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Restituzione di una conversazione 'corale' con cinque rappresentanti
della comunità islamica di via Ghibellina, di diverse nazionalità.
Le nostre storie e i nostri percorsi umani sono molti diversi.
Veniamo dal Libano, dalla Palestina, dall'Algeria, dalla Siria e
dall'Albania: alcuni di noi sono studenti universitari, altri commercianti
di import-export, architetti o altri liberi professionisti.
Ad esempio, Murad - il nostro più alto rappresentante qui
dentro - è in Italia dal 1990. Viene dall'Algeria, da un
villaggio in un'oasi oggi turistica, ed i suoi primi amici europei
sono stati italiani: è stato 3 anni in Trentino, poi - approfittando
di alcune amicizie pratesi conosciute durante un campeggio per giovani
a Parigi - è venuto in Toscana. Lavorava a livello artigianale,
più che altro per hobby, e per tre anni ha insegnato a contratto.
L'idea era di restare qui 2 mesi solo. Poi i percorsi della vita
ti irretiscono. Nel '93 si è fatto un'idea chiara della specializzazione
di settore che avrebbe voluto acquisire, lavorando con artigiani
intorno a San Lorenzo, un posto che di solito apre al mondo e all'integrazione
di stranieri, anche perché i bancarellai richiedono aiuti
che gli garantiscano 2-3 lingue. Con un corso professionale alla
scuola di San Colombano - pagato dalla UE e 'vinto' dopo un corso
di macchinista - ha avuto la sua occasione riscuotendo il primo
premio per giovani stilisti e un buon successo a 'Linea pelle' di
Bologna, che gli ha garantito una borsa di studio e uno stage da
Gucci. Sono seguiti un contratto di formazione e la conferma da
2 anni come modellista presso un partner di prima qualità.
Oggi si può dire ben inserito, e con la fortuna di avere
alle spalle un percorso non troppo accidentato. Tornando nel suo
villaggio si è sposato con una conoscente d'infanzia del
suo quartiere e dopo 2 settimane è tornato a Firenze. Non
è vero che nella costruzione di una famiglia la 'scelta'
non abbia spazio. Ce l'ha - magari non sempre è una scelta
libera al 100% perché comunque la famiglia va immaginata
e costruita gradualmente
Tra di noi della Comunità Islamica di Firenze ci sono anche
persone che si sono sposate e addirittura conosciute qui; anche
coppie miste, ad esempio un marocchino sposato con una Somala, magari
conosciuti qui alla Moschea. Dovete immaginarvi un microcosmo in
evoluzione, non fissarvi su immagini statiche che spesso nascondono
un pregiudizio o almeno da una mitizzazione dei fenomeni che vuoi
esaminare nell'immigrazione, prima ancora di averli osservati. Per
esempio ci sono donne musulmane sole qui a Firenze: soprattutto
tra le somale, e qualche studentessa nordafricana. In Somalia, del
resto, c'è una cultura diversa dove la donna è più
partecipe del lavoro comunitario e dove la guerra ha spinto molte
donne a fuggire per la salvezza dei figli, da vedove o magari mentre
i mariti combattevano chissà dove
Del resto l'Islamismo non è come alcune confessioni cristiane:
l'autorganizzazione di molte comunità a livello nazionale
o di gruppi di nazioni fa sì che in vari contesti le peculiarità
locali emergono con forza e sostanziano differenze visibili. Nelle
montagne algerine, ad esempio, le donne aiutano, lavorano con gli
uomini: sono responsabili di più accanto all'uomo anche in
rapporto alla comunità. Magari ci sono differenze che si
notano meno nel momento religioso: perché lì si ha
una sorta di movimento che riconduce a pratiche più simili,
e lo stesso velo con cui si esce tende a rendere più uniforme
la lettura da fuori. Anche se, come sapete, di veli ne esistono
molti e diversi nei vari Paesi, e spesso in emigrazione le differenze
si rafforzano invece che diminuire, e comunque determinano confronti
più diretti che colpiscono l'osservatore.
Qui a Firenze, oggi, sono poche le donne 'quasi italiane' e ancor
meno quelle della seconda generazione. Per lo più sono bambine,
ancora. Qualche adulta però, soprattutto Libica, Somala o
Eritrea, che si sente italiana esiste.
La Moschea nell'inserimento: un ruolo non solo religioso
La Moschea gioca un grosso ruolo: quando Murad è venuto
dal Trentino è stato il primo riferimento che ha cercato,
e così è accaduto a molti di noi e a tanti fratelli
più o meno praticanti che si avvicinano a noi. E la Comunità
fiorentina non ha neppure avuto una storia semplice, visto che una
sua vecchia guida si è allontanata di colpo ed è stata
a lungo ricercata dalla Polizia col sospetto di finanziamenti a
gruppi estremisti, anche con soldi sottratti alla Comunità...
A volte - volendo restare - per orgoglio molte persone non contattano
gli amici. Temono di pesare. E così il primo luogo ufficiale
a cui si pensa per un'assistenza anche pratica è la Comunità
religiosa, più ancora forse di quelle nazionali che possono
essere percepite a volte come appannate da un'immagine un po' burocratica
fatta di strette collaborazioni fra singoli che si sono assunti
l'onere di creare una comunità sul posto. Non è sempre
vero, ma sappiamo che alcune persone percepiscono così la
questione: il lavoro alla Moschea è in fondo un lavoro di
volontariato, ma anche per questo è più impegnato
e allo stesso tempo meno 'compromesso'. Il volontariato deve essere
insieme 'per Dio e per l'umanità'; e non è raro che
alcuni di noi litighino con le mogli per dare 5 ore in più
del loro tempo alla Comunità
La prima cosa che qui impari è quella che oggi si chiama
la 'flessibilità'.
Intanto perché non abbiamo uno spazio per noi e ci siamo
dovuti adattare a questo fondo, un magazzino, garage o come lo volete
definire, non certo una Moschea con gli spazi come dovrebbero essere
o così visibile da costituire un richiamo chiaro da fuori
Lo
spazio di Via Ghibellina oggi è piccolo per le persone che
lo frequentano. Il Venerdì si arriva a 350-400; nell'arco
della settimana passano tra le 500 e le 650 persone. Piazza Scarlatti,
certo, era più piccola, e si creava il problema di come dividere
le donne: ma almeno aveva una piazzetta davanti e non una strada
con autobus come questa
Comunque questa l'abbiamo ripartita come meglio era possibile; creando
anche una saletta per corsi di lingua o riunioni sul fondo ed un
piccolo spaccio con colori vivaci all'entrata. Questo ha aperto
da pochi mesi, all'inizio del 2000, come spaccio di ONLUS, con bussole
per cercare la direzione della preghiera, libri spirituali e un
po' di cibo, come datteri o carni pressate in scatola prese da specialisti
greci o francesi. I bagni però sono in brutte condizioni,
e lo spazio per le donne è provvisorio: una tenda. Inoltre
lo spazio di preghiera è spezzato da un muro intermedio che
non possiamo modificare.
Flessibilità vuol dire anche attenzione per i modi e gli
orari diversi delle frequentazioni. Ci sono singoli datori di lavoro
che lasciano il venerdì libero ai lavoratori musulmani, facendo
recuperare poi il sabato. Ma non sono molti. La maggioranza delle
persone comunque si organizza per pregare quando può: e noi
abbiamo un dovere di venire loro incontro.
Per chi lavora in ditte come la Gucci, dove un capitale arabo alle
spalle garantisce una certa sensibilità, si può sperare
in una santificazione del nostro giorno festivo. A volte anche singoli
artigiani o negozianti, nei posti dove si creano buone relazioni
umane dirette, permettono questo scambio. Il punto è che
è ancora una concessione, più che un diritto di scelta.
Speriamo che l'intesa di recente approvata fra lo Stato Italiano
e l'Unione delle Comunità Islamiche Italiane (UCOII) serva
a facilitare questo cambiamento: è una cosa in cui crediamo.
Per noi oggi flessibilità vuol dire anche coscienza che non
siamo i soli 'salvatori' che aiutano o a cui ti puoi rivolgere.
È importante riconoscere gli altri ed essere riconosciuti.
Il COSPE, l'Arcobaleno, il Centro La Pira, il Tempio per La Pace,
sono tutti organismi con cui abbiamo stretti rapporti: punti di
riferimento per questioni pratiche o per discussioni teoriche. Siamo
come una catena o una rete non ufficializzata. Il Tempio della Pace
- ad esempio - parte da un'idea formata intorno all'immagine fisica
di un tempio, un luogo ipotetico dove sviluppare sulle colline di
Firenze un confronto fra religioni. Ma non è che perché
manca la costruzione si sia frustrati e venga meno il dialogo. Non
per nulla l'idea è nata in una scuola, si è espansa
come dialogo e progetto fra studenti: è lo stesso 'un luogo'
di discussione. Anzi, si spande già per la città,
con mostre, con libri, creando un clima di amicizia, una possibilità
di discussione su temi importanti. Per questo abbiamo aderito subito
al Progetto 'Porto Franco' della Regione, perché parte dell'idea
umanamente e civilmente importante che il dialogo si deve spandere,
deve creare reti in cui ognuno dice le cose che sa e si confronta
in luoghi diversi, che vengono ai cittadini, si muovono verso di
loro. Il nostro motto è 'vive chi conosce il suo giusto posto';
sappiamo di avere dei limiti. In fondo siamo giovani, abbiamo poco
più di 9 anni, ma quello che abbiamo lo vogliamo dare, e
confrontarci. I luoghi per parlare li troviamo: una volta una sede
della Provincia, un convegno, la Palazzina Presidenziale della Stazione,
oppure la nostra Moschea o la sede del Centro La Pira, dove seguendo
la tradizione del sindaco a cui è dedicato ci confrontiamo
anche tra famiglie diverse, partecipando con i nostri figli e mogli.
È capitato che più volte per la fine del Ramadan fossero
i nostri amici italiani a venire qui con conferenze e cene. Come
saprete, il Centro La Pira è il primo luogo a Firenze che
ha ospitato la nostra preghiera musulmana tanti anni fa, oltre che
i corsi di lingua per inserirci: e non si può avere memoria
corta. Prima per noi era difficile anche trovare soldi per la preghiera
del Venerdì; ora questo è superato, ma gestire lo
spazio della preghiera comporta ancora sacrifici e continui problemi
economici. È dal '92 che chiediamo al Comune uno spazio per
pregare. Oggi anche questa Moschea, per un debito di 4 mesi in arretrato,
rischia lo sfratto. Chiediamo un posto o almeno un contributo economico,
perché in fondo facciamo anche dei servizi...
Il nostro ruolo, infatti, non è e non deve essere solo religioso,
ma anche di supporto laico a chi chiede un aiuto. C'abbiamo un responsabile
'sociale' che va in Questura, in Comune, ai quartieri. È
sempre un volontario. Siamo noi frequentatori e volontari che lavoriamo
e contribuiamo economicamente per i servizi. Scriviamo volantini
in Arabo, mettiamo avvisi in bacheca su scadenze burocratiche, diamo
informazioni e una piccola formazione sulla lingua. Soprattutto
però informazioni complementari a quelle già date
nelle strutture pubbliche; ad esempio sulla cultura islamica e sulla
lingua araba. Per esempio abbiamo una scuoletta di arabo per bambini.
Sono 30 anche se frequentano a salti. È perché vanno
a scuola qui, ma è bene che non perdano la cultura di origine.
Non solo: il bilinguismo è una ricchezza, e sarebbe uno spreco
non coglierne l'opportunità. Nelle ex-colonie Francesi le
Case della Cultura e quelle della gioventù sono luoghi di
aggregazione di Boy Scout Musulmani; perché voi non lo sapete
ma esistono. E noi vorremmo fondarli anche qui, magari a partire
dal gruppo di giovani che già abbiamo.
Inoltre suggeriamo a chi ne ha necessità avvocati legati
al Centro La Pira con lunga esperienza con questioni relative agli
immigrati. E da quasi 3 anni facciamo appoggio spirituale anche
nelle carceri. Con il via libera della direttrice abbiamo stabilito
un buon rapporto di collaborazione anche con il carcere dei minori.
A Sollicciano siamo riusciti ad ottenere almeno di lavorare per
le 'feste grandi' e una possibilità di organizzare preghiere
comuni. E stiamo lottando per avere un cappellano musulmano, così
come c'è Don Cuba per i Cristiani. Oltretutto quello in carcere
è un servizio più vasto di quello religioso. Spesso
tra chi ha sbagliato qualcosa ci sono molti arabi che non sono necessariamente
fratelli di fede o praticanti. Il nostro obiettivo è poter
in qualche modo fornire appoggio e consigli pratici anche a coloro
che fra questi ce lo chiedono. In un certo senso è un sostegno
laico e psicologico. Ed il riconoscimento della nostra presenza
nel carcere è un importante elemento di visibilità
e legame col territorio per la nostra comunità.
Da qualche anno stiamo conducendo una battaglia anche sulla questione
dei cimiteri, che sono un elemento importante della cultura di un
popolo e patrimonio di una fede. Attualmente esiste un comparto
islamico a Trespiano, semplice e con le tombe giustamente orientate
perché lo sguardo del defunto sia verso la Mecca; ma il suo
poco spazio va riempiendosi. Con il crescere dei musulmani a Firenze
il problema va montando. Stiamo discutendo l'idea di aprire un nuovo
spazio anche in altri cimiteri 'aperti' del Comune come Peretola
o Brozzi. Pare che il nuovo Piano Regolatore Cimiteriale adottato
due anni fa inizi a prendere il tema in considerazione: sul libro
che ne ha accompagnato la presentazione e l'esposizione in una mostra
a Palazzo Vecchio il tema interreligioso sembra un fuoco di interesse
notevole. Vedremo. Si è discusso molto su questo tema, attaccandoci
a casi pratici. Perché già noi siamo penalizzati -
forse anche più degli ebrei - da leggi e tradizioni nazionali.
Per esempio, la nostra religione prevede un contatto diretto del
corpo con la terra, mediato solo dal lenzuolo, oltre a non prevedere
la cremazione e la dissepoltura dei corpi, se non in casi particolari
di trasferimento nella terra di origine. Bene, le leggi italiane
rendono la cassa obbligatoria e prevedono dopo alcuni anni che i
corpi vengano dissepolti, specie nelle zone gratuite in terra. Questo
è un problema nuovo su cui non si è discusso; fra
poco scadranno le prime concessioni, e il problema dovrà
essere affrontato: si può differirlo ma con il diminuire
dello spazio diventa un tema cruciale, che getta luce sul rapporto
di rispetto fra le culture. Abbiamo fatto proposte, di tombe in
terra a piani orizzontali e altro: si vedrà. Per ora - nel
dubbio - i più preferiscono riportare i loro morti nei Paesi
d'origine.
Un'altra cosa: noi non solo siamo punto di incontro per persone
di varie nazionalità che vengono a vivere o già vivono
qui, ma siamo anche un riferimento per chi viaggia. Abbiamo una
E-mail e molti ci scrivono per sapere dove pregare, anche insieme,
quando passano di qui. Ed è bello fare incontrare turisti
e persone che ormai vivono qui, che conoscono la città. Per
lo più chi ci frequenta sono lavoratori, mentre di passaggio
ci sono tanti studenti ed è importante il contatto tra anime
diverse.
Essere flessibili vuol dire a volte anche non schierarsi per non
amplificare conflitti tra chi fa riferimento alla comunità
ed ha idee diverse. Ad esempio, quando ci sono manifestazioni, non
aderiamo, ma lasciamo le scelte ai singoli. Soprattutto se anche
solo immaginiamo rischi di violenze di qualche tipo. Così
si fa anche in altre comunità italiane.
Con lo stesso mondo politico cerchiamo pertanto di tenere distanza
di sicurezza, anche se la religione per noi è anche politica,
ed è anche lo Stato, sono gli interessi del popolo. Ma non
ha troppo senso in questa fase del radicamento della Comunità
Islamica italiana creare dei legami con forze partitiche, neanche
a livello locale. È prematuro. Ne discutevamo l'altro giorno
nella sede del 'Treno delle Culture' dove un avvocato nigeriano
del COSPE presentava una ricerca dell'ONU che dimostra che gli stranieri
al voto non altererebbero in occidente gli equilibri politici attuali;
si distribuirebbero con normalità tra forze progressiste
e conservatrici così come configurate nei vari Paesi. Ci
piacerebbe che si capisse questo, smettendo di usaci strumentalmente
nel discutere del voto Amministrativo ai residenti stranieri. In
ogni caso, in questa fase del dibattito pubblico, è più
utile che noi ci teniamo a distanza e continuiamo a svolgere un
ruolo più sociale o culturale di innalzamento del livello
di coscienza dei membri della nostra Comunità.
La via larga e la via stretta
Con questi fini, un punto cruciale della flessibilità che
dicevamo è il nostro grado di apertura.
Esiste un'altra Moschea a Firenze nella zona di Via Lunga, dietro
l'Isolotto. Noi e loro siamo un po' le due anime separatesi dalla
migrazione della Moschea di Piazzetta Scarlatti, che era piccola
ma piuttosto aperta. Noi la 'via larga' e loro - di Via Lunga -
la 'via stretta'.
Che vuol dire? Beh, noi ad esempio cerchiamo di non far differenze
tra Sunniti e Sciiti. Siamo aperti ad ascoltare e confrontare più
interpretazioni. Cerchiamo il minimo comune denominatore. Lasciamo
al singolo la responsabilità del rispetto o meno di molti
precetti. Abbiamo albanesi, kossovari, senegalesi e somali, raramente
dei Rom, che sarebbero tra le poche comunità dove quasi tutti
i membri hanno già famiglia in Italia, per via della loro
struttura a clan. Non ci si può nascondere dietro un dito:
siamo diversi. Alcuni più, alcuni meno praticanti, almeno
nella vita pubblica: perché poi non giudichiamo il privato,
in cui molti portano magari avanti i precetti da soli.
I fratelli senegalesi per il loro Gran Magal riuniscono 5000 persone
a Pisa. Altri gruppi regionali ne sono incapaci: restano nei piccoli
numeri. I Somali sono una colonna della partecipazione, e anche
per questo li supportiamo volentieri nelle loro proteste.
Noi cerchiamo di agire soprattutto nel senso dell'apertura di coloro
che vengono da 'culture isolate'; sia in seno pratico che in altri
ambiti. Ad esempio organizziamo dei corsi di incontri e aggiornamento.
L'ultimo era 'Per vivere meglio con l'Occidente', seguito da un
professore danese da tempo radicato in Europa. Sono stati invitati
tutti i Centri Islamici di Toscana e molti di tutta Italia, per
formare le 'guide' o anche direttamente dei fedeli. È importante
cercare modi di moltiplicare gli eventi: e formare le 'guide' può
essere importantissimo per un'apertura che contempli l'ascolto e
il confronto fra diversità.
È importante anche valorizzare quei pochi italiani convertiti
all'Islamismo che abbiamo, ai fini del confronto. In genere, va
detto, questi 5 o 6 sono più vicini al Sufismo Rom o Senegalese,
per via forse del ruolo degli Scheik in queste modalità islamiche;
perché funziona da appoggio, voi direste 'da padre spirituale',
coinvolge con le danze Zic o le cure di medicina Sufi che sembrano
rispondere bene all'insoddisfazione e ai bisogni di alcuni convertiti.
Vi è però un rischio: che si esalti troppo l'uomo
diminuendo il rapporto diretto con Dio, e si diano ruoli forti agli
'intermediari col Sacro', li si sacralizzi. E di questo si deve
discutere perché è un rischio di avvalorare una 'via
stretta'.
Noi di Via Ghibellina abbiamo questa regola d'oro: lavorare soprattutto
sulle cose in cui siamo d'accordo, perdonando - o meglio, comprendendo
- le interpretazioni diverse. In base a questa regola riusciamo
anche a regolare i rapporti con l'altra moschea. In fondo abbiamo
un interesse comune a mantenere le Moschee aperte. Dobbiamo convincerci
che tra di noi sono più i punti in comune. Le differenze
sono di interpretazione, ma permangono: per questo ci stiamo rendendo
conto che i fedeli tendono a diventare fissi nei due spazi.
Il nostro obiettivo di 'apertura' serve a radicarci di più
nella città; quello che loro forse non fanno e a cui noi
invece teniamo è ad esempio fare scuole, corsi e conferenze
di avvicinamento per gli italiani alla comprensione della nostra
fede, magari anche accettando di riunirci in una chiesa o in un
salone legato alla Curia. Ma chiediamo anche agli Italiani che si
dispongano a fare corsi per cercare di accogliere meglio noi.
Sulla musica, ad esempio, noi siamo meno rigidi. Certo, esiste un
discriminante, la musica con parole irrispettose. Per il resto non
è proibita come il vino o il maiale: è semmai un campo
delle differenze di approccio, e per noi non è prioritaria.
Resta per noi un oggetto di discussione 'di secondo livello'. Cerchiamo
di non impantanarci nelle discussioni sugli strumenti proibiti,
perché non è il nostro obiettivo prioritario dedicarsi
a questi campi dell'interpretazione. Restando nel campo del 'minimo
comune denominatore' se offriamo qualche occasione che prevede la
musica, cerchiamo di limitarci a cose che potrebbero andar bene
per tutti, cioè più 'strette'.
Se capite, questo è un esempio di come si procede per la
'via larga': si tracciano delle gerarchie di priorità, e
di quelle in fondo ci si occupa poco per non finire in un imbuto:
al limite se ne prendono solo alcuni campioni più 'stretti'
che vanno bene a tutti, e si lascia poi il resto ai singoli. Non
vuol dire che ci sottraiamo ad interpretare o a differenziare, se
ce lo chiedono. È che in principio non trattiamo certi temi
che non sono al momento prioritari. Lo stesso vale quindi per la
macellazione della carne, un campo dove alcuni che danno interpretazioni
diverse si sentono liberi di comprare anche fuori dalle macellerie
islamiche: in teoria tutti gli animali sacrificati per Dio e non
per idoli vanno bene
Il discorso vale anche per quanto riguarda i film. Non ci occupiamo
di farne vedere per aumentare le conoscenze dei nostri fedeli; come
si trovano negozi con videocassette indiane in S. Frediano, così
ci sono videocassette in Arabo presso vari rivenditori stranieri,
Prima vicino alla Moschea vecchia aveva anche aperto un negozio
egiziano di videocassette 'in lingua' per stranieri. Non ci possiamo
occupare di tutto. Certo che l'esigenza di conoscere l'arte locale
esiste; ma si tratta di 'esigenze' più personali, a cui rispondono
meglio le comunità nazionali. Avevamo pensato di mettere
qui la parabolica, poi ne abbiamo discusso e abbiamo visto che non
era una priorità, anche se avrebbe funzionato da aggregante.
Se avessimo più forze potremmo occuparci contemporaneamente
di curare più priorità. Del resto, sul terreno dell'informazione
c'è gente con scarti culturali alle spalle ben più
gravi, persone che vengono qui solo per lavorare e che dobbiamo
aiutare ad aprirsi ed integrarsi. Il nostro compito prioritario
verso costoro è di creare un ambiente di convivenza con la
comunità stessa e con i fiorentini.
Esistono peraltro dei problemi economici quotidiani che limitano
le nostre forze. Non è che facciano dimenticare tutti i problemi
maggiori, come la Cecenia o la situazione in Algeria. Ma comunque
ci assorbono. E ci fanno propendere per lasciare libera - ad esempio
- la scelta dei fedeli sulle decime, che per i più dovrebbero
essere sul 2,5% del reddito. Cerchiamo di non fare carità
a nessuno, ma di dare aiuti concreti a chi ce li chiede, certo nei
limiti del possibile. Arrivando qui abbiamo trovato un sistema bancario
diverso dal nostro. Ora sono iniziati a nascere i 'conti musulmani'
ad interessi e spese zero, adatti a noi a cui la religione proibisce
di percepire interessi. Ma prima ci adattavamo al sistema che c'era;
ad esempio usando per la comunità gli interessi percepiti
come singoli.
Preferiamo occuparci di problemi come l'apprendimento della lingua
araba (non possiamo chiaramente occuparci di tutte le diverse lingue
d'origine: non abbiamo forze!), perché serve anche per leggere
le Sacre Scritture. Da un punto di vista strettamente religioso
diamo la priorità alla conoscenza del Corano, della Sunna,
e alla formazione della capacità di confronto e costruzione
della stima.
È importante anche favorire la socializzazione dei ragazzi.
Siamo membri dell'UCOII e ogni anno partecipiamo al Convegno annuale
con campeggio, a cui poi si aggiungono anche quelli per donne e
per giovani, ragazzi e ragazze. Da 4 anni la sede è ad Acervia,
vicino ad Ancona, in mezzo alla penisola. Ci partecipano tra le
500 e le 600 persone di diverse comunità musulmane ed è
un'occasione unica di incontro e di scambi di conoscenze. E man
mano che diventano più facili i ricongiungimenti, e cresce
l'apertura degli italiani e soprattutto i problemi nei Paesi d'origine,
aumentano le famiglie trasferite, e con esse i partecipanti ai vari
campus. In Trentino i campi per ragazzi durano 3 giorni, in cui
si fa sport e si cura un giornale scritto da loro in Italiano e
Arabo.
Ogni 2-3 mesi anche a Firenze ci si ritrova affittando un hotel:
ma non ha scadenze fisse. Facciamo anche delle escursioni: ad esempio
a Roma per vedere la Moschea, a Milano per un Convegno, 7 giorni
a Caviglia o a Torino per il nuovo centro islamico che apre ora;
sono occasioni di dialogo e anche di visita, cambiando città.
I campus e i viaggi sono significativi perché innescano meccanismi
diversi di confronto di cui le varie Comunità che aderiscono
- come la nostra - sono i nodi sul territorio, un territorio più
vasto delle singole città di cui si occupano. Molte redistribuzioni
sul territorio sono state facilitate da questi luoghi di contatto
dove accade che le persone si scambino informazioni sul lavoro,
sulla burocrazia, sulle possibilità di alloggio e determinano
viaggi e trasferimenti. La religione funge da nodo di una rete;
si scopre l'Italia attraverso l'unione temporanea. A noi servono
anche a tastare il polso delle nostre comunità in rapporto
alle altre: ad esempio a capire problemi complessi, come quelli
riguardanti la poligamia, che è stato anche nell'Intesa fra
UCOII e Stato Italiano uno dei 40 punti discussi che andranno approfonditi.
E alle persone delle Comunità 'nuove' appena arrivate, servono
per imparare a gestire la logistica di grandi numeri, gruppi e bambini,
e a scambiare informazioni sui programmi attivabili o attivati nelle
diverse città e sui rapporti con le Amministrazioni, il volontariato,
i cittadini.
Non solo. I campeggi servono anche a rivivere le pratiche dei Paesi
d'origine, con cucina e tradizioni, per restare legati ai contesti
di origine e far crescere i figli in Italia senza dimenticare o
facendo loro riscoprire anche le altre tradizioni che sono nella
loro famiglia. Diventano quindi luoghi di recupero e scambio culturale
fra Paesi diversi, con un po' di tempo a disposizione per sperimentarle
e confrontarle. In un certo senso servono a riscoprire il 'tempo'
come luogo dello scambio.
E cerchiamo poi di riportare fuori queste esperienze interne. Soprattutto
con i bambini, è importante favorire feste in cui invitino
gli amici italiani. Le feste sono un momento importante di fusione:
mettono in risalto le affinità proprio sullo sfondo di un
momento di peculiarità e differenza. La festa può
veicolare un buon uso del tempo, una penetrazione 'naturale' e 'graduale'
nella società locale, ad esempio aprendo gli spazi privati
alla presentazione di aspetti migliori e non conflittuali delle
culture diverse, e di penetrazione degli aspetti migliori di due
ambienti. È un primo gradino, certo, m,a è importante
perché favorisce una naturalezza dell'inserimento. Mortificare
la festa e l'allegria non fa parte della 'via larga'.
Mantenere l'identità e avere in più ciò che
di buono c'è qui da prendere. Ci crediamo che sia possibile.
E lo stesso per i cittadini locali. Le Moschee devono sentire che
giocano un ruolo importante per preparare la strada alle amicizie.
I responsabili delle comunità hanno in tal senso una grande
e duplice responsabilità. Razionalmente devono essere i primi
a mutarsi verso l'apertura proprio perché i singoli dal confronto
e dalle difficoltà dell'emigrazione possono tendere a chiudersi.
Questa questione dell'apertura è una grande occasione del
nostro viaggio, che a volte non abbiamo potuto vivere nei nostri
Paesi. Preghiamo Dio leggendo i versetti coranici sulla necessità
di aprirsi agli altri, e poi magari non li applichiamo: qua abbiamo
la possibilità e anzi il dovere di viverli e tradurli nella
realtà. È difficile dire se qui siamo più o
meno aperti agli altri e all'ascolto di quando eravamo in patria,
perché lì non c'era il confronto a stimolarci. Ma
sappiamo che abbiamo il dovere di esserlo, e dobbiamo essere felici
di poterlo essere. In qualche modo anche per voi noi dovremmo giocare
un ruolo importante: siamo ponti fra due culture e possiamo creare
un collegamento. Ma entrambi dobbiamo porci come un dovere l'ascolto
e l'apertura. E in tanti casi ci siamo verificati anche come elementi
'facilitatori' di scambi diversi, ad esempio commerciali.
All'entrata della nostra Moschea un cartello porta scritto:
Invito ai Carissimi Amici non Musulmani o comunque non Praticanti.
Il Vostro interesse per la nostra Attività è importantissimo
in quanto ci aiuta molto a migliorare. Per essere coerenti con i
Principi Coranici, al riguardo della sacralità del Luogo
di culto, si vorrebbe gentilmente fare Appello alla Vostra Sensibilità
a riguardo dell'aspetto vestimentare; un abito lungo e un foulard
sul capo per le donne all'ingresso della Moschea sarebbero graditissimi.
Abbiamo discusso questa formula tra noi. Ci sembrava rispettosa
e allo stesso non troppo forte, cioè non inibente l'ingresso
a chi non partiva per forza dalle nostre posizioni. È anche
capitato che qualche persona si interessasse a noi; entrasse timidamente,
magari non esattamente vestita come suggerito, ma sempre rispettosa.
L'abbiamo fatta entrare; le abbiamo addirittura offerto un the.
È importante essere 'aperti' e 'flessibili', com'è
importante chiedere rispetto.
I luoghi dell'incontro
Quindi, noi siamo uno dei luoghi dell'incontro fra Musulmani a
Firenze, e a volte anche solo tra persone provenienti da Paesi a
prevalenza musulmana. Ma ce ne sono altri, chiaramente. Ad esempio,
per pregare, i Senegalesi - che sono una buona metà della
comunità partecipante - si riuniscono spesso altrove. Se
lo chiedessero la Moschea sarebbe aperta, ma hanno le loro case
d'incontro e un fondo nella zona dei Ciompi, per cui si organizzano
da soli. Con i Rom c'è amicizia, ma spazi separati. Hanno
le loro moschee al Poderaccio e uno spazio polivalente all'Olmatello:
con Baba Dzevat ogni tanto facciamo degli incontri, ma nulla di
più.
Le feste celebrate da noi non sono tantissime. Perché, ad
esempio, i matrimoni funzionano diversamente dai vostri. Qui facciamo
i 'patti' di matrimonio, ma il luogo delle nozze islamiche può
essere qualunque. Da un anno e mezzo non celebriamo nozze in Moschea.
Di più le nascite, per cui i genitori vogliono il crisma
religioso. Ma del resto anche in moltissimi dei Paesi d'origine
le nozze civili e religiose sono riti separati, e separati dal luogo
fisico di amministrazione del culto. Certo, ci sono Paesi come il
Libano dove avvengono insieme. Ma altrove questa divisione moltiplica
i luoghi delle celebrazioni non concentrandoli sulla Moschea ma
distribuendoli di più sulla città o il villaggio.
Anche per questo vedrete nozze musulmane celebrate un po' dovunque,
e non sempre registrate: ad esempio quelle Rom in cui la festa in
locali affittati o ai campi è il momento principale, o quelle
Somale che spesso sono celebrate in Case del Popolo o saloni parrocchiali
della periferia che ospitano le feste.
Al chiuso però funzionano da incontro vari negozi della zona
di San Lorenzo, i centri per telefonare che spesso si polarizzano
per gruppi nazionali, alcuni alimentari e ristorantini egiziani
a San Pierino o in Via Palazzuolo, e la Macelleria Islamica. Che
- tra l'altro - è frequentata a volte anche da ebrei, perché
il nostro modo rituale di macellare la carne è anche il loro:
e del resto prima che potessimo andare in Via dell'Oriuolo o in
Via dei Neri ci servivamo noi alle macellerie ebraiche. Tra l'altro,
non esistono ancora grossisti a Firenze per queste'poche cose' che
richiedono regole ristrette e con interpretazioni a volte variate.
Poi ci sono i luoghi all'aperto, spontanei: il Parco delle Cascine,
e più o meno tutti i lungarni per via del fascino che il
fiume e i suoi tramonti riscuotono soprattutto presso i popoli del
Nord dell'Africa. Esiste un bel versetto del Corano che dice "abbiamo
reso tutto vivo con l'acqua'; prima dei riti nella Moschea ci dovrebbero
essere riti con l'acqua, di purificazione. Per noi è sempre
un bel simbolo: e non è raro che nei nostri Paesi d'origine
siano quelli con l'acqua i punti di ritrovo. Nel paese di Murad
in Algeria è proprio un mulino di un italiano con una cascatella
molto bella. E poi la prima Moschea fiorentina era proprio davanti
all'Arno e la simbologia dell'acqua si adattava anche al posto
Per l'incontro spontaneo poi c'è il Piazzale degli Uffizi
dove ci sono artisti e disegnatori di caricature musulmani, e le
fioriere di Piazza Duomo, ma anche le panchine e alcuni bar di Piazza
Santa Maria Novella. Alle Cascine prima si andava mal volentieri:
dopo la pulizia del sottobosco è cambiato, i giorni non lavorativi
ci puoi trovare famiglie che fanno il pic-nic anche d'inverno o
qualcuno che fa jogging o pallone. Ma dipende tutto dai punti di
vista: se vai di notte d'estate all'Anfiteatro è pieno di
Nordafricani, ognuno lì per cose diverse: in fondo è
un posto pubblico di vita, ed è gratuito. Comunque è
difficile indicare dei luoghi così, per gruppi e sottogruppi
ormai tutta la città può essere luogo di incontro
Avrete visto che ci teniamo a promuovere l'incontro fuori dalla
Moschea, in spazi meno connotati che diano l'impressione di un'apertura
reciproca. E le polemiche annuali che accompagnano la celebrazione
della fine del Ramadan non sono solo una conseguenza dell'affollamento
che rende impossibile utilizzare la Moschea a questo scopo, ma nascono
dalla ricerca di una visibilità almeno di questi momenti
Abbiamo
sempre puntato a cercare spazi visibili, meglio ancora se pubblici,
e non solo per un fatto di spesa
Per 4 volte però abbiamo
dovuto farlo al Teatro Tenda, anche se non di seguito. Nei campi
sportivi di Via Pistoiese o San Marcellino abbiamo celebrato riti
e preghiere, e non solo organizzato le tavolate di festa per il
Ramadan; ma anche la Festa del Sacrificio di Abramo.
A trovare S. Marcellino ci ha aiutato molto il Sindaco. L'ultima
volta avevamo fatto l'ingenuità di prenotare solo oralmente,
e all'ultimo momento sembrava svanita la possibilità; non
potevamo permetterci l'annullamento né lo spostamento a soli
4 giorni e per giunta senza un Venerdì nel mezzo, che è
momento anche di informazione ai fedeli. E dobbiamo ringraziare
il Sindaco se poi tutto è andato liscio. Dal '99 - grazie
all'apertura del Comune - per queste feste lavoriamo assieme all'altra
Moschea.
È stata la Lega Araba - una rete di Associazioni Arabe a
Firenze - a chiedere che per il 2001 ci venisse concessa una pubblica
piazza. È stata ovviamente una provocazione, forse non più
immatura dopo la vicenda della Tenda dei Somali. È un modo
di rivendicare un diritto alla visibilità e allo spazio cittadino
anche di tanti di noi immigrati. Di solito la Lega partecipa alla
preparazione del Ramadan nelle persone singole di suoi affiliati.
Stavolta ha sollevato una richiesta che già aveva ipotizzato
in passato.
Del resto i buddisti hanno celebrato di recente il Vesak in piazza
Poggi, e da 2 anni gli Ebrei Ortodossi Lubavich - che sono appena
arrivati a Firenze con il loro negozio e le loro riunioni nella
zona di S. Ambrogio - hanno ottenuto di celebrare con dei grandi
candelabri illuminati la loro 'Hanucka, la Festa della Luce', prima
in Piazza Unità e poi in Piazza Indipendenza: hanno reso
visibile a tutti le loro celebrazioni, hanno ricordato che esistono
con le loro differenze religiose. Hanno messo in qualche modo la
loro presenza a disposizione dei cittadini: è l'interpretazione
contraria a quella che molti immaginano - l'invasione del vostro
spazio - ma è simmetricamente legittima. In un certo modo
anche l'esperienza della Tenda dei Somali può essere letta
così. Per una volta abbiamo messo da parte la nostra 'neutralità'
e decidendo di spostare le preghiere del venerdì sotto la
tenda in piazza Duomo ci siamo messi a servizio di una causa. La
visibilità non è sempre un'invasione: può essere
uno stimolo offerto alla discussione e al confronto, alla conoscenza
reciproca dei problemi e dei modi di essere. L'Assoluzione recente
della Tenda della Pace accusata di danneggiare l'estetica e l'immagine
della Piazza durante la Guerra del Kossovo, è una grande
vittoria: l'archiviazione richiesta dal pubblico ministero è
un precedente che dovrà applicarsi anche alla Tenda dei Somali.
Legittima il confronto nelle piazze cittadine. E la conoscenza reciproca.
Ad esempio, pochi conoscono forse un merito di noi Islamici su cui
varrebbe la pena di interrogarsi: la trasversalità sociale
della nostra religione. Gli esempi di aiuto e solidarietà
fra ricchi e poveri nella nostra comunità sono socializzati.
Ovvero, attraverso il meccanismo per le elemosine cerchiamo di creare
una solidarietà più alta d un semplice paternalismo
per pulire la coscienza
Il nostro spirito collettivo supera
le nazioni da cui veniamo: ma è possibile se si crea conoscenza
dentro di noi. Non parliamo in assoluto della società musulmana,
dove pure crediamo ci sia una maggiore mescolanza delle persone
negli spazi, a prescindere dalla loro posizione sociale. Non sarebbe
giusto confrontare posti così diversi in assoluto: perché
anche da voi esistono tante forme di mescolanza e solidarietà.
Vorremmo porre un problema legato all'immigrazione, su cui è
pensabile che questa offra degli spunti di riflessione per il futuro.
Molti che qua ora si sono arricchiti (escludiamo chi lo era in partenza)
hanno vissuto vari livelli sociali, hanno percorso tappe e conosciuto
forme di povertà o di emarginazione. Sanno cosa vuol dire
festeggiare la gioia di un permesso di soggiorno. I modi che riscontriamo
di relazione fra livelli sociali oggi diversi che si incontrano
nelle Moschee fiorentine sono positivi, spesso solidali in modo
costruttivo e che non aumenta la percezione e il senso della propria
emarginazione da parte dei meno fortunati. È certo una ricchezza
di cui si potrebbe approfittare. Se poi esistono anche nell'Islam
- fuori di qui - dei circoli più ricchi e internazionalizzati,
non importa. Quello che si vede qui, su questo territorio, può
servire a discutere, a dare esempio di cambiamenti possibili. Usiamolo!
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