|
Hotel Rwanda
di Terry George
Una
lunga e insanguinata storia è quella del Rwanda, un
paese molto piccolo ma il più densamente popolato di
tutta l'Africa in cui l'84 per cento della popolazione è
di etnia Hutu, il 15 per cento Tutsi, l'1 per cento è
Twa o Pigmei. I Tutsi sono da sempre stati una minoranza costituita
da ricchi proprietari terrieri, mentre gli Hutu, nonostante
fossero numericamente superiori, hanno da sempre avuto un
ruolo sociale inferiore. Nel 1899 i tedeschi trasformarono
il paese in un protettorato che faceva parte dell'Africa orientale
tedesca.
Durante la prima guerra mondiale però l'esercito
belga assunse il controllo del Rwanda, usando la monarchia
Tutsi per tenere sotto controllo la popolazione, aumentando
così la tensione già alta tra le due etnie.
Nel 1932 il Belgio introduce le tristemente famose "carte
d'identità etniche" con l'appartenenza hutu o
tutsi. Nel '59 gli Hutu salgono al potere, due anni dopo il
Rwanda diventa una repubblica e nel 1962 ottiene l'indipendenza.
Proprio durante questo anno, il presidente Gregoire Kayibanda,
di etnia hutu, spinge al collasso la propaganda anti-tutsi.
Sarà destituito da un colpo di stato militare guidato
dall'hutu Juvenal Habyarimana, futuro presidente.
Nel 1987 nasce il Fronte patriottico rwandese [RPF], formato
da tutsi e hutu moderati in esilio in Uganda. Obiettivo: tornare
in Rwanda. Il paese sarà invaso nel 1990. Due anni
dopo nascono gli interahamwe, la prima "milizia civile"
anti-tutsi. La pace di Arusha, che prevede l'istituzione di
un governo provvisorio hutu-tutsi, segna paradossalmente l'inizio
del massacro. Il generale Habyarimana viene assassinato, il
Rwanda acquista 580 mila machete, principale arma durante
il genocidio durato tre mesi. Colpi di machete trucidarono
centinaia di migliaia di persone. I morti furono circa un
milione, più di tre milioni i rifugiati.
Dalla storia del massacro rwandese e da quella personale
di Paul Rusesabagina, Terry George prende spunto per girare
il suo ultimo film "Hotel Rwanda", che ha vinto
il premio 'Stanley Kramer' su cinema e diritti umani, promosso
dalla sezione statunitense di Amnesty International. "Tre
anni fa Keir Perison ed io ci siamo seduti intorno ad un tavolo
insieme a Paul Rusesabagina e abbiamo ascoltato la sua storia.",
racconta Terry George, "Mentre parlava, ho dovuto fare
del mio meglio per tenere a bada due sentimenti contrastanti:
l'eccitazione e la paura. Eccitazione perché era una
storia perfetta per fare un film, un avvincente thriller politico,
commovente e romantico, e soprattutto una storia universale
sul trionfo di un uomo buono sul male assoluto. Ma il sentimento
predominante che provavo in quel momento era la paura. La
paura di fallire.
Sapevo che era una storia che andava raccontata a tutti
i costi, una storia che avrebbe fatto conoscere al pubblico
di tutto il mondo avvenimenti drammatici dei quali - e di
questo ci vergogniamo profondamente - non sapevamo nulla".
Nell'aprile del '94 Paul Rusesabagina, all'epoca direttore
dell'albergo Mille Colline a Kigali, offrì rifugio
a più di mille persone che in questo modo scamparono
alle atrocità della guerra. Come spiega Paul stesso,
"Era mio dovere aiutarli, ero responsabile nei loro confronti".
La storia, infatti, si concentra su un unico edificio,
l'albergo appunto, sui rifugiati e le loro storie personali.
È stata una scelta quella di non mostrare gli orrori
del conflitto, tranne che per poche sequenze. "Quando
il film ci porta fuori da Kigali durante i giorni del genocidio,
abbiamo cercato di ricreare un'atmosfera surreale e bizzarra
per far sì che il pubblico sentisse il terrore psicologico
senza dover vedere per forza le immagini dei massacri",
spiega Alex Ho, il produttore. L'albergo diventa il simbolo
di una resistenza nei confronti del massacro, del silenzio
e dell'abbandono della comunità internazionale. Poche
le agenzie di stampa che inviavano comunicati che definivano
il conflitto "guerra tribale" o uno dei tanti "incidenti
che affliggono il terzo mondo". Pochi i giornalisti che
vennero rimpatriati e lasciarono il paese.
In Rwanda non ci fu alcun intervento internazionale. "Tutto
il mondo, allora, ci ha abbandonato colpevolmente, forse perché
nel Rwanda non c'è petrolio. La comunità internazionale
non ha ascoltato i nostri appelli: duemila soldati americani
dopo poco mollarono la presa lasciando la gente indifesa a
un eccidio furibondo, il più veloce dell'era moderna,
che i media quasi non fecero in tempo a registrare e in cento
giorni uccise un milione di persone", spiega Paul Rusesabagina.
Nella storia del massacro c'è anche un altro attore
fondamentale, quello della stazione radiofonica Rtml, la cui
voce narrante ci accompagna per tutta la durata del film.
La stazione radiofonica, di proprietà del governo estremista
Hutu, è infatti nota per aver diffuso odio e pregiudizio
prima e durante il genocidio. Le voci di radio Rtml incitavano
gli Hutu all'odio contro i Tutsi e lo facevano con una tale
violenza che, spiega Terry George, "Se c'è qualcuno
o qualcosa contro il quale puntare il dito per aver scatenato
questo genocidio è proprio la stazione radiofonica.
Per questo nel nostro film la radio diventa uno dei protagonisti:
voglio che la gente capisca fino in fondo il vero potere della
propaganda".
Il 23 dicembre del 2003 il Tribunale penale internazionale
per il Ruanda ha emesso un'importante sentenza: la condanna
all'ergastolo di Ferdinand Nahimana, uno dei fondatori della
ruandese Radio Mille colline (Rtml), e Hassan Ngeze, direttore
responsabile della rivista estremista Hutu "Kangura"
per il ruolo svolto nel genocidio rwandese del 1994 con l'accusa
di "complicità e incitamento al genocidio"
attraverso i messaggi di odio che si ascoltano anche nel film.
Proprio come quando il Tribunale di Norimberga affrontò
il processo contro il nazista Streicher, che con il suo giornale
"Der Strumer" aveva coartato la mente di milioni
di tedeschi contro gli ebrei contribuendo al loro sterminio.
Fu condannato.
[Eleonora Formisani]
| anno |
2004 |
| nazione |
Stati Uniti |
|