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Ascoltare la città

 

Ho 32 anni ed appartengo ad una famiglia di Griot, una casta non ricca ma molto rispettata in vari Paesi dell'Africa. E anche temuta, perché spesso sa tanto di molte persone…Da secoli abbiamo una responsabilità sociale importante, quella di tramandare le memorie oralmente, siamo dei messaggeri: per esempio dei matrimoni, dei battesimi e dei funerali, ma non solo questo…
Oggi abito in Oltrarno, dove divido la casa con altri ragazzi e ragazze africani e soprattutto italiani, ed anche con la natura, che spunta dalla collina verde sul retro della casa.
Suono in un gruppo il cui nome già parla di questa trasformazione a metà tra tradizione e modernità che è il nostro modo di sopravvivere con un ruolo attivo nella società, anche nella vostra…
La prima volta che sono venuto a Firenze è stato nel '95, invitato ad un festival musicale. Ma mio cugino era già qui dal '93, venuto con un balletto grazie ad un contatto con un auditorium che a Firenze organizza eventi ed è un nodo importante di una rete di artisti che arrivano spesso anche dai Paesi africani e asiatici.
Un nodo, ti dico, perché spesso chi viene qui per suonare o ballare in questo centro fa anche altro. Ad esempio, io sono stato chiamato anche a spiegare ai bambini di alcune scuole i miei strumenti musicali, e la vita dei nostri villaggi. Da noi esistono dei riti da rispettare nel costruire uno strumento, e a volte solo certe caste li conoscono…I bambini erano interessati soprattutto al Tamà, il tamburo parlante che richiama l'attenzione mentre noi parliamo per le strade, da soli, lanciando messaggi al vento e a chi passa senza rivolgerci in particolare a nessuno. I bambini sono gli unici che hanno capito come si può parlare senza rivolgersi a nessuno in particolare; chi è interessato ti fa domande e magari ti darà nuove informazioni per arricchire il contenuto del canto.

Io non mi ero mai posto il problema, prima che qualcuno da voi me lo chiedesse; quando nasci dentro una cosa la trovi normale. Prima di prendere decisioni ce l'hai dentro. È stato così per me con la mia arte e il mio ruolo di Griot. Il padre suona, la madre canta. Dalla pancia a quando esci fuori sei sempre presente alla musica. Puoi fare altre cose ma sarai sempre un Griot nell'intimo. Magari un 'griot muto'. Se non hai una bella voce puoi metterci l'espressività.
Tra Italia, Svizzera e Francia non siamo poi così tanti; il più vicino che conosco vive a Bologna. Oltre che essere Griot, facciamo le pelli, di capra o pecora, ripariamo strumenti, tendiamo tamburi, sappiamo come è possibile rimettere a posto un balafon [strumento simile al nostro xilofono, ndr] anche senza avere le famose ragnatele con cui i nostri ragni fanno un muro rotondo che a noi serve per attutire i 3 buchi più grossi delle zucche che servono come casse di risonanza. Noi soli sappiamo trovare sperimentando le plastiche che vibrano, cioè i sostitutori sintetici [sic] di elementi naturali che qui non esistono. Perché ormai anche nelle nostre città la tradizione sta cambiando, e si usano le plastiche, anche se ancora è poco diffuso.
Gli strumenti di qui si possono imparare pensando agli strumenti di casa nostra. Perché nessuna regola vieta a noi Griot di usare strumenti diversi da quelli tradizionali, anzi siamo aperti…La musica è nell'orecchio e così io ho imparato a suonare la chitarra 'in modo africano'. Lo stesso vale per tutto: anche la città si può vivere in modo africano.
E puoi anche incontrare altri cantanti e musicisti senza conoscerli e suonare insieme, senza prove, solo ascoltando le loro vibrazioni…

La mia arte per vivere al meglio

Oggi nel gruppo in cui suono ci sono persone di diversi paesi: dal Burkina Faso a un musicista italiano. Siamo 7. Il mio ruolo è tenere il ritmo di base, e devo restare molto concentrato. Ho pochi rapporti con altri proprio per questo: chi fa il soprasuono ce la fa di più a tenere rapporti con gli altri. Su di me gli altri improvvisano. Io quindi sono abituato a servire, a rappresentare un appoggio. Ma la base della piramide è sempre fondamentale, no?
Noi suoniamo anche con le parole. Gli strumenti parlano e noi li trasformiamo nel nostro dialetto. O al contrario trasformiamo una lingua in una musica. Infatti anche altri strumenti parlano oltre ai nostri; ma parlano altre musiche. Per questo noi suoniamo anche musiche del Mali, del Senegal, della Costa d'Avorio. Io sono stato cresciuto in modo da poter assorbire tanti tipi di musica come Griot. Per questo non capisco chi dice 'a me piace il pop o il rock, ma la musica classica no'. Io, per esempio, a volte sono andato anche a concerti classici o di opera, anche nei teatri grandi di qui quando mi hanno invitato…
Il Griot è un uomo del momento. Basta il tuo nome scandito per cantare. Riesce a farti piacere agli altri senza conoscerti; a molti colpisce questo. Il Griot può far piangere di piacere. Per tutto questo un Griot deve saper ascoltare tanto, cogliere le vibrazioni. Non gli sfugge nulla.
Io canto anche Firenze e non solo il mio Paese o il mio villaggio. Già la prima volta che sono venuto parlavo del Papa: se benedice e noi siamo lì, benedice anche noi, dicevo. Mentre cantavamo questo, una persona tra il pubblico ha fatto una foto, e mio zio senza fermarsi ha messo questo avvenimento dentro la canzone.
Può essere frustrante non essere capito perché parli nella tua lingua e il tuo pubblico è diverso da quello a cui sei abituato. Come può essere triste qualche volta vedere che davanti un pubblico non si scalda: rare volte mi è capitato. Magari erano due persone sul totale, ma bastavano perché mi rattristassi un po'. Chiaro: i pezzi storici sono tradotti, stanno sui dischi, la gente li può leggere. Il disco è fondamentale dopo il concerto, perché traduce il testi di quello che ci hai messo dentro. Dà una possibilità di comprensione anche se in differita. È un contatto tra il cantante e il pubblico rimandato nel tempo. Noi parliamo con gli strumenti, perciò dobbiamo tradurre al pubblico prima di iniziare. Sennò non comunichiamo davvero con tutti quelli che ci sentono…

Qui in Europa canto su un palco e non comunico come al mio Paese, dove sto per strada e guardo negli occhi la gente dalla stessa altezza. E poi, da noi la gente non resta seduta tutto il tempo, balla. Invitare la gente a ballare con noi è sostituire una mancanza di comunicazione della lingua diversa. È ricevere vibrazioni mentre le trasmetti. Qui in Europa la musica uno la fa e uno la ascolta: anche se sempre meno ora che i popoli si mescolano. Da noi no, la fanno tutti. Ognuno contribuisce. Noi la musica la facciamo mentre uno la ascolta ballando al suo ritmo: e un po' cambia. E un'azione contemporanea, di collaborazione… Sono convinto che più cantiamo, più spieghiamo cosa cantiamo, più cambiamo la musica perché interagiamo.
Attraverso la possibilità che mi viene data di esercitare la mia arte di famiglia, mi sono abituato ad ascoltare come le persone fanno una cosa indipendentemente da quello che fanno.
Io ascolto i messaggi che una persona mi trasmette, anche se lo fa in un'altra lingua. È così che all'inizio ho imparato l'italiano: intuendo il senso delle parole. Ho acquisito concentrazione, riesco ad ascoltare un chitarrista anche in una cassetta che ha voce e batteria. Seguo un binario.
Così, ugualmente posso astrarre un suono dal rumore della città. È quello che spiego ai bambini; ed è quello che i bambini capiscono perché possono ritrovare un colore o un gioco nelle maglie di una città che sembra non lasciare spazio a un certo oggetto o a un certo percorso perché magari sembra tutta grigia. Per questo i bambini andrebbero ascoltati molto nell'organizzare la città…
Ascoltando solo dei binari con concentrazione è possibile scoprire che la città è più bella di quello che sembra. Si può far scomparire Novoli o la periferia, o scoprire al loro interno quello che c'è di umano, le persone, o il verde. Io lo faccio con la musica, ma è possibile farlo con altro, certamente.
A Mantova una volta - nel centro - sentivo gli uccelli, e l'ho detto. 'Meno male: sentendo gli uccelli al mattino la giornata va meglio'. La mia accompagnatrice non sentiva nulla. Mi ha detto ammirata 'non è neppure da uomo. In genere gli uomini anche se lo sentono non lo esprimono, tu sì'. Per me da uomo non è solo sentire solo il rombo di un motore, ma anche notare queste cose…
Un suono che mi manca riesco a sentirlo, a trovarlo se c'è. Per fortuna a Firenze vivo al 'confine' fra il cemento e la natura. Cucino anche, ma lo facevo già in Africa, specie nel periodo di 10 anni in cui ho vissuto con uno zio in Costa d'Avorio, anche se io sono del Burkina Faso. Allora lui mi insegnava l'arte della pelletteria.

Ho cercato di fare l'artigiano, ma non ce l'ho fatta. Per migliorare le mie conoscenze ho accettato di lavorare in una fabbrica. Non mi servirà forse qui l'aver migliorato le mie conoscenze: ma altrove, e comunque per me stesso sì. 'Come artigiano - mi dicevano qui al mio arrivo - sei bravo ma costi troppo'. E l'età non mi permetteva di essere apprendista. Fuori dalla musica l'età è un handicap, o può essere letta come tale. Allora, visto che avevo due binari di vita tra cui scegliere, ho scelto di definirmi musicista, e mi considero così: non importa se poi per vivere devo fare l'operaio perché i soldi fatti in una serata dei 3 anni in cui ho cercato di vivere di musica non mi bastavano…
Sul lavoro la mia capacità di seguire un binario di suoni che mi piace e di musicare la vita mi aiuta molto. Perché lavoro con macchinari rumorosi in una fabbrica nell'area metropolitana. E io mentre lavoro canto e non sento in me il fastidio delle macchine, sento qualcosa che mi completa il tempo. Lo faccio spontaneamente, non mi sforzo: sennò sarebbe falso e lo saprei. E poi cantando rallegro anche gli altri! E diminuisco la sofferenza, anche di fare un lavoro che non mi piace.

I circuiti della musica

Quando sono arrivato parlavo solo francese, nella tournée di 1 mese e ½ in cui siamo andati fino a Catania. Mi hanno richiamato 8 mesi dopo con tutta la famiglia, ma hanno ridotto il budget e alla fine siamo venuti solo in due, io e un fratellino piccolo di mio cugino. Quella volta era già previsto che restassi, con l'idea di mettere su una sorta di impresa per cercare di trasmettere la nostra cultura. Abbiamo cercato di fare di Firenze il nostro villaggio: la gente deve sapere che il suo nome 'Florence' è fantastico…Lo sentivo già quando parlavo solo francese!
Avendo un permesso di soggiorno turistico non potevo fare soldi; l'ho rinnovato più volte finché non ho trovato lavoro, ma sono rimasto clandestino più di un anno. In quel periodo non mi sentivo in Italia, non sapevo come farmi rispettare e non vivevo bene. Un'associazione mi ha aiutato molto, facendomi ottenere un documento valido 6 mesi, che però non era un permesso, serviva per dimostrare nei controlli che stavo cercando di ottenere i documenti.
Ancora sapevo poco la lingua, ma volevo fare tutti i lavori in regola per i concerti. Anche se avevo dei lavori occasionali, volevo essere regolare e facevo di tutto per ottenerlo. In quel momento mi sono sentito come tanti altri immigrati, senza i vantaggi di un musicista. Ma avevo la musica che mi aiutava a rialzare la testa. Facevo dei grandi respiri, perché l'aria di quei momenti positivi mi durasse per sorreggermi negli altri. Ed è servito avere pazienza: perché poi è andata bene…
L'Italiano l'ho imparato per strada. Quando ho imparato a parlare per me è stata una rinascita: potevo di nuovo comunicare…All'inizio ascoltavo molto, intuivo il senso delle parole; poi - e anche oggi coi miei compagni di casa e amici - ho la possibilità di farmi spiegare cosa vogliono dire le parole nuove…Ci ho messo 5 mesi, anche perché prima vivevo in un paesino fuori Firenze e avevo meno contatti…
Quando mi è scaduto il documento temporaneo e sono diventato clandestino sono stato buttato fuori dalla padrona di casa di quel paesino; con la scusa, e non ho potuto reagire. Ero indifeso. Dormivo dalla ragazza italiana di mio cugino, poi da amici, e contribuivo a pagare la luce. Ad aiutarmi alla fine è stato il gruppo, che esisteva prima della mia venuta.

In Africa vivevo con una ragazza, ma non è andata bene. Non volevo vivere sempre a casa, per quello sono contento di essere qui. Non è per i soldi, perché qui tanto ti danno tanto ti prendono e il bilancio in denaro è zero: è che ho ancora tanto da imparare.
In Costa d'Avorio facevo degli sport. Qui no, ho smesso. Esco solo per trovare amici, non giro molto, per carattere…Mi sembra di perdere del tempo. E esco di più con gli italiani, ma quando faccio vita di musicista allora li vedo poco. Sono contento di avere una casa grande perché posso far venire ogni tanto degli amici a parlare, a suonare…
Nelle piazze ci capito solo, ma non ci vado: solo se c'è qualcosa. Alcune - come Santo Spirito - sono legate a brutti ricordi di controlli, e anche ora che non ho nulla da temere non ci vado volentieri perché non mi sento a mio agio…Ma se ho qualcosa di preciso da fare ci passo!
Io non suono solo per soldi. Certo, servono. Ma io suono quando la musica mi viene dentro. Se suono divento leggero. Se ho voglia di suonare lo faccio a casa, per i miei amici. A volte suoniamo per comunicare, e per farci conoscere, per trasmettere il nostro Paese: non importa se per pochi soldi. Al matrimonio del ragazzo che ci ha chiamati qui, abbiamo suonato prima di entrare. Noi ci mettiamo gli strumenti sul collo, li appendiamo, e d'improvviso suoniamo. Non importa se manca il posto, quello lo troveremo dopo, lo si ricava, lo si crea. Mentre suoniamo ci facciamo scherzi con gli strumenti: posso insultare giocosamente un compagno con una battuta al tamburo.
Abbiamo suonato nelle scuole: alle Leopoldine, a Scandicci, un tempo anche a Prato, e poi in Via delle Casine. Io insegno ritmo di base anche in una scuola di ballo. In genere per le prove (che però sono rare) affittiamo delle scuole, qualche volta anche pagando; o per amicizia ci prestano a Scandicci i locali di una scuola elementare. A Firenze è meno facile! Abbiamo avuto delle tensioni coi vicini, una volta, ma poi tutto è andato a posto. A volte suoniamo a Fiesole, così per noi. Altre volte chiamati da Manifestazioni Antirazziste, e una volta persino a Cinecittà. Proprio due giorni fa siamo andati vicino a Roma ad una festa privata di un signore molto ricco: ci ha pagato bene e il giorno dopo ci ha anche fatto vedere una sua casa al mare. Ogni tanto capita anche che viaggiamo per i privati…

Sui palchi, in genere suoniamo ai Festival. Ho iniziato con Musica dei popoli. A Firenze ho suonato al Pinocchio, alla Flog, alle Pavoniere, al Palazzetto dello Sport prima di Miriam Makeba. E poi ci sono locali dove mi esercito, dove mi spendo per sentirmi leggero. Al Sahara Desert abbiamo suonato più volte. Poi ci sono posti dove vado per divertirmi e non per fare prove, come al Soulciety..
Ma noi non abbiamo bisogno di un posto: tutta la città va bene, tutta può diventare silenzio o rumore-guida su cui cantare. Possiamo farla diventare bella noi leggendola o cantandola. Non abbiamo bisogno di un palco… E poi suoniamo molto fuori: spostarci è parte della nostra cultura. A volte in gruppo, a volte dei pezzi da soli, se la gente che ci invita ha pochi soldi. Quando io sono venuto è stato quasi un caso. Perché noi siamo tanti elementi, ma alla fine c'erano i soldi solo per 7 persone anche se poi siamo venuti in 10; mio cugino ci teneva che io che ero piccolino venissi, allevassi i miei occhi giovani qui.
Penso che noi musicisti facciamo vita diversa dagli altri africani. Siamo entrati di più in contatto con gli italiani. Li abbiamo presi per la moda forse, o per la passione - meglio. Siamo entrati in un circuito diverso dove sentiamo attutiti - come in una sala di registrazione - tutti i problemi del quotidiano. La musica ti fa contattare persone più sensibili e umane, o gente colta e importante che tende a proteggere noi, che spesso anche quando siamo ignoranti delle cose di qua, cioè non le conosciamo, siamo però sensibili e impariamo presto.
La musica è così: a volte sembra che non conosci nessuno, che ci sei solo tu. A volte vedi un'enorme folla, a volte solo quelli simili a te. Io ho un amico, che è un ballerino-fabbro, anche lui di una casta di iniziati africani. A volte mi sembra di capirci di più tra noi.

A volte incontro altri musicisti, ma la mia è una vita solitaria rispetto ad altri. No, non frequento neppure l'Associazione del Burkina Faso: veramente sei tu a dirmi che ce n'è una… Ho frequentato per un certo tempo l'Associazione degli Ivoriani, che al Galluzzo facevano feste e riunioni in una scuola e serate al CPA o nella scuola di Leopoldine accanto a piazza Tasso. Ma io non frequento connazionali, perché non ne conosco. Poi non scelgo le amicizie solo per poter parlare la mia lingua o condividere il ricordo di un luogo dell'infanzia. Così come non frequento per forza i musicisti solo perché abbiamo in comune una professione, un sapere o una tecnica: semmai per un ritmo, uno sguardo sulla realtà che ci unisce, ci fa vibrare insieme...Conosco di più il pubblico, che viene spesso a cercarmi. Ma comunque faccio un lavoro tra amici. E come amico la gente mi guarda. Magari non per strada, ma certo mentre lavoro, perché come operaio io soprattutto guadagno, il lavoro per me è altro: ma deve prenderti tutto e conservare i momenti migliori.
I giorni in cui suoniamo vediamo il mondo diversamente: perciò li devi sfruttare. Quelli ti danno fiducia: esci con la testa alta. Sei visibile.
In vacanza non vado. Se andassi andrei solo in Africa; ci penso tutti i giorni, ma ancora non ho raccolto abbastanza per partire… Solo l'Africa per me è vacanza. E invecchiare in Africa è meglio. Io posso anche diventare vecchio qua, perché faccio musica e forse sarò sempre rispettato, amato, ascoltato. Ma non lo so se starò qui, non ho fatto un programma. Però so questo. Da noi i vecchi sono le nostre biblioteche. Qui è diverso: al vecchio magari dai tutto e però lo lasci solo. Da noi cerchiamo di stare tutti intorno ai vecchi, per valorizzarli nei loro ultimi tempi. E forse è meglio tornare là come pensano tanti altri africani. Ma per ora non ci ho pensato; con pazienza ho tempo per programmare…

   
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