della pluralità di prospettive corrispondente alla pluralità di punti di vista" .


4. Effetti di luogo

L'universo delle soggettività emergenti non è ancora in grado di produrre un cambiamento organico e strutturato della città. I movimenti insurgent sono all'origine di modificazioni puntuali, di microtrasformazioni, e qualche volta depositano solo sintomi di presenza, lasciano tracce di percorso. Abbiamo quindi cercato di rilevare quei fenomeni che è possibile chiamare, utilizzando ancora un'espressione di Bourdieu, gli "effetti di luogo" delle nuove azioni collettive. Tenendo conto dei molti modi di incisione dello spazio fisico e sociale abbiamo cercato di registrare un campo molto vasto degli effetti di luogo delle nuove pratiche sociali sul territorio fiorentino: cambiamenti d'uso e di funzione, processi di ri-significazione di edifici e luoghi pubblici, creazione o ri-creazione di luoghi collettivi, "colorazione" dello spazio urbano (dal writing, alle modificazioni di arredo e di aspetto, ai suoni e ai segni della vita sociale, ai mercati e alle presenze volanti, ecc.), riconfigurazione dei tempi urbani (una diversa organizzazione della notte e più in generale dei ritmi di funzionamento della città), occupazione e riorganizzazione di spazi costruiti, auto-ristrutturazioni, progetti partecipati, occupazioni alternative dell'etere e dello spazio immateriale, riqualificazioni in forme autoprodotte di immobili e aree urbane (immobili collettivi di abitazione, autorecupero di edifici e di aree per nuovi usi sociali, adozione e gestione di spazi aperti), e in qualche caso la creazione di veri e propri cantieri sociali di trasformazione della città (l'Isolotto per il passato di Firenze, le Piagge oggi), capaci di incidere in modo più evidente e significativo sull'organizzazione della città.
Insomma la definizione più giusta, entro la quale riassumere gli effetti di luogo delle nuove cittadinanze, è quella secondo la quale lo spazio urbano è contested space : spazi e luoghi della città disputati e contesi, in particolari i luoghi pubblici, le piazze, le strade, e in generale il territorio aperto, i parchi, i giardini, le aree marginali e di connessione, le zone e gli edifici abbandonati. Luoghi contesi tra diverse opzioni d'uso, traiettorie di vita e differenti aspettative e progetti di città: Homi Bhabha li ha chiamati third space, "spazio terzo", interstiziale, inbetween, nel quale si articolano le differenze e viene negoziata la vita, contrattata e giocata l'esistenza .
Il contenuto di questo resoconto figurato nasce da sondaggi, messe a fuoco parziali, contatti e immersioni nei movimenti della città. Spesso i contenuti sono costituiti da ragionamenti attorno a piccoli accadimenti, microfenomeni. I materiali sono costituiti da molte cose mescolate tra di loro: documenti iconografici in prima istanza (fotografie, carte, mappe, diagrammi, schemi interpretativi), ma anche racconti, storie, interviste, narrazioni.


5. Dalla resistenza ai progetti

"Potentially, the list of acts of resistance is endless - everything from footdragging to walking, from sit-in to outings, from chaining oneself up in treetops to dancing the night away, from parody to passing, from bombs to hoaxes, from graffiti tags on New York trains to stealing pens from employers, from no voting to releasing laboratory animals, from mugging yuppies to buying shares, from cheating to dropping out, from tattoos to body piercing, from pink air to pink triangles, from loud music to loud T-shirts, from memories to dreams - and the reason for this seems to be that definitions of resistance have become bound up with the ways that people are understood to have capacities to change things , through giving their own (resistant) meanings to things, through finding their own tactics for avoiding, taunting, attacking, undermining, enduring, hindering, mocking the everyday exercise of power."
(S. Pile, M. Keith, a cura di., Geographies of Resistance, Routledge, London/New York, 1997)

Non c'è logica unitaria e pianificazione dall'alto della città "altra". Sarebbe sbagliato collocare i movimenti urbani e le azioni progettuali o ribelli in una linea crescente di importanza e di significato. Molte piccole azioni ripetute possono avere una capacità di incisione dello spazio urbano maggiore rispetto a quella di una singola grande iniziativa organizzata. In realtà un carattere rilevante dell'altra Firenze è proprio la mescolanza delle cose significative e il loro emergere imprevedibile nei diversi luoghi della città, in una semplice biografia individuale, così come nell'esperienza politicamente gestita di un'occupazione o nella trasformazione partecipata di un immobile o un quartiere.
Sullo sfondo delle esplorazioni urbane rappresentate è possibile intravedere da ogni parte il profilo minaccioso della città ostile alle nuove cittadinanze in espansione. L'abbiamo chiamata gated city: città vietata, sorvegliata, città che respinge e si chiude nel tentativo di imbrigliamento e contenimento delle energie urbane alternative. È la città dei recinti, delle barriere, dei cancelli, dei codici di accesso, del controllo remoto o ravvicinato, delle limitazioni di tempo e di spazio, della privatizzazione e della sorveglianza dello spazio pubblico. È la città che discrimina e respinge ai margini, la città della pulizia etnica nelle vie centrali e della pulizia "ecologica" sulle sponde dell'Arno (per eliminare anche negli spazi periferici le presenze sociali ritenute pericolose). È una "architettura della paura" che in questo modo si è consolidata, attraverso piccoli e grandi dispositivi spaziali e di controllo: una visione paranoica e "securizzata" della vita urbana che contrasta con la stessa più profonda sostanza dell'idea di città .
La prima dimensione dell'opposizione alla città-fortezza che diventa necessario considerare è quindi quella della resistenza. Le "arti della resistenza" sono le armi dei poveri, una sorta di "infrapolitica di coloro che non hanno potere" . Nascondersi, dissimulare, non collaborare, disobbedire, fingere ignoranza, arrangiarsi: le arti della sopravvivenza costituiscono un insieme di attività spontanee e informali, che non richiedono coordinamento e pianificazione, una sorta di "brechtiana - o schweickiana - forma di lotta di classe" . Anche nei movimenti più consapevoli, progettuali e trasformativi, la resistenza costituisce un fondamento e un punto di partenza. Ed è su una base di resistenza e ribellione, molte volte individuale e solitaria, qualche volta organizzata e intenzionale, che poggiano anche le esperienze con un contenuto più alto di realizzazione e di speranza.


6. La città dei "migranti"

Resistenza al controllo e organizzazione positiva della sopravvivenza si dispiegano in particolare nello spazio pubblico, spazio conteso per eccellenza della città. È possibile esaminare questa disputa collettiva dello spazio in alcuni luoghi sensibili: le piazze storiche, i luoghi di aggregazione del centro antico, la stazione e i territori del commercio e del transito, le strade stesse della città alla fine. E registrare i segni positivi di questa disputa, le microtrasformazioni e i processi di riappropriazione dello spazio collettivo (piazze multietniche, strade colorate, ecc.).
In particolare è importante cercare di disegnare la cartografia degli abitanti provenienti da lontano, degli "stranieri", dei migranti. Vivere, cercare di continuare a vivere, dispiegare "insurgent living practices", potremmo dire parafrasando l'espressione di Sandercock dalla quale siamo partiti, significa essere costretti a resistere e insieme a cambiare la città. La vita non è garantita per questa categoria di cittadini negati, la loro esistenza non si è ancora quietamente cristallizzata nelle case e nei quartieri. Vivere per i migranti è ancora un obiettivo, non una condizione naturale di partenza, ed è quindi necessariamente un progetto. "Allo straniero non domandare il luogo di nascita, ma il luogo d'avvenire" , ha scritto una volta provocatoriamente Edmond Jabès. Vivere significa conquistare un riparo, attrezzare uno spazio collettivo di sopravvivenza, garantire il soddisfacimento di bisogni elementari, adattare la struttura dei consumi e dei commerci, aggredire i problemi del lavoro e della formazione, affermare il diritto a una famiglia e a una discendenza, affrontare anche il problema del tempo libero, e del sesso, del pane e delle rose insieme. È allora come conseguenza di questo progressivo radicamento della vita dei migranti che gli effetti di luogo si accumulano nello spazio e la città si deforma, si trasforma e si colora .
Nelle interviste gli itinerari di vita dei migranti non sono mai lineari e banali. Emergono biografie complesse e contraddittorie: resistenza e progetto, devianza e desiderio di normalità, individualismo e fratellanza. Emergono inquietudine e adattabilità, rabbia e fiducia nel futuro, voglia di fare e di costruire, astuzia e imprenditorialità, e anche molta cultura, e una conoscenza delle altre culture e degli altri linguaggi magari superiore alla maggioranza dei cittadini "ordinari". In qualche caso le storie di vita sono costrette ad attraversare una sorta di zona selvaggia, di "wild zone", il territorio di frontiera della città, collocato sul bordo, qualche volta oltre il bordo, della norma e della legalità . Spazio terzo, zona selvaggia, oppure ancora spazi obliqui, ibridi, ambigui, come nel caso dei queer spaces, degli spazi "sbagliati" delle libere pratiche sessuali. Si diffondono nuove geografie del desiderio e della libertà dei corpi , anche in questo caso spesso sul confine tra auto-espressione e auto-sfruttamento.


7. La città "occupata" e i cantieri sociali

Una parte importante di Firenze insurgent è costituita dalla geografia dei luoghi occupati della città, degli immobili liberati da gruppi di cittadini senza casa, della aree o delle fabbriche abbandonate che sono diventate luoghi complessi della città alternativa ed emergente.
Le occupazioni - uso questo termine per indicare una fenomenologia di azioni internamente molto articolata - sono all'origine di una contesa spaziale diffusa in tutto il territorio della città. Nella ricostruzione delle occupazioni è possibile mettere in evidenza le reti organizzative, le strategie, il carattere intenzionale e politicamente deliberato di molte iniziative, in particolare sul grande tema generale della casa e dei centri sociali. In queste note mi piace tuttavia sottolineare di queste esperienze il carattere aperto, imprevedibile, non programmato, persino impolitico, nel senso che ho all'inizio precisato. Dell'occupazione di via Aldini, per esempio, e dell'occupazione dell'immobile di via Bufalini duramente interrotta e repressa, mi sembrano importanti, intrise di futuro e di speranza, il carattere complesso dell'esperienza, il tessuto relazionale, l'incontro di vissuti e culture, l'intreccio di età e di aspettative, la valorizzazione del sentimento e del lavoro collettivo, pur tra molte difficoltà e contraddizioni. Dell'esperienza dei centri sociali, a Firenze come altrove molto differenziata, sia tra i diversi centri sia tra i modi di vivere il senso dell'esperienza all'interno di ciascun centro, ciò che mi sembra anche in questo caso più radicalmente ostile alla struttura di potere della città esistente è alla fine il contenuto materiale e concreto delle occupazioni, quotidiano, esistenziale, anche in questo caso l'aspetto materiale: insurgent è la vita collettiva in quel momento, l'energia sprigionata, la pratica diretta del cambiamento. È un punto di vista non completamente condiviso nella sinistra alternativa, che mi premeva tuttavia qui di valorizzare e offrire alla discussione.
Fondamentali sono infine due esperienze particolarmente rilevanti nell'area fiorentina che abbiamo chiamato "cantieri sociali": le esperienze delle comunità dell'Isolotto e delle Piagge. Si tratta di "cantieri" che hanno una storia e un significato differente. La comunità dell'Isolotto ha una lunga e nobile storia trentennale, molto conosciuta e studiata, legata alla figura importante e decisiva di Enzo Mazzi. Qui viene ripresa secondo un particolare punto di vista: la storia della comunità viene guardata a partire dalla piazza, dal modo in cui la struttura fisica e simbolica della piazza riflette le vicende della comunità e del rapporto della comunità con i poteri - religiosi, sociali e politici - della città.
Quello delle Piagge è viceversa un cantiere in corso, caldo e turbolento . Le Piagge sono un laboratorio di trasformazione fisica e sociale, un deposito di energie positive, anche scomposte e contraddittorie, una ragnatela di associazioni e di gruppi di volontariato. Da questo minuto e differenziato universo di attività collettive - nel quale il centro della comunità di via Lombardia coordinato da don Alessandro Santoro esercita un ruolo determinante - derivano microazioni trasformative, di natura puntuale, spesso circoscritte, e tuttavia emergenti, attive. La protesta diventa rivendicazione positiva, la resistenza diventa iniziativa e progetto, le strategie di sopravvivenza diventano impegno diretto nella costruzione del proprio insediamento e del proprio destino.
Che cosa accomuna queste esperienze, pur tra tante differenze della storia individuale e collettiva dei loro protagonisti? Direi proprio il carattere articolato e ambiziosamente completo del loro raggio d'azione. I cantieri sociali dell'Isolotto e delle Piagge sono ipotesi di città all'opera, pratiche alternative di città che cercano di investire tutti gli aspetti della struttura urbana, micro-utopie in corso di realizzazione. Le attività della comunità delle Piagge riguardano per esempio la casa e l'accoglienza, il lavoro e la formazione, la comunicazione e l'incontro, la spiritualità e l'aiuto materiale, e molti altri aspetti ancora. E questo complesso di attività è specificamente orientato alla riprogettazione del luogo, alla riqualificazione del quartiere, nelle sue componenti urbanistiche e sociali .


6. Una rappresentazione faziosa e plurale

Le immagini e le storie di un'altra Firenze nascono da indagini coinvolgenti, esposte, faziose. Sono stati utilizzati strumenti diversi, a seconda dei casi, con qualche confusione e qualche rischio di approssimazione: colloqui partecipati e intensi, più densi della semplice intervista a testimoni privilegiati (intervista-dialogo dunque, ad alto tasso di interazione e interpretazione); "ricostruzioni critiche del caso" condotte molto dall'interno; qualche volta "osservazione partecipante" nel senso tradizionale, complicata da una grado di adesione emotiva più spinta, nel corso delle esplorazioni urbane; "ricerche-azione" nelle quali i ricercatori hanno partecipato attivamente ai progetti e alle realizzazioni. Alcune parti di questo racconto assumono per certi aspetti anche una forma di auto-descrizione.
Il punto di vista espresso non è mai neutrale, anzi è contaminato dalla relazione con gli interlocutori e i protagonisti di Firenze insurgent. Molti svolgimenti dell'indagine sono stati l'esito imprevedibile dell'interazione con i soggetti, come nel caso di molte interviste. Le interviste-dialogo sono state rilavorate, e poi ricontrollate con gli interlocutori, in un lavoro comune e circolare.
Il gruppo stesso di chi ha collaborato a questo resoconto costituisce un esempio della molteplicità di prospettive e orizzonti della città insurgent e alternativa: opinioni e atteggiamenti differenti, qualche volta un punto di vista interno ai movimenti, quasi complice, qualche volta un punto di vista più distaccato e perplesso. I materiali derivanti da questo difficile intreccio di sensibilità e posizioni sono quindi assai differenziati tra di loro, a volte persino internamente contraddittori, ma abbiamo preferito rinunciare a un lavoro di riduzione e di omologazione. È sembrato insomma che l'articolazione di voci e di linguaggi potesse rappresentare meglio la pluralità di atteggiamenti e speranze di quella parte di città che abbiamo cercato di indagare e comprendere.

   
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